CASO IV ­ Queste altre citazioni profetiche ricavate ancora da messaggi medianici, sebbene non risultino teoricamente importanti quanto il caso riferito, appariscono meritevoli di essere rilevate, non solo per la fonte ineccepibile dalla quale emanano, ma per la circostanza che dalle citazioni stesse, considerate in unione a tante altre analoghe, emerge un dato di fatto interessante, ed è che negli anni precedenti alla guerra furono molte le personalità medianiche le quali preannunciarono ai viventi la tremenda calamità che incombeva sul mondo civile; fatto maggiormente interessante in quanto ciò avvenne sempre spontaneamente; vale a dire che gli sperimentatori non pensavano affatto ad interrogare sull’avvenire le personalità comunicanti, e tanto meno pensavano a possibilità di guerre imminenti.

I messaggi medianici di cui si tratta furono ottenuti tra il 1909 e il 1912, dal prof. F. Bligh Bond, l’archeologo salito in fama per essersi avvalso felicemente delle facoltà medianiche di un amico onde risolvere quesiti archeologici da sessant’anni inutilmente investigati.

Noto che il Bligh Bond, membro della «Society f. P. R.» di Londra, ebbe cura a suo tempo, d’inviare alla società medesima copia dei messaggi profetici ottenuti, affinché fossero debitamente registrati e passati agli archivi sociali, muniti della data in cui furono ottenuti. Egli scrive:

«Nell’ottobre del 1909, allorché veniva dettato un messaggio che si riferiva alle fondamenta della cappella di Loreto (non ancora scoperte in quell’epoca), a Glastonbury, venne bruscamente e inaspettatamente trasmesso il seguente messaggio, nel solito latino da convento:

« ­ Fortuna fuit; Coelum ruit; Labor fruit in aeternum.

«Chiesi: ­ Che cosa ci minaccia? ­ La risposta mi venne fornita in inglese:

­ Guerra; un’orrida guerra, in cui Marte sarà dominatore, in cui sarà sparso un mare di sangue fraterno... Per la quale i deboli soffriranno e i forti periranno... Caos,.. Tenebre... Quindi aurora novella in cielo purpureo... Il mondo rosseggia... I papaveri rossi dell’oblio crescono sulle tombe di un passato che più non ritorna... Papaveri rossi nei cimiteri, papaveri rossi tra le messi ubertose fecondate dal sole. Leggi, medita e non temere: tutto ciò è per il meglio, e ciò che avverrà era decretato che avvenisse...».

Il Bligh Bond così continua:

«Tre anni dopo ci venne nuovamente impartito un solenne preannuncio nel medesimo senso, ed è a notarsi che in esso s’insiste ulteriormente sul tema misterioso dei papaveri rossi. Venne dettato in data 26 ottobre 1912, ed è formulato come segue:

«La festa dei “Papaveri” ricorrerà prima della festa del Cristo... Nota ciò che diciamo. Povertà, fame e libidine di guerra invaderanno tutte le nazioni sulle quali si stende l’ombra della Croce. Coloro che vorrebbero rimanersene in pace non lo potranno, poiché la pace esulerà dal mondo. Comunque, la guerra contro il suo vicino è ancora preferibile alla guerra civile; meglio pertanto fomentare guerre tra vicini e quando l’Europa sarà giunta allo stremo delle forze, s’inizierà il regno dell’Asia, giacché il sole dell’avvenire sta sorgendo su quel continente. Questo il nostro messaggio». (Light, 1925, pag. 537).

Finalmente, nell’anno 1918, le medesime personalità medianiche preannunciarono che le sorti della guerra sarebbero bruscamente mutate, e seguitarono a preannunciare, di volta in volta, la successione degli eventi bellici, fino alla conclusione della pace. Tali preannunci, conseguiti a poca distanza dagli eventi, non rivestono il valore teorico degli altri citati, per cui mi limito a riferire il primo tra essi:

«Nella primavera del 1918, in data 29 marzo (venerdì santo), venne dettato:

­ Vigilate! Dal giorno di Pasqua la marea invadente tornerà indietro rapidamente, decisamente, costantemente. Gli stessi elementi combatteranno in favore della Giustizia, poiché verranno utilizzati onde predisporre la trappola in cui gli avversari dovranno cadere.

«Ora nel lunedì dopo Pasqua i giornali della sera uscirono per la prima volta con un grande titolo in testa, così concepito: “La marea invadente torna indietro”; e in una lettera pubblicata nel giorno di martedì 2 aprile, sul “Daily Chronicle”, il corrispondente di guerra così informava: ­ La furia degli elementi, per la prima volta, nei miei ricordi dacché siamo in guerra, si è dichiarata in nostro favore, flagellando in pieno il fronte nemico ­ ». (Journal of the S.P.R., pag. 235).

Noto ancora che il Bligh Bond richiama l’attenzione sul fatto dell’insistenza con cui le personalità medianiche accennarono al simbolo dei papaveri rossi, aggiungendo in proposito la frase: «Prendete nota di quanto diciamo»; insistenza che risultò giustificata dal fatto che nel simbolo del «papavero rosso» si adombra un ragguaglio premonitorio. Avvenne infatti che le persone reduci dai cimiteri di guerra nelle Fiandre ed In Francia, impressionate dalla circostanza di avere ovunque osservato le tombe dei soldati ricoperte da uno strato compatto di papaveri rossi cresciuti col sangue dei loro morti, proposero che per la commemorazione dei morti in guerra fosse adottato il simbolo del «papavero rosso»; dimodoché per consenso generale della nazione, il giorno dell’armistizio viene ora designato in Inghilterra con l’appellativo: «Il giorno dei Papaveri rossi».

Dissi in principio che i brani profetici sopra riferiti non apparivano teoricamente molto importanti, in quanto si riferivano ad eventi d’ordine generale. E sta bene pei vaticini di guerra propriamente detti; sennonché ad essi viene ora ad aggiungersi quest’ultimo particolare secondario intorno al simbolico significato che avrebbero assunto i papaveri rossi dopo la guerra, particolare che assume un valore teorico notevolissimo, visto che non poteva certo inferirsi da cause esistenti nel presente; e così essendo, allora i vaticini di guerra, non potendosi disgiungere dal particolare riferito, il quale è in rapporto diretto con la guerra, acquistano valore di messaggi genuinamente supernormali.

Ciò posto, non si può non rivolgere la propria attenzione alle seguenti frasi del primo messaggio:

«Tutto è per il meglio; ciò che avverrà era decretato che avvenisse... Comunque, la guerra contro il suo vicino è ancora preferibile alla guerra civile. Meglio pertanto fomentare querele tra vicini. E quando l’Europa sarà giunta allo stremo delle forze, s’inizierà il regno dell’Asia, giacché il sole dell’avvenire sta sorgendo su quel continente».

Che cosa significa tutto ciò? La forza del Destino? L’intervento di una Fatalità nello svolgersi delle vicende umane? Le querele tra i popoli sarebbero dunque fomentate dall’Al di là, allo scopo di risparmiare alla civiltà europea una fine anche peggiore, quale sarebbe la decadenza provocata da guerre civili? Comunque, la decadenza della civiltà europea sarebbe decretata in favore del risorgere di una civiltà Asiatica?

Già si è visto che in una precedente comunicazione della personalità medianica «Imperator», questa, così erasi espressa:

«Prima che le comunicazioni col mondo spirituale si svolgano chiaramente, deve scatenarsi una guerra spaventosa in varie parti del mondo... Tali prove sono indispensabili onde pervenire a uno stato di maggiore perfezione».
Osservo che i brani fatalistici della natura esposta sono frequenti nelle comunicazioni medianiche con l’Al di là; e che quando s’interrogano in proposito le personalità comunicanti, queste rispondono che ciò che noi denominiamo il «Fato» esiste effettivamente, per quanto temperato da una dosatura adeguata di «Libero arbitrio» nell’umanità; libero arbitrio il quale va gradatamente aumentando a misura che i popoli si vanno elevando intellettualmente.

Mi si potrebbe osservare a questo punto, che non è il caso di attribuire importanza alle affermazioni inverificabili delle personalità medianiche. Rispondo che non bisogna dimenticare come i vaticini che le personalità medesime emisero in unione a siffatte affermazioni siansi rigorosamente realizzati; ciò che logicamente non può non conferire un certo valore probativo alle affermazioni d’altra natura da esse formulate; tanto più che l’esistenza stessa di profezie politico­sociali a lunga scadenza, tende di per sé sola a dimostrare fondata la credenza Greco­Romana in una Fatalità incombente sui destini dei Popoli.

Già ne discussi a fondo nel precedente volume sui «Fenomeni Premonitori», e mi riserbo di tornare sull’argomento in apposito capitolo conclusionale.

***

CASO V ­ Quest’altro episodio merita di essere ricordato per la fonte ineccepibile dalla quale emana, nonché pel fatto che il profeta è un capo tribù dei Maori, che sono gli indigeni della Nuova Zelanda.

Nel drammaticissimo volume pubblicato sulla «Battaglia dello Jutland» dal comandante dell’incrociatore da battaglia «New Zeland», questi narra che l’incrociatore in discorso, trovandosi nell’inverno del 1913 nelle acque della Nuova Zelanda, un capo Maori presentò al comandarne uno stendardo da battaglia, raccomandandogli d’inalberarlo immancabilmente nel giorno dell’azione. Il relatore continua:

«Con la presentazione dello stendardo, venne formulata anche una profezia, secondo la quale l’incrociatore sarebbe entrato in battaglia, e sarebbe stato colpito in tre punti: sopra la torre di poppa, nell’albero di prua e nella torre del comando, ma senza gravi danni. (Nella battaglia dello Jutland noi fummo effettivamente colpiti nella torre di poppa, e senza gravi avarie; ma unicamente in quel punto).

«Io feci osservare al capo Maori che quanto egli vaticinava poteva benissimo realizzarsi, ma che però non interessava né il comando, né gli ufficiali, né l’equipaggio visto che al primo di settembre del 1914 noi tutti dovevamo sbarcare, e un nuovo equipaggio, con nuovi ufficiali e un altro comando, doveva sostituirci. Ma il capo Maori sostenne enfaticamente ch’egli vedeva nella battaglia i medesimi uomini, i medesimi ufficiali e il medesimo comando. Orbene: gli eventi gli dettero ragione, e fummo noi che inalberammo nella battaglia lo stendardo da lui donato all’incrociatore». (Light, 1921, pag. 637). Nell’incidente esposto, il particolare secondario teoricamente importante consiste nel fatto del capo Maori il quale asserisce positivamente che alla battaglia da lui preconizzata prenderà parte il medesimo equipaggio da lui veduto in quel momento sull’incrociatore; e ciò contrariamente all’opinione del comandante, il quale conosceva positivamente la data non lontana in cui doveva sbarcare dall’incrociatore insieme a tutto l’equipaggio; ma, certo, non poteva immaginare che un mese prima di tale data, sarebbe scoppiata la guerra vaticinata dal capo Maori.

Ne deriva che tale particolare secondario, non risultando certo prevedibile in base ad inferenze esistenti nel presente, trae ad ammettere l’origine genuinamente supernormale dell’episodio esposto.

Quanto ai ragguagli, solo parzialmente realizzatisi, intorno alle future avarie di guerra che sarebbero toccate all’incrociatore, l’errore non è tale da menomare il valore della profezia; ed anzi, presumibilmente, in tale sorta di errori abbastanza frequenti nelle profezie, si adombra un quesito metapsichico del più alto significato teorico, giacché in base alla analisi comparata dei fatti emerge che taluni errori quali si rinvengono nelle visualizzazioni subbiettive dei «sensitivi», non dipendono affatto da interferenze o da deficienze nell’agente trasmettitore delle visioni profetiche (il quale può essere, a seconda dei casi, la personalità integrale subcosciente del sensitivo, ovvero una personalità spirituale), ma bensì dalla circostanza teoricamente importantissima, che gli eventi futuri visualizzati dai «veggenti», quando risultano di primaria importanza, sia per l’individuo designato, sia per la collettività, possono risultare fatali per la loro finalità, ma non risultarlo affatto per le modalità con cui si estrinsecano; dimodoché ben sovente avviene che si determinano mutamenti radicali nello svolgersi degli eventi preconizzati. Ripeto che così asserendo io non formulo delle pure induzioni gratuite, ma lo asserisco in base a circostanze di fatto che lo dimostrano, come già feci rilevare nella mia monografia sui «Fenomeni Premonitori» a proposito degli «elementi di variabilità» quali si rinvengono in taluni episodi del genere, nonché a proposito delle così dette «false piste» per le quali si avviano talvolta i «veggenti»; «false piste» le quali non risultano errori, ma «possibilità di vita» che si sarebbero realizzate qualora il consultante non avesse volontariamente, e bruscamente mutato le direttive della propria vita. Ritornerò su tale circostanza di fatto nel capitolo conclusionale, anche a costo di ripetermi, giacché tale rilievo presenta un valore teorico enorme, tenuto conto che quando le varianti subite dagli eventi dipendono dalla volontà umana, esse concorrono efficacemente a dimostrare l’esistenza di un «libero arbitrio» relativo, il quale è bensì relativo, ma in pari tempo conserva una speciale efficienza, ed è moralmente adeguato.

* * *

CASO VI ­ Gli episodi che seguono risultano d’origine positivamente medianica, come tanti altri del genere, e presentano la caratteristica rilevata nell’episodio or ora esposto; vale a dire che contengono incidenti i quali non si realizzarono, per quanto questi non concernano la guerra, ma le condizioni interne politico­sociali della Francia in conseguenza della guerra.
Si tratta delle visioni profetiche manifestatesi subbiettivamente alla ormai celebre sonnambula­medium «Reine», lungamente studiata da Pierre Cornillier. Quest’ultimo pubblicò recentemente un libro intitolato: La Prédiction de l’Avenier, nel quale egli analizza le profezie formulate in condizioni di sonnambulismo medianiche ed estatico, dalla sensitiva in discorso, profezie che risultarono teoricamente istruttive, tanto quelle che si realizzarono, quanto le altre che non si realizzarono.

Ecco i brani salienti della principale visione profetica apparsa alla medium:

«SEDUTA DEL 1° FEBBRAIO 1913. ­ Non appena in sonno, e senza che nulla facesse prevedere ciò che si preparava, Reine si raddrizzò di scatto sul seggiolone, come invasa da terrore, e alzando le braccia, esclamò: ­ Ah! Ah! Ma è orribile! E’ spaventevole! Che orrore ! Come si battono! Soldati... Cavalieri... Che orrendo macello! Del fuoco, del sangue dovunque... Ma è spaventevole! Si massacrano a vicenda! Che carneficina! Vi sono cumuli di cadaveri; feriti a migliaia... Le città crollano... Anche dal cielo piovono fiamme e mitraglia!...

«Passano treni sopraccarichi di soldati... Cavalli a migliaia, che i soldati spingono avanti, per caricarli sui furgoni. E i treni che passano sono innumerevoli... Ancora, ancora treni sovraccarichi di soldati infornati nei vagoni... E tutto questo per andare a uccidere!

«Dovunque scorgo incendi... Tutto è devastazione! Le campagne, le foreste, le città intere... Morte, rovina, desolazione dappertutto! Oh! brutto spettacolo, ripulsivo, orrendo!».

E la povera Reine freme e si contorce disperata nel seggiolone in cui giace immersa in sonno medianico.

Ma le immagini della guerra continuano a svolgersi senza interruzione dinanzi alla sua visione subbiettiva. Essa osserva:

«La guerra si estende sull’orizzonte sconfinato... Province intere sono invase... In terra, in cielo, dappertutto si assassina, si saccheggia, si distrugge!... L’Europa... Tutte le nazioni europee sono in delirio!».

Poi cambia scenario. Dei mesi sono passati, e i medesimi reggimenti che la medium aveva visto partire gloriosi ed acclamati, ritornano dal fronte... Molto decimati, con le uniformi a brandelli, coperti di fango, in condizioni deplorevoli... Tra essi, Reine scorge dei reggimenti di soldati stranieri; e descrivendomi la sua visione, essa osserva:

«Siccome io non conosco le uniformi, non posso sapere a quale nazione appartengono... Che siano inglesi? Io non lo so, ma indubbiamente appartengono a un’altra nazione... ».

Nella SEDUTA DEL 1° DICEMBRE 1913, Reine esclamò:

«Un grande impero vicino entra nella sua fatalità. Il più potente dei monarchi dovrà cadere. Ciò sta scritto nelle segnalazioni astrali che precedono gli eventi... Sì: è fatale... l’impero si trasformerà in repubblica».

Quando poi la guerra è in pieno svolgimento, la medium enuncia ancora qualche raro vaticinio, che si realizza, come tutti gli altri.

Il giorno 21 gennaio 1916, epoca della formazione della “Armata d’oriente”, che, a norma di chi la concepiva, doveva obbligare la Germania a sospendere la guerra in Europa, essa, parlando in nome dello “spirito­guida Vetellini”, osservò:

«No; la disfatta dei tedeschi avverrà sul fronte francese, e non sarà Joffre che la determinerà. Gli eserciti francesi non invaderanno la Germania... Essi giungeranno fino al Reno...».

Il giorno 12 dicembre 1916, Joffre venne infatti sostituito dal generale Nivelle. Ma il domani la medium in sonno osservò ancora:

«Neanche questo sarà il generale che salverà la situazione. Un altro, a suo tempo, deve sorgere».

Finalmente, il 13 dicembre 1918, quando giunse la nuova che Wilson, il Presidente degli Stati Uniti, si era imbarcato per la Francia, “Vetellini”, lo “spirito­guida” di Reine, così commenta: «La discordia è in cammino!». E, purtroppo, anche quest’ultimo vaticinio si è realizzato, specialmente ai danni dell’Italia.

Non è da trascurare quest’altra profezia ancora da realizzarsi. In data 29 dicembre 1913, Reine osserva:

«Verrà giorno che i popoli dell’Islam si risveglieranno scacciando dalle loro contrade gli elementi stranieri. Allora il centro della futura potenza mondiale passerà dall’Europa all’Asia».

Quest’ultima profezia è da confrontare con l’altra analoga dianzi riferita, in cui le personalità medianiche comunicanti nelle esperienze del Bligh Bond, si espressero come segue:

«... Quando l’Europa sarà giunta allo stremo delle forze, s’inizierà il regno dell’Asia, giacché il sole dell’avvenire sta sorgendo su quel continente».

E vi sono parecchie altre profezie in cui si afferma il medesimo evento. Ai posteri l’ardua sentenza; per quanto già da ora tutto concorre a far presumere che le profezie in discorso siano destinate fatalmente a realizzarsi in un tempo non lontano.

Passando ad accennare alle profezie che non si realizzarono, ripeto che le medesime non riguardano direttamente la guerra, ma le vicende interne della Francia durante la guerra, e in seguito alla guerra. In esse si preannuncia la rivoluzione a Parigi, e la caduta della repubblica; mentre Reine scorge a sé dinanzi i nuovi personaggi elevati al potere, e li descrive con un’accuratezza meticolosa e meravigliosa.

Che pensarne? Ricordo in proposito quanto già ne scrissi nei commenti al caso V, a proposito delle così dette «false piste» in cui si avviano talvolta i veggenti, le quali non risulterebbero fantasie onorico­subcoscienti, ma bensì veridiche successioni di cause ed effetti esistenti in potenza, ma che non si realizzarono in quanto gli avvenimenti, pervenuti al punto critico di «biforcazione» (che nel caso nostro implicava la sconfitta o la vittoria), presero un avviamento diverso da quello visualizzato dal sensitivo, determinando una successione diversa di cause ed effetti. Per cui dovrebbe inferirsene che nel caso nostro la medium Reine abbia avuto la visione di quanto sarebbe avvenuto qualora la Francia fosse stata sconfitta.

Ripeto che così esprimendomi io non formulo un’induzione gratuita, ma propongo un’ipotesi legittima perché fondata sull’analisi comparata di una lunga serie di fatti, di cui ho fornito un saggio adeguato e commentato nel capitolo dei libro sui «Fenomeni Premonitorii» il quale s’intitola: «Premonizioni in cui si rileva un elemento di variabilità teoricamente importante».

* * *

CASO VII ­ Volendo riuscire possibilmente completo nella esposizione delle profezie veridiche intorno alla grande guerra, non posso esimermi dal riferire tre altri episodi i quali non rivestono grande valore teorico, ma in compenso ebbero a protagonisti degli individui che sotto punti di vista diversi, sono personalità eminenti; senza contare che se si analizzano gli episodi stessi con la dovuta sagacia, e si considerano in unione agli altri, essi acquistano il necessario valore probativo, nel senso che non può esservi motivo per non considerarli a loro volta di natura genuinamente supernormale.

Di questo primo episodio è protagonista il celebre «curato d’Ars»: Jean Baptiste Vianney, canonizzato

recentemente dalla Chiesa. Maurizio Maeterlinck lo riferisce nel suo libro: Les Débris de la Guerre. Egli scrive:

«... La profezia in discorso fu conosciuta nel 1872, tre anni dopo la morte del taumaturgo, e confermata da una lettera di Monsignor Perriot, indirizzata il 24 febbraio 1872 al padre Don Grès. Essa, d’altronde, fu pubblicata nel 1872 in una raccolta di vaticini intitolata: Voix prophetiques ou Signes; Apparitions et prédictions modernes.

Ne deriva che la data della profezia in esame risulta certa. Sorvolo sui particolari concernenti la guerra del 1870, poiché essi non offrirebbero analoghe garanzie, e vengo a quanto si riferisce alla guerra attuale. Cito il testo del 1872.

«I nemici non se ne andranno definitivamente. Torneranno ancora, distruggendo tutto sul loro passaggio. Non si resisterà loro, ma si lascieranno avanzare. Verranno invece tagliati i viveri ad essi, e si infliggeranno loro enormi perdite. Si ritireranno gradatamente verso le loro contrade, seguiti sempre da vicino dai nostri; e saranno pochi quelli che torneranno alle loro case. Allora noi riprenderemo al nemico ciò di cui erasi impadronito, ed anzi molto di più».

Quanto alla data dell’avvenimento, essa venne designata dal veggente in guisa veramente impressionante, con queste parole: «Mi vorranno canonizzare, ma non ne avranno il tempo». Ora avvenne che i preliminari della canonizzazione del curato d’Ars, furono iniziati nel luglio del 1914, e abbandonati forzatamente in causa della guerra».

Come avevo preavvertito, la profezia esposta risulterebbe di per se stessa troppo vaga, troppo generica per doversi prendere in considerazione; ma in compenso, si contiene in essa un secondo vaticinio, complementare del primo, riguardante ad un tempo la data in cui avrebbe dovuto scoppiare la guerra, e la data in cui la Chiesa avrebbe iniziato il processo di canonizzazione del veggente stesso; e questo secondo vaticinio basta da solo a conferire valore teorico alle frasi troppo generiche del primo tra essi. Ciò in quanto il secondo non poteva certo inferirsi da cause esistenti nel presente. In altri termini: posto che il secondo vaticinio risulta indubbiamente d’ordine supernormale, allora anche il primo, il quale è in rapporto diretto col secondo, deve risultare d’ordine supernormale.

* * *

CASO VIII ­ Questo secondo tra gli episodi di cui si tratta, ebbe per protagonista un sommo psicologo: il professore Teodoro Flournoy, di Ginevra. Egli, scrivendone al professore Hyslop (che pubblicò la sua lettera nel «Journal of the American S.P.R.» (1915, pag. 238­240), avvertì che desiderava non si facesse il suo nome, ma ciò unicamente per ragioni di opportunismo politico­amministrativo d’indole locale, ragioni che più non sussistono; dimodoché considerando che la visione che sto per riferire acquista gran parte del suo valore dal nome dell’eminente psicologo che ne fu protagonista, io non esito a pubblicarlo. Egli, in data 15 dicembre, 1914, scriveva in questi termini al prof. Hyslop:

«Ben volentieri mi accingo a riferire l’esperienza cui ebbi a sottostare prima della guerra, sebbene, per ora, preferirei che non si facesse il mio nome...

«Quando ebbi l’esperienza di cui si tratta, mi trovavo in compagnia del dottore Roberto Assagioli, direttore della rivista Psiche, il quale condivideva con me la medesima camera... Vi trasmetto qui unita la sua testimonianza.

«Circa tre settimane prima che la guerra scoppiasse, e prima che vi fosse il benché menomo accenno o sospetto che potesse avvenire un alcunché di simile in Europa; quando ancora tutti ritenevano che il persistente sforzo dell’Austria per soggiogare la Serbia si sarebbe esaurito senza conseguenze, come già tante volte in passato, io, mi trovavo a Zurigo, ospite di un amico, insieme al dottore Assagioli di Firenze.

«Una sera, al momento in cui mi coricavo, mi trovai improvvisamente a guardare, non già il soffitto della camera, il quale era sparito, ma direttamente nello spazio, in cui vedevo svolgersi una tremenda battaglia, che rapidamente pareva estendersi al mondo intero. Mi riesce assai arduo il tradurre in parole ciò che si svolgeva a me dinanzi. Scorgevo immense schiere di uomini armati che si scagliavano gli uni sugli altri. Era uno spettacolo che aveva in sé del Titanico e del Cosmico. I due eserciti combattenti mi apparivano così sterminati che parevano estendersi fino a circondare il mondo intero, ed uno tra essi pareva a me rappresentasse la potenza benefica della Luce, l’altro la potenza malefica delle Tenebre. Sebbene io non percepissi col senso fisico dell’udito, avvertivo ugualmente un tremendo frastuono di battaglia che pareva invadere l’universo, e rintronava con tale veemenza nelle mie orecchie da provocare in me uno stordimento generale. Quella spaventosa visione di guerra persisté nel cielo per l’intera notte, e il frastuono che me ne giungeva influì potentemente sull’animo mio. Procurai con ogni mezzo d’impedire agli occhi di vedere, e alle orecchie d’udire, ma inutilmente. Mi alzai letteralmente esausto, procurando fissare la mia attenzione sopra qualche cosa d’altro, ma mi riuscì impossibile. Per quarantotto ore di seguito io vissi scorgendo e udendo questa tremenda conflagrazione mondiale, mentre le cose concrete che mi circondavano, mi apparivano effimere, come ombre. Nel contempo ebbi a conversare con gli amici, e nei due pomeriggi del medesimo periodo, presi parte a due pranzi cui ero invitato; eppure, malgrado ciò, per quarantotto ore di seguito fui spettatore di quella visione terribile, la quale mi lasciò a tal segno estenuato, che in me pareva spenta ogni vitalità.

«Io non attribuivo significato terreno a ciò che scorgevo; e meno che mai erami occorso di pensare che potesse trattarsi della premonizione di eventi che dovevano realizzarsi in questo mondo. Presupponevo invece potesse trattarsi di un alcunché di simbolico in senso spirituale, oppure delle conseguenze sul mio sistema nervoso di un grande dolore per cui ero passato, causa la morte della mia consorte. Dopo che avevo assistito per trentasei ore a quella visione, mi persuasi che qualche cosa di anormale vi fosse realmente nelle funzioni del mio organo cerebrale, e decisi di consultare un eminente specialista; ma siccome dopo quarantotto ore tutto ebbe fine, io più non pensai a quanto erami occorso, e presto me ne dimenticai.

«Ma quando scoppiò fulmineamente la guerra, allora improvvisamente ricordai; e ricordando, dissi tra me: ­ E’ questo, proprio questo ch’io vidi! E se così è, allora deve certamente trattarsi di una guerra molto più universale, molto più lunga, molto più terribile per le sue conseguenze mondiali, di quanto i governi delle nazioni belligeranti presumono in questo momento.

«Vi ho riferito la mia visione perché me l’avete chiesto, ma dubito che la medesima possa rivestire valore dal punto di vista metapsichico. Nulla di essa si rileva che possa considerarsi teoricamente “probante”, mentre io ritengo di non essere pervenuto a descrivere efficacemente ciò ch’io vidi; giacché si tratta d’impressioni letteralmente inesprimibili a parole. Comunque, penso che per voi personalmente la mia visione potrà rivestire un certo valore; e perciò ve la mando insieme all’attestazione firmata del dottore Assagioli».

(Segue la testimonianza del dottore Roberto Assagioli in merito alla scrupolosa esattezza della narrazione esposta).

A proposito dell’ultima osservazione del professore Flournoy circa lo scarso valore teorico della visione avuta, il prof. Hyslop osserva:

«E’ la massa cumulativa di siffatte esperienze che concorre a creare l’elemento probativo, dal punto di vista scientifico; e lo scopo da noi perseguito pubblicando narrazioni come la precedente, non è precisamente e primariamente di dimostrare una teoria, ma di registrare e classificare esperienze occorse a persone intelligenti. Non è nostro compito quello di procedere alla scelta degli incidenti che risultino buone prove in sostegno di una teoria, eliminando quelli deficienti in tal senso. Noi siamo collettori di fatti metapsichici, e lasciamo ai lettore il compito di giudicare intorno ad essi...».

Così è, infatti. La visione dei prof. Flournoy, qualora si volesse considerarla isolatamente, potrebbe, a tutto rigore, spiegarsi con la solita teoria allucinatoria consecutiva a un periodo di depressione morale nei paziente; ma se invece la si considerasse cumulativamente a tante altre analoghe che si svolsero durante il periodo anteriore alla guerra, allora non vi è motivo per separarla dalie altre, ritenendola d’origine puramente allucinatoria, nei senso patologico della parola. Tanto più se si tien conto che il professore Flournoy dichiara che non pensava affatto alla possibilità di una guerra; e così essendo, allora egli non poteva autosuggestionarsi nel senso della visione avuta. Si aggiunga che in essa si rilevano particolari profetici intorno all’estensione mondiale che avrebbe preso la guerra, i quali non erano nella mente di alcuno in quei giorni.

Inoltre, non vi sarebbe motivo di separarla dalle altre dei genere, ritenendola d’origine allucinatoria qualora si rilevino le interessanti analogie di estrinsecazione che la medesima presenta con quella riferita nel caso VI, in cui la medium Reine si era alzata di scatto, come invasa da terrore, esclamando: «Ah! Ah! Ma è orribile! E’ spaventevole! Che orrore! Come si battono! Soldati... Cavalieri... Che orrendo macello! Dei fuoco, del sangue dovunque... Ma è spaventevole! Si massacrano a vicenda! Che carneficina! Vi sono cumuli di cadaveri; feriti, a migliaia... Dovunque sono incendi... Tutto è devastato! Le campagne, le foreste, le città intere... Morte, rovina, desolazione dappertutto! Oh! brutto spettacolo, ripulsivo, orrendo!...».

Quanto alle cause che determinarono, o resero possibile tale vivacissima e insolitamente persistente visione premonitoria del prof. Flournoy, noto com’egli osservi che durante il periodo della visione, le cose concrete che lo circondavano gli apparivano quali ombre effimere; il che dimostra com’egli si trovasse in condizioni più o meno larvate di sonnambulismo vigile; ciò che concorre ulteriormente a provare che si trattava di visione veridica simbolico­ medianica, e non mai di allucinazione patologica.

Rimane insoluto ed insolubile il mistero fondamentale implicito in ­33­

tutte le visioni profetiche; mistero che può formularsi nel seguente interrogativo: Chi era l’agente trasmettitore delle visioni veridiche in discorso? Erano visioni trasmesse telepaticamente da una personalità spirituale, allo scopo di preavvertire il veggente, e per di lui mezzo preavvertire l’umanità, sulla imminenza di un cataclisma di sangue; oppure era la personalità integrale subcosciente del veggente stesso, la quale, edotta sull’imminenza della grande guerra in virtù delle facoltà precognitive inerenti a tutte le personalità subcoscienti, colse l’occasione dello stato di depressione morale in cui versava la propria personalità cosciente – stato favorevole alla trasmissione di visioni allucinatorio­ veridiche – onde avvertirla su quanto stava per accadere?

Questo può affermarsi in proposito: che per la spiegazione dei fenomeni delle visioni profetiche, non possono darsi altre alternative che le due accennate, le quali sono entrambe possibili, entrambi legittime, entrambe confermate dall’analisi comparata dei fatti, nonché necessarie entrambe onde darsi ragione del complesso dei medesimi. Di più non è lecito affermare in rapporto al caso in esame.

* * *

CASO IX ­ Questo terzo ed ultimo episodio appartenente al gruppo di cui si parla, ebbe per protagonista il celebre romanziere inglese Sir Conan Doyle, il quale è anche un profondo cultore di ricerche metapsichiche, nonché un sensitivo notevole il quale fu più volte favorito da manifestazioni premonitorie. Nel libro: Memorie ed avventure, egli osserva in proposito:

«Parecchie volte in vita mia mi sono risvegliato sotto l’impressione vivacissima di cognizioni da me acquisite durante il sonno, e che sentivo indugiarsi ancora sulla soglia della coscienza. Nell’ultima di tali circostanze, mi rimase il ricordo della parola “Nalderu”, e la vivacità dell’impressione fu tale, da determinarmi a prendere nota del fatto e della parola. Un mese dopo, mi occorse improvvisamente di dover partire per l’Australia, e il vapore sul quale m’imbarcai si chiamava “Naldera”, nome del quale ignoravo assolutamente l’esistenza».

Durante la guerra, e precisamente nel mese di aprile 1917, accadde al Conan Doyle un’altra di siffatte manifestazioni premonitorie in sonno, che più non ricordò da sveglio, salvo una vaga idea generica di vittorie, e una parola fissatasi vivacissima nella sua memoria. Egli ebbe cura di inviare una nota in proposito alla «Society for Psychical Research», affinché l’incidente ch’egli riteneva premonitorio, fosse debitamente registrato prima che si realizzassero gli eventi che dovevano confermarlo; e quando gli eventi si realizzarono, egli inviò la lettera seguente al segretario della Società medesima, che la pubblicò nel numero di gennaio 1919 (pag. 10­12) del Journal of the S.P.R., unitamente alla nota inviata in precedenza dal Conan Doyle:

«Spettabile Segretariato della S.P.R.,

«Nel mattino del 4 aprile 1917, io mi svegliai con una vivacissima impressione di avere appreso nel sonno notizie importantissime. Avevo inoltre il sentimento che si trattasse d’informazioni apportatrici di grande conforto nell’animo mio; ma, purtroppo, io non ricordavo che una sola parola del messaggio supernormale ottenuto, e la parola era questa: “Piave! Piave!”. Avevo la certezza che si trattava di una parola fondamentale del messaggio dimenticato; nel senso che prendendone nota, io avrei posseduto la “chiave di volta” del messaggio stesso.

«Nelle mie letture io dovevo indubbiamente avere avuto cognizione di tale parola, e durante la mia visita al fronte italiano, io dovevo avere varcato il fiume che ne porta il nome; ma io non avevo ritenuto il nome di nessun corso d’acqua varcato, salvo quello del fiume Isonzo, sul quale ferveva in quei giorni la battaglia. Ne derivava che la parola “Piave” non suggeriva letteralmente nulla al mio pensiero. Comunque, l’impressione vivacissima rimasta nella mia memoria, m’indusse a recarmi nello studio onde consultare l’indice di un atlante europeo; e allora scopersi che quella parola era il nome di un fiume italiano, retrostante di oltre cinquanta miglia al fronte di combattimento, sul quale l’esercito italiano avanzava dovunque vittoriosamente. Nulla di più assurdo per me che pensare alla possibilità di un trasferimento della guerra sul Piave. Nondimeno, ero talmente impressionato dal sogno fatto, che presi nota immediata dell’incidente occorsomi, in presenza di due testimoni, apponendo alla nota la data del 4 aprile 1917, e rilevando in essa di essere stato informato pel tramite supernormale che un grande evento di guerra si sarebbe svolto sul fiume Piave; aggiungendo che in base al senso di conforto in me rimasto, ne deducevo che dovesse trattarsi di un grande evento favorevole agli Alleati; per quanto io non riuscissi a raccapezzarmi come un grande evento guerresco, a noi favorevole, dovesse svolgersi a cinquanta miglia nelle retrovie.

«Ora, nondimeno, è materia di storia che sei mesi dopo l’esercito italiano veniva sloggiato dalle sue posizioni. Al momento in cui si compieva la grande ritirata, io inviai una busta sigillata alla S. P. R., in cui si conteneva la relazione del sogno fatto. L’esercito italiano varcò diversi corsi d’acqua, tra i quali il Tagliamento, dove pareva probabile una sosta, e finalmente si arrestò proprio sul Piave, per quanto i tecnici avessero dichiarato che quel fiume non poteva difendersi, in quanto era esposto agli attacchi dell’ala sinistra nemica.

«Allorché terminavo di scrivere il mio libro: The New Revelation, l’esercito italiano aveva preso posizione sul Piave, e nel riferire l’incidente del mio sogno, io così mi espressi: “Qualora null’altro avvenisse di notevole, l’allusione a un tal nome risulterebbe già pienamente giustificata nell’ipotesi che un’entità spirituale avesse inteso trasmettermi notizie sugli eventi che andavano maturando; nondimeno io ritengo che con l’allusione al Piave si sottointendeva ben altro ancora, e che una vittoria decisiva su quel fiume giustificherà ulteriormente e mirabilmente le modalità supernormali per cui ne venni a conoscenza”. Questo paragrafo vide la luce nell’aprile del 1918.

«Orbene: tutti ricordano che il giorno 17 giugno 1918, fu combattuta la prima grande battaglia sul Piave; che se non fu una grande vittoria, fu però una vittoria importante; ed è notevolissimo il fatto che la data della medesima segnò il punto di reversione nelle sorti della guerra. Fino a quel giorno, e soltanto in quell’anno, gli Alleati avevano subito tre severe disfatte: la seconda battaglia della Somme, la battaglia di Lys, e la seconda battaglia dell’Aisne. In data 17 giugno, la prospettiva sulle sorti della guerra appariva assai oscura; ma dal giorno della battaglia del Piave gli eserciti Alleati non arretrarono più su nessuno dei fronti, e su tutti i fronti cominciò una successione di vittorie, che culminarono in quella italiana, seconda del Piave; vittoria che riuscì la più completa e decisiva di tutta la guerra. Ne deriva che trasmettendomi la parola “Piave”, l’entità spirituale comunicante mi aveva trasmesso la “chiave di volta” dell’intera situazione.

«Nessuno penserà certo a spiegare i fatti ricorrendo all’ipotesi delle “coincidenze fortuite”; tanto più che ove anche il mio subcosciente avesse saputo dell’esistenza di un fiume chiamato “Piave”, ciò non bastava certamente a far retrocedere l’esercito italiano fino alle sue sponde. Si sarebbe dunque trattato di telepatia? Meno che mai, visto che nessuno al mondo poteva telepatizzarmi tale successione di eventi futuri. Stando così le cose, come risolvere il quesito? Per conto mio sostengo che l’unica spiegazione possibile consista nel presumere che un’entità spirituale amica mia, sapendomi in quel momento assai demoralizzato per la sorte costantemente avversa toccata alle nostre armi, si affrettò ad apportarmi il conforto morale di cui abbisognavo, informandomi sui prossimi eventi decisivi che si andavano maturando in favore degli alleati. E’ vero che in base all’esperienza mia propria, io sono edotto sul fatto che gli spiriti dei defunti a noi più prossimi, dimostrano facoltà premonitorie molto limitate ed incerte; ma debbo aggiungere che vi sono motivi per farmi presumere che il messaggio ottenuto avesse origini molto più elevate. In pari tempo confesso di non pervenire a darmi ragione del fatto che io, e non altri abbia goduto di tale privilegio».

Per quanto il valore premonitorio dell’episodio esposto risulti imperniato sopra una sola parola, bisogna pur convenire come ciò non impedisca di dover classificare l’episodio stesso tra i più notevoli del genere, tenuto conto che non sarebbe possibile trovare un’altra parola più comprensiva di questa, nella quale viene a sintetizzarsi la storia del glorioso periodo risolutivo della guerra. Qualora tra i lettori vi fosse chi volendo sofisticare, andasse in cerca di qualche altra parola con cui segnalare un fatto d’armi ugualmente espressivo del periodo storico in cui le sorti della guerra si mutarono improvvisamente e definitivamente in favore degli alleati, egli non ne troverebbe. Le due grandi battaglie capaci di caratterizzare tale periodo, sono soltanto quelle combattute e vinte sul Piave, e l’ultima tra esse è anche l’unica vera disfatta inflitta al nemico in tutta la guerra. Vi è pertanto motivo di apprezzare maggiormente il valore teorico del fenomeno premonitorio in esame, proprio in base al fatto ch’esso è costituito da una sola parola, mercé la quale, però, venne mirabilmente alluso alla storia sostanziale di un lungo periodo di vittorie risolutive, cominciate con la prima del Piave, e concluse con la seconda.

* * *

CASO X ­ Passo a citare un fenomeno premonitorio che si riferisce all’assassinio dell’Arciduca Ferdinando a Serajevo (28 giugno 1914); vale a dire, alla causa che scatenò la grande guerra dei quattro anni.

Il caso venne investigato a fondo da M. Grabinski, che ne pubblicò la relativa documentazione sulla rivista metapsichica tedesca Psychische Studien (1918, pag. 324 e 465). Non possedendo la relazione originale, riferisco il caso nel riassunto che ne diede il professore Charles Richet nel suo Traité de Métapsychique (pag. 496).

«Monsignor Giuseppe De Lanji, vescovo di Grosswarden, narra che verso le quattro del mattino del giorno 28 giugno 1914, sognò di scorgere sul proprio scrittoio una lettera listata a nero, fregiata con le armi gentilizie dell’Arciduca Ferdinando (Monsignor De Lanji era stato professore dell’Arciduca per la lingua ungherese). Nel suo sogno, monsignor De Lanji aperse la lettera, in testa della quale osservò il disegno di una strada, nella quale faceva capo un’altra stradicciuola. Nella strada vide l’Arciduca con la consorte seduti nella propria automobile. A loro di fronte sedeva un generale, e sul davanti, a fianco dello “chauffeur”, un ufficiale. La folla circondava l’automobile dell’arciduca, e dalla folla sbucavano due giovani che sparavano sull’Arciduca. Il testo della lettera era il seguente:

«“Eminenza e caro dottore De Lanji,

«“Vi partecipo che io e la mia consorte, siamo rimasti vittime di un delitto politico. Entrambi ci raccomandiamo alle Vostre preghiere.

Serajevo, 28 giugno 1914. Ore 4 del mattino”.

«Monsignor De Lanji così continua: “Mi risvegliai tremante, e guardai l’ora: erano le quattro e mezzo. Presi nota sul momento del sogno fatto, riproducendo in uno schizzo il formato della lettera dell’arciduca apparsami in sogno. Alle 6, quando il mio domestico batté alla porta, mi trovò seduto allo scrittoio, ancora tremante, in atto di recitare il santo Rosario. Gli dissi: ­ Chiamate mia madre e l’ospite che abbiamo con noi, poiché intendo raccontar loro il tristissimo sogno che ho fatto.

«“Nella giornata mi giunse un telegramma in cui mi si partecipava la terribile notizia”.

«Le citazioni esposte sono ricavate dalla lettera che monsignor De Lanji scrisse al proprio fratello Edoardo De Lanji, gesuita e professore a Laufkirchen».

Il prof. Richet fa rilevare che si tratta di una premonizione in cui i particolari risultano estremamente precisi e veridici, salvo la circostanza che non vi furono colpi di arma da fuoco, bensì lancio di una bomba.

Il caso è interessante, in quanto l’assassino di Serajevo fu la causa o meglio il pretesto per cui venne scatenata la grande guerra. All’infuori di ciò, non si saprebbe affermare con sicurezza se l’episodio in discorso debba considerarsi premonitorio, ovvero telepatico. Come si è visto, il sogno di monsignor De Lanji avvenne intorno alle quattro e mezza del mattino stesso in cui fu perpetrato l’assassinio, e nella lettera simbolica apparsa al percipiente, venne indicata l’ora dell’assassinio alle ore 4 del mattino. Qualora ciò fosse, allora si tratterebbe di un fenomeno telepatico. Non pare però probabile che l’arciduca e la consorte si trovassero già a percorrere le vie di Serajevo alle ore quattro del mattino. Comunque, è ovvio che solo a condizione che il sogno di monsignor De Lanji fosse occorso qualche tempo prima dell’assassinio, potrebbe parlarsi di premonizione.

* * *

CASO XI ­ Quest’altra profezia risale al 1868, e si riferisce al regno di Serbia, dove è molto nota, dal giorno in cui venne formulata; e ciò pel fatto che il governo del paese aveva ordinato un’inchiesta in proposito.

Il conte Chedo Mijatovich, già ministro plenipotenziario di Serbia a Londra, la riferisce in due articoli pubblicati sul

Light (1920, pag. 34, e 1921, pag. 326). Egli scrive :

«Allorché il 13 marzo 1903, la famosa chiaroveggente Mrs. Burchell, di Bradford, vide e descrisse l’assassinio di re Alessandro e della regina Draga di Serbia, e lo descrisse nei più minuziosi particolari quali dovevano realizzarsi il giorno 11 giugno dell’anno medesimo, il segretario della “Society for Psychical Research” mi chiese se conoscevo qualche altra profezia in cui gli eventi preconizzati dovessero ancora realizzarsi. Avendo risposto affermativamente, venne concordato tra di noi che io avrei trascritto tale profezia, l’avrei accuratamente sigillata entro una busta, e consegnata alla società in discorso, la quale non l’avrebbe aperta fino a quando io stesso non la invitassi a farlo. In essa io avevo trascritto ciò che un contadino serbo, di nome Matha, nativo del villaggio di Kremma, nel distretto di Ujitza, aveva profetizzato nell’anno 1868 in merito a quanto sarebbe avvenuto in Serbia, allorché il Pretendente principe Pietro Karageorgevich fosse diventato re di Serbia. Ora invito pubblicamente la “Society for Psychical Research” ad aprire la mia busta, e a riferire la prima parte della relazione ivi contenuta (non ancora la seconda). Si vedrà che il contadino Matha predisse gli eventi che dovevano realizzarsi quarantasette anni dopo, e dei quali noi tutti fummo spettatori...».

Questa la relazione intorno alla profezia:

«Il giorno 29 maggio 1868, un contadino serbo, di nome Matha, residente nel piccolo villaggio di Kremma (al sud­ est della Serbia), giunse di corsa nella vicina città di Ojitse, capoluogo del distretto, e ne percorse le principali strade gridando: “Fratelli, aiuto! Assassinano il nostro principe!” La polizia, ritenendolo ubriaco o pazzo, lo trasse in arresto. Ma due o tre ore dopo, giunse un telegramma ufficiale da Belgrado in cui si annunciava che il principe regnante Michele Obrenovich era stato assassinato. Gli agenti della polizia sospettarono allora che l’uomo tratto in arresto avesse avuto rapporti coi cospiratori; per cui gli chiesero che spiegasse loro come mai fosse venuto a cognizione dell’assassinio del principe. Matha rispose che soffriva di una speciale infermità, e che quando tale infermità lo coglieva, egli veniva a conoscenza degli eventi futuri sotto forma di visioni. Allora gli si chiese se fosse in grado di descrivere qualche altro evento futuro il quale si riferisse alla Serbia; ed egli, in risposta, dettò a un segretario, in presenza del prefetto e del Presidente della Corte di Giustizia del distretto, una successione di eventi futuri da lui visualizzati, i quali si realizzarono nei successivi quarant’anni della storia del regno di Serbia. Il documento originale della profezia si conserva tuttora negli archivi di Stato di Belgrado. L’ultima delle visioni in esso contenute è la seguente:

«“Il pretendente al trono, principe Pietro Karageorgevich, diverrà re di Serbia. Durante il suo regno io scorgo degli eserciti nemici i quali invadono il paese, occupandolo per qualche tempo. In conseguenza di tale invasione, il popolo serbo attraverserà un periodo di privazioni e di sofferenze tanto terribili che gli uomini passando vicino a un camposanto, esclameranno: ­ Felici voi che siete morti, e non avete da soffrire quanto noi soffriamo! ­ Ma dopo qualche tempo, apparirà sulla scena un uomo il quale monterà un cavallo bianco, e adunerà intorno a sé il popolo in armi, scacciando il nemico dal nostro paese, e riunendolo tutto in un solo stato. Ciò avvenuto, avrà principio un’èra di grande prosperità per la Serbia, e gli uomini che passeranno vicino a un camposanto, esclameranno: ­ Quale disdetta per voi che siete morti, e non potete condividere la nostra felicità!”

«Come si vede, dal paragrafo citato risulta che un umile contadino serbo, previde eventi che si realizzarono nel nostro tempo, vale a dire mezzo secolo dopo! Si noti che venne altresì confermato il particolare del cavallo bianco, poiché il maresciallo Mishish, generalissimo dell’esercito serbo, montò costantemente un cavallo bianco durante lo svolgersi dell’intera guerra balcanica».

Questa la profezia inviata dal conte Chedo Mijatovich alla «Society for Psychical Research» affinché fosse debitamente registrata e deposta negli archivi della Società in discorso; e ciò nel 1903, vale a dire undici anni prima che si realizzassero gli eventi in essa vaticinati.

Noto nondimeno com’essa apparisca ­ a tutta prima ­ troppo generica per essere considerata probante in senso supernormale. Anche il particolare veridico dell’uomo che doveva scacciare il nemico dal paese, il quale avrebbe montato un cavallo bianco, non riveste grande valore teorico, tenuto conto che i cavalli bianchi sono molto comuni, e in conseguenza che la realizzazione dell’incidente episodico potrebbe attribuirsi con ragione a semplice coincidenza. Sennonché non deve dimenticarsi che il veggente predisse tali eventi di guerra mezzo secolo prima; e questa è una circostanza di fatto molto importante in favore della genesi supernormale della profezia; alla quale circostanza deve aggiungersi quest’altra più importante ancora, ed è che il veggente designò esattamente l’epoca in cui dovevano realizzarsi gli eventi preconizzati, spiegando che l’invasione degli eserciti nemici avrebbe avuto luogo quando il pretendente al trono, Pietro Karageorgevich, sarebbe divenuto re di Serbia. Ora tutto ciò implica una convergenza d i eventi assai complicata, da non potersi normalmente prevedere, a cinquant’anni di distanza, in virtù d’inferenze desunte da cause esistenti nel presente. Ne deriva che non potrebbero ragionevolmente accamparsi dubbi sulla natura genuinamente supernormale della profezia in esame.

* * *

CASO XII ­ Dopo la profezia ch’ebbe per protagonista un contadino, passo a riferirne un’altra in cui la protagonista

una contadina. Venne investigata dall’abbate J. A. Petit, che la trascrisse direttamente dalle labbra della veggente, nell’anno 1913, e la pubblicò sul giornale La Vie Nouvelle, di Beauvais, nel febbraio del 1914. L’abbate Petit osserva:
«Quell’umile contadina non aveva alcuna idea di ciò che può essere una relazione destinata al pubblico, e rese le proprie idee come meglio poté, abbondando nelle ripetizioni, e sovente usando uno stile ben poco comprensibile...

Passavano dinanzi alla di lei visione subbiettiva, in successione continua, dei quadri assai complessi rappresentanti eventi futuri, che la veggente si sforzava a descrivere con le risorse assai limitate del proprio frasario di contadina. Ne derivò che il testo della profezia è molto lungo, molto prolisso, con descrizioni interminabili di combattimenti sanguinosi; del che, nondimeno, sarebbe ingiusto imputarne esclusivamente la veggente, dal momento ch’essa non poteva esimersi dal descrivere ciò che vedeva svolgersi ininterrottamente a sé dinanzi».

Mi limito a riferire i brani essenziali della profezia in discorso; brani ch’io desumo da uno studio che su di essa pubblicò L. Chevreuil (Revue Spirite, del marzo­aprile 1917). La veggente così comincia:

«In un avvenire prossimo, la Francia sarà invasa da un esercito nemico, che vi penetrerà dal lato nord­ovest. La marcia di tale esercito sarà trionfale, in conseguenza del numero sterminato degli invasori, aggravato dall’ignoranza in cui si rimarrà in Francia intorno alle loro intenzioni... Vi preannuncio che questa guerra soverchierà in orrore tutto ciò che fino ad oggi si vide in Francia. Si trasformerà in una vera distruzione d’uomini... Un macello di carne umana...

«Ma la Francia non è più sola. La violazione di un territorio neutrale ha irritato altre potenze, le quali ora si uniscono alla Francia, risultando evidente che tale violazione ebbe lo scopo d’impossessarsi di un territorio che accordasse un passaggio diretto degli eserciti nemici sulla frontiera francese. La voce delle potenze si farà intendere, ma il nemico non ne terrà conto... e persisterà ad agire da conquistatore sul territorio neutrale. Da questo momento la lotta proseguirà sul territorio di questo piccolo popolo, e sarà terribile.

«Fratelli, amici miei... Con l’aiuto delle vostre guide spirituali, voi vedrete improvvisamente mutarsi in meglio la situazione, da voi ritenuta disperata; e ciò avverrà in conseguenza di una sanguinosissima battaglia.

«Comunque, malgrado la resistenza eroica opposta alle schiere nemiche, queste continueranno a riversarsi e a progredire sul suolo della Francia alla guisa di un fiume che straripa. Si spargerà un mare di sangue sull’intero fronte di combattimento, nella direzione nord­sud.

«Fino a quando perdurerà questa penetrazione in massa delle schiere nemiche, voi lotterete intrepidi per arrestarla, mentre altri generali manovreranno con le loro truppe, non già sul fronte dove si combatte, ma nelle retrovie, in guisa da predisporre un enorme cerchio d’uomini e di cannoni.

«Gli abitanti delle contrade invase saranno in preda alla costernazione, giacché dovranno fuggire abbandonando tutto, e ciò che avranno abbandonato verrà totalmente distrutto, senza potervi rimediare...

«Allora il nemico scenderà in linea retta parallela alla frontiera, segnando sul terreno i solchi profondi del suo passaggio; ma verrà ad urtare contro una piazza forte, in cui la Francia avrà concentrato grandi forze e innumerevoli strumenti di guerra. Là, in poco spazio, vedo riunita una enorme massa d’uomini giunti da tutte le parti per le vie più rapide. Il nemico assalirà, senza troppo rendersi conto della situazione, che apprezzerà soltanto quando avrà riscontrato che quella piazzaforte era pronta a riceverlo, ed era tre volte più formidabile di quanto supponeva. Attorno ad essa si scateneranno lotte terrificanti; ma per coloro che con l’assistenza divina, avranno dato prova di tanta energia fisica e di tanto coraggio morale, quella vittoria diverrà gloriosa, ed essi avranno compiuto la loro missione provvidenziale in terra.

«Amici, fratelli miei, tutto non sarà terminato con questi terribili combattimenti. Ahimè! no, per quanto si sarà sparso un fiume di sangue, e per quanto il paese all’intorno ne rimarrà devastato a tal segno, che gli abitanti esclameranno: “Queste macerie erano abitazioni umane!”. E più oltre: “Guardate, qui non rimangono che cumuli di cenere!”. Comunque, malgrado tanta desolazione, delle voci augurali si eleveranno a gridarvi: “Amici, coraggio e perseveranza; abbiate fiducia nell’avvenire, poiché l’ultima parola non è detta ancora! La lotta dovrà riprendere in altro settore...”.

«I francesi e i loro alleati si riuniscono per trattare la pace sopra basi molto eque, allo scopo di unire insieme tutte le nazioni in un unico sentimento di giustizia e di fraternità. Le potenze si trovano d’accordo su questo punto: che la Francia ha diritto ad esigere delle garanzie, e una forte indennità di guerra. Lungi dal volere schiacciare il nemico vinto, lo trattiamo umanamente...».

Questi i brani principali della profezia che dal nome della città in cui si svolse, prese il nome di «profezia di

Beauvais». L. Chevreuil così commenta:

«Questo appare di bene accertato al riguardo, ed è che già dal 1913, un’umile contadina preannunciava senza restrizioni di sorta gli eventi che seguono: L’imminenza di una grande guerra, la dichiarazione improvvisa, come colpo di fulmine, della guerra stessa, quando nessuno se lo aspettava; le condizioni dell’invasione nemica, attraverso due dipartimenti del nord; la marcia rapida in avanti del nemico, che verrebbe arrestata e contenuta dentro a un immenso cerchio, d’uomini e di cannoni; la grande lotta gloriosa intorno a Verdun, e la descrizione della nuova tattica che avrebbe assunto la guerra...».

Queste le considerazioni di L. Chevreuil. Noto che in base alle medesime viene dimostrato come la veggente abbia descritto le fasi essenziali per cui doveva passare la guerra, fino alla conclusione di una pace molto equa, con allusione palese al tentativo di costituire una «Società delle Nazioni”. Si aggiunga che nella enumerazione sopra riferita, il Chevrcuil dimenticò uno dei particolari veridici più sorprendenti, ed è quello in cui si predice che l’esercito nemico avrebbe invaso un piccolo paese neutrale ­ cioè il Belgio ­ allo scopo d’impossessarsi di un territorio che accordasse un passaggio diretto degli eserciti nemici sulla frontiera francese; ciò che avrebbe irritato altre potenze, che si sarebbero alleate alla Francia. In questi stupefacenti periodi si compendia la vera storia della causa che procurò alla Francia nuove alleanze, trasformando una guerra di popoli in guerra mondiale.

Tutto ciò è notevolissimo, e mi pare che basti a provare la genesi genuinamente supernormale della profezia di Beauvais.

In merito al paragrafo profetico esposto, giova rilevare un curioso errore d’inversione nel tempo in cui la veggente incolse; ed è che invece d’iniziare la storia dell’invasione nemica dalla violazione della neutralità del Belgio, essa alluse a tale evento come se si fosse trattato di una seconda fase per la quale doveva passare la guerra. Già si comprende che tale curioso errore d’inversione degli eventi, nulla toglie al valore teorico della profezia, valore fondato sul fatto di averli preconizzati; ma in ogni modo, appare un errore interessante, da studiarsi e da compararsi all’altro errore abbastanza frequente in cui i soggetti descrivono eventi nel futuro della vita del consultante, scambiandoli per eventi del di lui passato. In tali circostanze i veggenti spiegano come siffatti errori traggono origine dal fatto che per giudicare se gli eventi visualizzati appartengano al passato od al futuro del consultante, essi non dispongono d’altro criterio che i dati simbolici emergenti dalla localizzazione nello spazio delle immagini visualizzate (a seconda che si presentano più o meno lontane o vicine, a destra o a sinistra del consultante), dati i quali richiedono una lunga pratica onde venire correttamente interpretati; tanto più che variano da un veggente all’altro. Tale spiegazione risulta soddisfacente in rapporto agli errori di cui si tratta, ma non risolve ancora il quesito dell’inversione degli eventi di guerra nel caso in esame; e ciò per la considerazione che in tale circostanza furono invece le immagini visualizzate che apparvero alla veggente in successione inversa; per cui dovrebbe concludersi che colui il quale incorse in errore, fu l’agente trasmettitore delle immagini profetiche; ovvero, che per le condizioni immature della veggenza supernormale nella contadina, le immagini simboliche emergevano dalla di lei subcoscienza in guisa tumultuaria, od anche simultanea; ciò che presentava l’inconveniente che potessero venire interpretate in successione inversa.

Per dovere di relatore, termino informando che l’agente trasmettitore nel caso in esame, sarebbe stato nientemeno che lo spirito di Giovanna D’Arco, la quale, memore di essere stata una contadina, volle manifestarsi pel tramite di una contadina, onde preannunciare al suo popolo la tremenda calamità che lo sovrastava. Noto in proposito che quando in principio venne profetizzato che l’esercito nemico avrebbe invaso la Francia dal nord­ovest, ciò doveva intendersi rispetto al paesello di Donremy, che diede i natali alla eroina­martire. L’abbate J. A. Petit termina osservando: «Chi vivrà vedrà». Purtroppo, chi visse, vide che Giovanna d’Arco ­ o chiper essa – aveva scrupolosamente profetizzato il vero.

* * *

CASO XIII ­ Il caso seguente, pubblicato dal dottore Eugène Osty nel numero di novembre, 1925, della Revue Métapsychique, merita di essere ricordato in unione agli altri, in quanto fu pubblicato da un giornale di Atene prima che si realizzassero gli eventi in esso preconizzati.

In merito al valore intrinseco della profezia, osserverò che i particolari in essa contenuti appariscono interessanti, senza risultare straordinari; mentre non andarono immuni da errori cospicui, errori che il dottore Osty spiega in guisa analoga a quella da me formulata all’inizio del presente lavoro. Questa la genesi della profezia:

«Nel 1912, il dottore Antoniou di Atene curava una giovinetta di distinta famiglia, di nome Sofia X., ch’egli poneva sovente in condizioni ipnotiche a scopo terapeutico. In una di tali circostanze, il dottore fu sorpreso in sentirla alludere spontaneamente ad una prossima guerra balcanica e ad una successione ulteriore di avvenimenti. Egli ritenne che si trattasse di una sorta di delirio intra­ipnotico.

«Il 2 novembre 1913, il dottore Antoniou ebbe di nuovo occasione di porre in ipnosi la giovane, sempre a scopi terapeutici. Nel frattempo, la prima guerra Balcanica; scatenatasi nell’ottobre del 1912, era terminata; e con grande stupore del dottore in questione, le predizioni formulate in proposito della giovane Sofia si erano realizzate.

«A quella data del 2 novembre 1913, tutto il popolo greco sperava che un lungo periodo di pace sarebbe succeduto alla guerra in oriente. La Grecia aveva firmato una pace gloriosa, e il dottore Antoniou si sentiva pienamente soddisfatto e lusingato nei suoi sentimenti patriottici. La veggente in ipnosi percepì tale suo stato d’animo, e improvvisamente osservò: “Dottore, voi avete torto di essere pienamente soddisfatto. Niente di ciò che vi ripromettete si realizzerà. Prendete nota di quanto mi accingo a dichiararvi... Non avremo la pace. L’Albania non diverrà autonoma (in quell’epoca il principe Wied era giunto in Albania con la missione di fondare uno stato indipendente). E’ imminente una grande guerra europea. Colui che ha glorificato la Grecia (re Costantino) sarà perduto se non ascolta le mie esortazioni...”.

«Il giorno 6 giugno 1914, il dottore Antoniou, oramai interessato alla chiaroveggenza di Sofia, la pose in sonno ipnotico, esprimendole i suoi dubbi circa le veridicità dell’ultima profezia. Essa rispose confermandola in questi termini: “Vi sarà l’incursione dei barbari nel paese della saggezza, dell’amore e della civiltà... con enormi sacrifici di uomini e di cose... Gli Elleni vi perderanno la gloria, e...” (a questo punto la profezia, che vide la luce in un giornale di Atene, venne troncata dalla censura).

«Il dottore chiese ancora: “Quando si svolgeranno tutti questi eventi?” La veggente rispose: “Tra due mesi”.

«Le profezie riferite furono pubblicate dal dottore Antoniou nel giornale Eonikh, in data 29 maggio 1916. Risultano quindi retrospettive; ma egli fece seguire altre relazioni di sedute che pubblicò sul giornale To Aety di Atene, nei giorni 11, 12, 13, 14 Agosto 1914 (calendario greco, corrispondente ai giorni 24, 25, 26, 27 agosto), in cui si contenevano altre profezie di eventi che si realizzarono parecchi anni dopo».

Mi limito a riferirle nel riassunto che di esse ne diede il dottore Osty nelle conclusioni del suo articolo. Egli osserva:

«Onde formarsi un chiaro concetto intorno al valore dei particolari forniti dalla giovane veggente tornerà utile difarne il bilancio in base a questi tre titoli: Omissioni, Errori: Realizzazioni.

«Due cospicue omissioni si realizzano in essi: L’entrata in guerra degli Stati Uniti, e la crisi interna della Russia, che valse ad eliminarla, quale fattore di guerra...

«Tre notevoli errori vi dominano:

«“L’Albania sparirà, e i suoi vicini se ne divideranno le spoglie”.

«“Dopo svariate vicende, la Grecia finirà per divenire padrona di Costantinopoli”.

«“Vi saranno Stati che cesseranno di esistere nei Balcani; dove non rimarrà che una grande Grecia, e una grande Serbia”.

«A proposito di tali errori, si rileva subito com’essi risultino “errori patriottici”; vale a dire conformi alle aspirazioni coscienti, e subcoscienti di ogni buon Greco.

«Giova inoltre considerare che alla distanza di qualche anno dalla profezia, veniva deliberata la divisione dell’Albania, mentre le truppe greche raggiungevano le adiacenze di Costantinopoli, e la Bulgaria veniva interamente occupata; tutti avvenimenti che nell’epoca in cui si realizzarono, fecero sperare al popolo greco di ottenere una parte dell’Albania, di vedere andare a pezzi la Bulgaria, loro mortale nemica, e di stabilirsi definitivamente a Costantinopoli ridiventata la capitale dell’antico Impero Bizantino ricostituito.

«Io formulo queste considerazioni inquantoché lo studio delle precognizioni riferentisi all’avvenire individuale dei consultanti, mi ha dimostrato che i sensitivi percepiscono talvolta anche le pure realtà mentali, quando sono da tutti pensate e ritenute erroneamente per sicure, nonché d’imminente realizzazione. Il che trae a presumere che la genesi degli errori in questione, non sia soltanto imputabile a pure fantasticherie subcoscienti, ma possa derivare altresì da una precognizione delle speranze patriottiche che in un dato periodo del futuro avrebbero formato la convinzione collettiva di un popolo.

«Ed ora compariamo il piccolo numero delle omissioni e degli errori, con questa lunga lista delle realizzazioni:

«“... Il fuoco che consuma l’Europa si propagherà da un capo all’altro dei Balcani”.

«“... Non è la Grecia che sarà la causa dell’estendersi della guerra nei Balcani”.

«“Mentre la Grecia si manterrà tranquilla, i Turchi e i Bulgari l’invaderanno attraverso la Macedonia”.

«... “L’Italia rimarrà neutrale, e in seguito uscirà dalla neutralità”.

«“... Durante la guerra, avranno luogo delle grandi rivoluzioni interne dei popoli...”.

«“... La Grecia si metterà dalla parte della Triplice Intesa, giusto in tempo per approfittare della vittoria...”.

«“... Dei milioni d’uomini periranno...”.

«“... Delle devastazioni inenarrabili saranno compiute...”.

«“... Tutti gli eserciti s’incontreranno sul Vardar. Ivi si svolgerà una grande battaglia, che risulterà decisiva. Forse sarà l’ultima della guerra nei Balcani. Si risolverà in una grande vittoria per l’Ellenismo e i suoi amici. E’ così che avrà luogo la fine della guerra europea”.

«“... La triplice Intesa sarà finalmente vittoriosa”.

«“... Le feste del Natale saranno celebrate con giubilo”.

«“... La fine della guerra sarà seguita da un lungo periodo di conferenze”.

«“... Al momento della conclusione della pace, l’Inghilterra diverrà l’arbitra generale delle questioni da risolvere”.

«“... Dei troni saranno rovesciati. Stati molto antichi si dissolveranno, ed altri ne sorgeranno”.

«“... Vi saranno grandi rivolgimenti politici, giacché le sofferenze della guerra avranno aperto gli occhi al popolo”.

«“... L’impero austriaco si decomporrà nei suoi elementi”.

«“... La Germania non sarà demolita. Le saranno tolti unicamente gli elementi eterogenei; ciascuno dei quali sarà reintegrato al popolo cui appartiene”.

«“... La Germania cesserà di essere un impero. Si proclamerà la repubblica tedesca; e questa ritroverà subito la sua via, che la condurrà a un nuovo apogeo, e ad un nuovo progresso...”.

«Nel leggere odiernamente i particolari premonitori esposti, i quali hanno l’apparenza di un conciso riassunto degli avvenimenti di cui tutti fummo spettatori in questi ultimi undici anni; è naturale che non si abbia a provarne sorpresa, e ciò in quanto si riscontra che i medesimi risultano un riassunto frammentario di quanto odiernamente tutti conoscono. Ma qualora, invece, il criterio di chi legge si riporti al giorno 15 agosto 1914, cercando ricordare ciò che in quel tempo erano le presunzioni generali su quanto si riserbava l’avvenire, allora le cose cambiano.

«Dal lato francese, era lo svolgersi vertiginoso di un dramma le cui conclusioni catastrofiche erano da tutti ritenute assai prossime.

«Dal lato della Germania era la guerra virtualmente e gloriosamente terminata.

«Dal lato Greco era la ferma credenza in una guerra breve; e quando il giornale To Aety pubblicò la profezia della veggente Sofia, Atene fece dell’ironia sulla medesima, meravigliandosi che il dottore Antoniou si fosse dimostrato tanto ingenuo da conferire importanza a tale inverosimile fantasticheria.

«Insomma: che pensarne della profezia in esame? I documenti esi­ ­49­

stono, e rendono incontestabile il testo e la data. Dovremo dunque presumere che un azzardo fortunato abbia fatto germogliare nell’immaginazione di una giovinetta, un vasto complesso di avvenimenti futuri veridici che nessuna mente di uomo di Stato avrebbe saputo prevedere, sia nel complesso, che nei particolari?...».

Così il dottore Osty. Dal canto nostro osserveremo che nella enumerazione sopra riferita degli eventi vaticinati risultati veridici, se ne rinvengono parecchi che per quanto d’ordine generale, si riferiscono ad avvenimenti troppo inattesi per potersi spiegare con le solite ipotesi naturalistiche. Così dicasi, ad esempio, dei vaticini: sulla Grecia la quale si sarebbe messa dalla parte della Triplice Intesa giusto in tempo per approfittare della vittoria; sugli eserciti balcanici che si sarebbero tutti concentrati sul fiume Vardar, dove si sarebbe svolta una grande battaglia decisiva; sul fatto che le feste natalizie del 1918 si sarebbero celebrate con giubilo; sull’impero austriaco che si sarebbe decomposto nei suoi elementi, e sulla Germania alla quale si sarebbero tolti gli elementi eterogenei.

Si aggiunga che ove anche non si volesse tener conto di tutto ciò, rimarrebbe pur sempre il fatto che nel caso in esame gli eventi d’ordine generale che si realizzarono, appariscono troppo numerosi per potersi spiegare cumulativamente sia con l’ipotesi delle «inferenze da cause esistenti nel presente, sia con quella delle fortuite coincidenze». Mi pare pertanto che non possano ragionevolmente accamparsi dubbi circa la natura genuinamente supernormale della profezia esposta.

* * *

CASO XIV ­ L’avvocato M. C. M. Ciocazan, di Craiowa (Romania) comunica al redattore capo della Revue Spirite, professore Pascal Forthuny, la relazione di una seduta medianica in cui il medium, in sonno tracciò la carta topografica dei confini futuri del regno di Romania; e ciò in guisa meravigliosamente conforme a quanto doveva realizzarsi. La seduta ebbe luogo nel dicembre del 1915, e la relazione dell’evento augurale venne immediatamente resa di pubblica ragione. L’avvocato Ciocazan inviò a Pascal Forthuny i documenti che ne facevano fede; e quest’ultimo dichiara di averli deposti negli archivi della «Maison des Spirites», a Parigi, dove rimangono a disposizione di chiunque desideri consultarli. L’avvocato in discorso, inviò pure copia di tale messaggio profetico a diversi uomini di scienza francesi, i nomi dei quali egli trasmise a Pascal Forthuny. Ciò stabilito in rapporto alla documentazione della profezia, ecco la narrazione dell’avvocato Ciocazan in proposito:

«Nel nostro circolo sperimentale di Craiowa otteniamo ben sovente dei messaggi medianici altamente interessanti; ma il più straordinario è forse quello da noi conseguito nel 1915, in piena guerra mondiale, mediante il quale ci furono nettamente definiti i futuri confini di una più grande Romania, quale sarebbe emersa dai trattati elaborati dalle grandi potenze.

«Il giorno 11 (24) dicembre 1915, il nostro medium, in condizioni di sonno, prese la penna e tracciò rapidamente e nitidissimamente la configurazione di una futura grande Romania; e ciò in un’epoca della guerra in cui si era profondamente e amaremente lontani dall’immaginare un ingrandimento territoriale tanto vasto della nostra patria. Dalle coste del mar Nero il tracciato si espandeva verso il nord, comprendendo la Bessarabia, la Bucovina e la Transilvania; tutte regioni che odiernamente, e per diritto della vittoria, furono effettivamente incorporate all’antico nucleo del regno di Romania. Non si riscontra che una lieve variante verso il lato ovest della frontiera, in cui il tracciato grafico del medium non risultò perfettamente conforme alla configurazione attuale. Il tracciato medianico portava la nostra frontiera fino al fiume Tisa; e tale infatti era il confine che in base ai trattati ci si doveva concedere, ma che fu lievemente modificato in causa delle insistenze della Serbia in proposito. All’infuori di ciò, sta di fatto che nel dicembre del 1915 il nostro medium tracciò esattamente la configurazione del regno di Romania quale risulta attualmente.

«Quel messaggio profetico venne subito pubblicato e diffuso per l’intero paese; e quivi unisco copia di tale pubblicazione. Nel messaggio che andava unito al disegno, ci si annunciava la vittoria finale, ci si descrivevano le pianure seminate di cadaveri, le ferite non curate sulle quali si coagulavano i grumi di sangue, la comparsa di carri di guerra (con che si preannunciavano le “tanks”, di cui si era ben lontani dal parlare in quell’epoca), i vessilli sventolanti sotto le scariche della mitraglia; mentre in alto veniva scritto a grandi caratteri: “Per una più grande Romania”».

Nell’episodio esposto il particolare più interessante, dal punto di vista teorico, consiste nel lieve errore esistente tra il confine ovest tracciato dal medium, e quello effettivamente concesso dai rappresentanti delle grandi potenze. Il relatore osserva:

«Il tracciato medianico portava la nostra frontiera sul fiume Tisa; e tale infatti era il confine che in base ai trattati ci si doveva concedere, ma che fu lievemente modificato in causa delle insistenze del governo Serbo in proposito».

Dal che si rileva che il presunto errore in cui cadde il medium, non era un errore in rapporto a una data epoca nel futuro, bensì una realtà maturata nel pensiero dei diplomatici incaricati di delimitare i confini della nuova Romania. Ora un tal fatto vale ulteriormente a confermare la teoria secondo la quale i presunti errori in cui cadono talvolta i veggenti, lungi dal doversi sempre ascrivere ad interferenze subcoscienti di natura autosuggestiva ed onirica, ben sovente traggono origine da cause inerenti alle modalità per cui si estrinsecano le facoltà supernormali di ordine precognitivo; e così essendo, tale sorta di errori risultano preziosi per l’indagatore, in quanto lo aiutano a compenetrare la natura di siffatte cause. Nella circostanza in esame si affacciano due possibilità, tra di loro diverse ma ugualmente valide, per la spiegazione dell’errore in cui cadde il veggente; e la prima consisterebbe nel fatto che tutto concorre a far presumere come gli errori di tal natura provengano ben sovente dalla circostanza che per quanto le grandi vicende dei popoli appariscano predeterminate nelle loro grandi linee, non però lo risulterebbero per le loro modalità di estrinsecazione, intorno alle quali la volontà degli uomini eserciterebbe la propria influenza modificatrice (ciò che dimostrerebbe l’esistenza nell’uomo di un «libero arbitrio relativo»); nel qual caso dovrebbe dirsi che nella circostanza qui considerata, il medium, o chi per esso, percepì gli eventi futuri quali dovevano realizzarsi in quanto erano predeterminati nelle loro grandi linee, ma che la volontà degli uomini esercitò la propria influenza sui medesimi, modificandoli lievemente. Ripeto a tal proposito ciò che dissi in principio, ed è che tale ipotesi non è gratuita, ma fondata su dati di fatto ineccepibili, come già feci rilevare in altri miei lavori, ma specialmente in un lungo capitolo del mio libro sui «Fenomeni Premonitorii».

La seconda di tali cause presumibili, fondata a sua volta sopra dati di fatto positivi, sarebbe quella rilevata dal dottore Osty, a norma della quale i sensitivi percepiscono talvolta la «realtà mentale» esistente a un dato momento nel futuro sotto forma di un’idea collettiva, anziché percepire la «realtà concreta», quale in seguito verrà fissata definitivamente nella storia delle vicende di un popolo, o di una data persona. Nel qual caso dovrebbe dirsi che il medium in sonno, o chi per esso, percepì le intenzioni future dei diplomatici riuniti a congresso per la delimitazione dei confini della Romania, e tradusse sulla carta tale «realtà mentale», anziché tracciare la «realtà concreta» e definitiva che ad essa doveva succedere.

Tale ipotesi, in apparenza audace, gratuita e parecchio inverosimile, fu formulata dal dottore Osty in base alle proprie esperienze ventennali con numerosi soggetti chiaroveggenti. Gioverà pertanto ch’io riferisca un altro incidente del genere che la renda comprensibile ed accettabile a chi non è familiare con le magistrali indagini del dottore in discorso.

 

****

CASO XV ­ Questo che segue è un incidente che per quanto analogo al precedente, risulta di gran lunga più stupefacente e teoricamente perturbante. Il dottore Osty riferisce:

«Al principio dell’anno 1915, occorrendomi di passare da Parigi, mi recai consultare Mad. Morel, chiaroveggente negli stati profondi della ipnosi, chiedendo a questa eccellentissima veggente di “vedere” lo svolgimento ulteriore della guerra.

«Dopo ripetute sollecitazioni in tal senso, essa osservò: “Non mi si presenta immagine alcuna”. Risposi: “Quand’è così, trasportatevi nel futuro, a guerra finita. Io sarò qui nuovamente con voi, e conoscerò le vicende ulteriori con cui si svolse. Comportatevi come se io fossi qui a consultarvi a guerra finita, e attingete dalla mia mentalità ciò che in essa si contiene in argomento”. Essa esclamò: “Ah! Finalmente vedo! Ora sì che vedo!”. E prese a descrivermi gli eventi riguardanti la Grecia durante la guerra, allorché re Costantino manifestamente favorevole alla Germania, minacciava da un giorno all’altro di prendere partito contro la nostra coalizione. Tutto ciò non era quello che presumevo dovesse rivelarmi, poiché a me interessava conoscere gli eventi con cui erasi svolta e conclusa la guerra nei 16 mesi che doveva ancora durare.

«A guerra finita, mi accinsi a controllare la successione degli eventi rivelatimi dalla veggente, recandomi negli archivi di un grande giornale parigino, e leggendo all’archivista il testo delle profezie, frase per frase. A un dato punto, tanto io che l’archivista fummo colti da un senso di profondo stupore, poiché avevamo riscontrato che uno degli eventi preannunciati da Mad. Morel (ferimento del Re da parte della Regina durante una vivace discussione), era stato bensì pubblicato dai giornali, e precisamente nell’ordine di successione indicato dalla veggente, ed era bensì stato letto a suo tempo da me, ma in seguito fu riscontrato falso! Vale a dire che la veggente, nel 1915, si era condotta a mio riguardo come se attingesse dalla mia futura memoria del 1918, verità ed errori!». (Revue Métapsychique, 1936, pag. 501).

Conveniamone: nell’episodio esposto tutto è stupefacente, ma l’incidente più stupefacente di tutti è quello della falsa notizia riferita dalla «veggente», e ciò nei riguardi della circostanza che il dottore Osty, sedici mesi dopo, l’avrebbe letta nei giornali ritenendola vera! Il che vale a confermare in una forma inattesa l’ipotesi secondo la quale la veggente avrebbe ricavato le vicende veridiche riguardanti la guerra dalla subcoscienza del dottore Osty, nella quale, per converso, non potevano esistere, ma in cui però dovevano rinvenirsi alla data futura in cui la veggente erasi trasportata per suggestione del consultante! E questa appare una complicazione teorica sbalorditiva. Che cosa può esservi di più contraddittorio e sconcertante del fatto di trovarsi costretti ad ammettere che la veggente ricavò dalla subcoscienza del consultante gli eventi futuri riferiti, e in pari tempo di essere obbligati a riconoscere, a rigore di logica, che nella subcoscienza del dottore Osty non potevano rintracciarsi eventi politici non ancora avvenuti?

E con questo mi arresto, essendo inutile sforzarsi a comprendere; ma l’episodio esposto rende razionale e legittima l’ipotesi sopra riferita del dottore Osty, intesa a spiegare in qualche modo i fenomeni del genere esposto, ai quali appartiene anche quello che precede, per quanto risulti di gran lunga meno stupefacente.

E qui, rievocando una celebre frase del professore Richet, termino a mia volta esclamando: «Tutto ciò è assurdo ed impossibile: eppure è vero!!!».

***

CASO XVI ­ Il caso seguente venne pubblicato dal dottore Gustavo Geley sulla Revue Métapsychique (1921, pag. 380­383), e risulta tra i più notevoli della presente raccolta, sia per la copia e l’importanza dei particolari profetici ottenuti e integralmente realizzatisi, sia per la sua documentazione ineccepibile. Da rilevarsi in proposito che il primo dei messaggi medianici in cui si contiene la profezia, fu inviato dal dottor Geley, nonché a Jules Roche, circa due mesi prima che si realizzassero gli eventi in esso preconizzati.

Il dottor Geley lo riferisce in questi termini:

«Questo che segue è un caso veramente straordinario di predizioni formulate da una medium privata ­ la signora Prszybylska – durante la guerra russo­polacca. Essa è una medium “auditiva” vale a dire che “ascolta la voce” di chi le trasmette i messaggi medianici, ch’essa ripete ad alta voce, mentre gli sperimentatori ne prendono nota a misura che la medium parla. Tutte le comunicazioni che seguono furono lette e controfirmate dai membri del comitato centrale della “Società di Studi Psichici” di Varsavia, a misura che si ottenevano con la medium in discorso, e sempre molto tempo prima della realizzazione degli avvenimenti predetti.

«Così, ad esempio, il primo di tali messaggi, ottenuto il 10 giugno 1920, fu letto nella riunione del Comitato Centrale, il 16 giugno 1920, alla quale assistevano il presidente M. P. Lebiedzinski e gli altri membri del comitato direttivo; tra i quali il colonnello Okolowicz e il dottore Guirard, mentre gli eventi preconizzati si svolsero tra il giorno 8 luglio e la fine di agosto.

«Così dicasi di tutti i messaggi successivi, sempre convalidati dalle testimonianze delle medesime persone, le quali rivestivano una carica ufficiale, ed erano dei competenti in argomento. Queste predizioni non risultano mai vaghe od equivoche. Al contrario, esse appariscono di una precisione straordinaria nei particolari, nei nomi dei luoghi, nei nomi delle persone, e talvolta anche per le date. Gli avvenimenti preannunciati, tanto i fausti quanto gli infausti, erano quasi sempre contrari alla aspettativa di tutti i presenti. Come si è già rilevato in analoghe circostanze di chiaroveggenza nel futuro, gli eventi sono quasi sempre segnalati al tempo presente, quasiché la veggente ne fosse testimone.

«Il primo dei messaggi che seguono, fu ottenuto il giorno 10 giugno 1920 in presenza delle contesse Maria e Giovanna De Walewska; e, come si disse, fu letto nella riunione del “Comitato Centrale” della “Società di Studi Psichici”, il giorno 16 giugno; epoca in cui l’esercito polacco risultava vittorioso su tutta la linea. Esso aveva occupato una regione importante della Russia occidentale, ed era entrato vittoriosamente a Kew. I Bolscevichi si trovavano dovunque in piena ritirata. Il 9 giugno era stata sfondata la linea bolscevica sul fiume Socha, e il 10 era stata ufficialmente annunciata la grande vittoria polacca sulla Beresina. Ne derivò che il messaggio ricevuto produsse in tutti un vero stupore, combinato a un senso generale d’incredulità assoluta.

«Questo, il messaggio, al quale faremo seguire ­ tra parentesi – la storia degli eventi corrispondenti (rammento che il messaggio venne inviato al dottor Geley e a Jules Roche, molto tempo prima che si realizzassero gli eventi preconizzati).
«MESSAGGIO DEL 10 GIUGNO 1920. Il Consiglio dei ministri non è ancora formato; ma voi farete, o presto o tardi la conoscenza di Witos.

«Quale sventura! Quale disfatta! Quanti morti sul campo di battaglia! E’ un vero disastro per il vostro esercito.

«In questo mese si determinerà un grande cambiamento nel Consiglio dei ministri. Witos sarà primo ministro.

«Un uomo più grande dei vostri ministri vi offre la sua amicizia e il suo aiuto. Cambiamento radicale della situazione nel mese di agosto. L’arrivo in Polonia di uno straniero, col quale Pilsudski tiene consiglio, esercita una grande influenza sulla situazione.

«Gli scioperi sistematici sono cessati. Voi riscontrerete che le vostre sventure avranno fine verso la metà di agosto; ma, fino a tale data, vi capiteranno sventure da ogni parte.

«(Storia degli avvenimenti). Purtroppo il disastro predetto, assolutamente inaspettato, non tardò molto a realizzarsi.

Il giorno 28 giugno i bolscevichi iniziarono l’offensiva sul fronte nord. Il giorno 8 luglio la nostra linea dell’alta Beresina veniva sfondata (a 550 chilometri da Varsavia), e Minsk ci veniva tolta il giorno 12 (a 480 chilometri). Perdemmo Wilna il giorno 16 (a 400 chilometri), e Lida il giorno 18 (a 350 chilometri). Infine, nei giorni 13 e 14 agosto s’iniziò l’attacco di Varsavia. Il giorno 15 le sorti della battaglia cominciarono a volgersi in nostro favore. Il giorno 18 la nostra vittoria sulla Vistola era completa, e le orde asiatiche si ritiravano in piena rotta. La profezia erasi pienamente realizzata, e fino al 15 agosto l’esercito polacco non conobbe che sventure.

«L’arrivo di uno straniero (il generale Weigand); la sua intesa con Pilsudski, ebbero, come fu preconizzato nel messaggio, una grande importanza per la salvezza della Polonia.
«Dal punto di vista della politica interna, Witos, fino a quel giorno un uomo quasi ignoto, fu nominato effettivamente primo ministro, e ciò in data 24 luglio 1920.
«(MESSAGGIO DEL 6 LUGLIO, LETTO AL COMITATO CENTRALE, IL 12 LUGLIO). Grande sventura; tra poco vi ordineranno diabbandonare la riva destra della Vistola.

«Per tutto questo mese, disastri. La potenza di Lenin aumenta. Una grande ondata di soldati invade il vostro paese, e voi dovete abbandonare i vostri campi. Non abbiate timore: io benedico la vostra città. La sventura è circoscritta alla riva destra della Vistola, e tutto cambierà per il meglio.

«Qualcheduno domanda: “I bolscevichi entreranno in Varsavia?”.

«Viene risposto: “Varsavia non è sulla riva destra della Vistola. Essi non entreranno a Varsavia”.

«(Storia degli avvenimenti). Inutile diffondersi in proposito: tutto si realizzò esattamente come fu preconizzato.

L’invasione della Polonia per opera delle orde bolsceviche avvenne, e proseguì fino alla Vistola senza interruzione.

«(MESSAGGIO DEL 12 LUGLIO, LETTO AL COMITATO CENTRALE, IL 21 LUGLIO). “Minsk e Wilna sono perdute. Nelle adiacenze di Kowel molte persone facoltose sono fucilate. Dalla provincia giungono ragguagli spaventosi; ma tutto cambierà tra un mese. Le schiere dei vostri soldati aumentano. Alla fine di luglio, le vostre forze saranno superiori a quelle dei bolscevichi. Questi hanno invaso le vostre terre, e ciò è una tremenda calamità, ma le truppe di Lenin saranno disperse nel mese di agosto. Il grande cambiamento avverrà il giorno 15 agosto”.

«(Storia degli avvenimenti). Minsk, Kowel, Wilna furono da noi perdute nelle settimane che seguirono; e come già si disse, fu precisamente il giorno 15 agosto che le sorti della battaglia mutarono in nostro favore, salvando Varsavia.)

«(MESSAGGIO DEL 21 LUGLIO). “Un visitatore da Parigi vi apporta un cambiamento inatteso. Il vostro patriottismo, e il vostro eroismo esercitano su di lui una grande influenza.

«“Dei grandi cambiamenti nel mese di agosto. La vostra forza sono le vittorie di Kowel e di Kowno. Serpeggia la discordia tra i capi bolscevichi, e avviene un grande mutamento inaspettato.

«“Non solo voi riprenderete al nemico il territorio invaso, ma gli toglierete i suoi cannoni e una ressa enorme di prigionieri. Voi riportate una grande vittoria dal lato d i Wilna e di Lida. Wilna sarà ricuperata dalle vostre truppe ancora più presto che non fu abbandonata”.

«(Storia degli avvenimenti). Tutti gli eventi preconizzati si realizzarono. Dopo la vittoria sulla Vistola, si succedettero le vittorie di Kowel e di Kowno, di Wilna e di Lida. La disfatta dei bolscevichi fu completa; ed essi perdettero la maggior parte delle loro artiglierie, lasciando nelle nostre mani oltre a 100.000 prigionieri).

«Il 1° di agosto la medium partì per Zakopane, piccola stazione climatica nella regione montagnosa; e le comunicazioni medianiche furono inviate per la posta alla “Società di Studi Psichici”, lette e controfirmate da suoi membri.

«I cinque messaggi che seguono, ricevuti dalla medium a Zakopane, si estrinsecarono in presenza del dottore Sochacki, di M. Cienski e della sua consorte, della signora Abgarowicz, del conte Dzieduzycki e della di lui consorte.

«(MESSAGGIO RICEVUTO IL GIORNO 6 AGOSTO 1920, A ZAKOPANE). “La Russia è vittoriosa, e le sue più grandi forze sono concentrate dal lato di Minsk e di Terespol. L’esercito polacco è in rotta su tutta la linea.

«“La Francia invia soccorsi, e un grande giubilo si prepara per il 15 agosto. Varsavia non sarà presa. Il vostro esercito disperso, si concentra rapidamente. Segue una grande vittoria polacca. I soldati dei Soviet sono sgominati e messi in fuga.

«“Varsavia è alla disperazione. I suoi dintorni sono tutti occupati dal nemico; ad ogni momento arrivano notizie sempre più terribili. Tutti attendono trepidanti che i bolscevichi entrino a Varsavia. Ben presto, invece, la paura si trasformerà in un’esplosione di giubilo”.

«(Storia degli avvenimenti). Si realizzarono esattamente nella guisa preconizzata.

«(MESSAGGIO DEL 13 AGOSTO 1920). (Al momento del maggior pericolo era giunta a Zakopane la notizia che Varsavia era stata occupata dal nemico).

«“Grandi mutamenti. La Francia viene in vostro aiuto. I bolscevichi furono scacciati dalla città di Prznyss. Il vecchio vostro capo prende egli stesso le armi per condurvi alla vittoria. Siamo al giorno di lunedì dopo il 15 agosto. Il nemico non prenderà la città: voi siete forti. Aspettate fino a lunedì. Non disperatevi. Sette giorni ancora, e poi riporterete delle grandi vittorie. Il vostro amore di patria, il vostro eroismo e il miracolo della Santa Vergine hanno salvato Varsavia. Pregate la Madonna che vi dia la forza di aspettare sette giorni ancora”.

«(Storia degli avvenimenti). Tutto si realizzò nella guisa preconizzata.

«(MESSAGGIO DEL 14 AGOSTO 1920). “Quale gioia! L’esercito nemico è battuto!”.

«(Storia degli avvenimenti). La disfatta non era ancora avvenuta, ma si realizzò poco dopo.

«(MESSAGGIO DEL 15 AGOSTO 1920). “Avviene una provocazione e una sventura a Dzialdowo (Soldau). Vi fu complicità da parte dei prussiani coi bolscevichi.

«“Oggi Varsavia rifulge di gloria. Si è rigenerata e sollevata fulmineamente. La sua forza è divenuta miracolosa. Come combattono! Il mondo intero guarda ammirato alla loro vittoria!

«“Oggi è il giorno del grande mutamento: un ponte è conquistato dal lato di Modlin. Domani un altro raggio di speranza, e posdomani la gioia del trionfo. Il vostro paese si è liberato dal nemico molto più speditamente di quanto poteva supporsi.

«“Ora i bolscevichi cercano di accerchiare Lemberg, e passano il fiume Stripa; ma non la prenderanno. I bolscevichi hanno giurato che martedì prossimo saranno in possesso di Lemberg, ma si sbagliano: l’esercito di Budienni viene disfatto nelle adiacenze della città”.

«(Storia degli avvenimenti). Impossibile di essere più precisi nella descrizione di quanto avvenne. Tutto, assolutamente tutto risultò veridico: i particolari forniti, le fasi della battaglia sulla Vistola, l’allarme per la diversione su Lemberg, la complicità dei prussiani a Soldau, i quali lasciarono passare le orde in ritirata attraverso la Prussia orientale. Da notare l’ordine inverso in cui fu collocato quest’ultimo episodio, descrivendolo per il primo.

«(Messaggio del 19 agosto 1920). “Tra un mese altre grandi vittorie, e un nuovo disastro per l’esercito bolscevico, il quale ne uscirà definitivamente battuto”.

«(Storia degli avvenimenti). Dopo un mese avvenne infatti la grande vittoria decisiva di Kovno».

Questo l’interessante caso profetico pubblicato dal dottor Geley, in merito al quale si rileva anzitutto come il contenuto dei numerosi messaggi medianici che lo costituiscono, non è che un’illustrazione di più in più particolareggiata degli eventi di guerra preconizzati integralmente nel primo dei messaggi stessi (fatta eccezione per l’ultimo breve messaggio in cui si preconizza un’altra vittoria decisiva a cui non erasi alluso prima). Dal punto di vista teorico, l’osservazione esposta darebbe ragione al dottore Osty, il quale, in base a una lunga esperienza in proposito, osserva come i veggenti pervengano a fornire ragguagli di più in più precisi e minuziosi intorno a un evento preconizzato, a misura che si avvicina il momento della sua realizzazione; quasiché vi fosse un alcunché di affine tra la visione normale nello spazio, e la visione supernormale nel tempo.

Noto inoltre che la circostanza dei messaggi in esame i quali risultano tutti una illustrazione del primo, vale a rafforzare ulteriormente il valore probativo dell’intero episodio, e ciò in quanto il primo dei messaggi riferiti ­ il quale è anche il più lontano nel tempo degli avvenimenti ­ venne inviato al dottor Geley e a Jules Roche, non appena fu conseguito.

Da un altro punto di vista giova rilevare che i messaggi in questione sembrano contraddire ciò che in precedenza lo scrivente ebbe ad osservare in base al fatto che le profezie formulate prima della guerra risultarono in grande maggioranza veridiche, laddove quelle formulate durante la guerra risultarono in grande maggioranza falsidiche; ciò che traeva logicamente a indurne che il fatto curioso dovesse ascriversi alla circostanza che nel primo caso i veggenti si trovavano in condizioni d’animo serene e tranquille, e in conseguenza si mantenevano in condizioni di passività mentale, che è lo stato ricettivo indispensabile alla emergenza delle facoltà supernormali subcoscienti; laddove nel secondo caso i veggenti si trovavano immersi nella tormenta di sangue, e in conseguenza, incapaci a mantenersi nelle condizioni richieste di passività mentale; con ciò impedendo l’emergenza delle facoltà di vaticinio inerenti alla subcoscienza; visione e messaggi che naturalmente non potevano non risultare in piena armonia con le ardenti aspirazioni o le opinioni personali dei veggenti.

Queste le induzioni dello scrivente onde spiegare il contrasto esistente tra le profezie veridiche dell’anteguerra e le falsidiche del tempo di guerra; e non può esservi dubbio che tale spiegazione risulti psicologicamente e metapsichicamente fondata. Nondimeno è altrettanto vero che ogni regola comporta numerose eccezioni, le quali non solo non contraddicono la regola, ma la confermano, in quanto per lo più si rileva che nella circostanza delle eccezioni, entrano in funzione cause diverse di estrinsecazione da quelle normalmente agenti. E nel caso esposto, in cui la protagonista era una medium «auditiva», la quale ripeteva ciò che una «voce» estrinseca, o subbiettiva, le trasmetteva, si sarebbe indotti a concluderne che l’agente trasmettitore dei messaggi profetici non fosse l’Io integrale subcosciente della sensitiva, ma un agente spirituale estrinseco, il quale trasmettendo telepaticamente i propri messaggi in forma auditiva, evitava così che il proprio pensiero venisse travisato da interferenze subcoscienti generate dallo stato di perturbazione psichica in cui la sensitiva si trovava in causa dell’imperversare della guerra. Il che darebbe anche ragione di una circostanza non comune che contraddistingue la profezia in esame, ed è la stupenda esattezza con cui si realizzarono tutte le vicende profetizzate.

Rimane da rilevare che nel caso in esame si contiene un altro incidente d’inversione nel tempo degli eventi preconizzati, il quale appare identico a quello rilevato anteriormente; con la differenza che nel primo incidente, trattandosi di una medium veggente, poteva presumersi che essa avendo percepito visioni simultanee, le avesse descritte in successione inversa; laddove nel caso esposto, in cui si tratta di una medium «auditiva», la quale percepiva una «voce» che le parlava, tale spiegazione non appare legittima; e così essendo, dovrebbe imputarsi l’errore all’agente trasmettitore dei messaggi profetici. Ammenoché non si voglia tenere il debito conto di quanto affermano le personalità spirituali, che, cioè, esse non trasmettono parole, ma idee, e queste ben sovente in termini di simultaneità (che tali sarebbero le modalità dell’ideazione spirituale), riservando all’organo cerebrale dei mediums il compito di tradurle in termini di successione. Nel qual caso l’errore d’inversione nel tempo dovrebbe ancora imputarsi alla medium, né più né meno che nei casi di veggenza.

* * *

CASO XVII ­ I casi fino ad ora esposti si riferiscono ad una classe di manifestazioni precognitive relativamente rare, in quanto in esse le profezie intorno ad eventi d’ordine generale ­ che nel caso nostro è la guerra europea ­, si estrinsecano in forma di percezioni dirette degli eventi preconizzati, indipendentemente da qualsiasi persona presente la quale eserciti funzioni d’intermediaria, nel senso psicometrico.

Ora, nella grande maggioranza dei casi di profezie riguardanti eventi d’ordine generale, si rileva che se il sensitivo fu in grado di percepirli, ciò avvenne perché il consultante gliene aveva fornito la possibilità, in quanto doveva egli stesso trovarsi implicato negli eventi d’ordine generale percepiti dal sensitivo; che se tali eventi non avessero personalmente riguardato anche il consultante, allora il sensitivo ne avrebbe ignorato l’esistenza.

E tale osservazione di fatto è tanto vera, che nella circostanza delle profezie sulla grande guerra, si rilevano in buon numero episodi in cui il sensitivo preannuncia la morte violenta del consultante in seguito a un colpo d’arma da fuoco, o all’esplosione di una bomba, pur continuando a ignorare che ciò sarebbe avvenuto in causa dello scatenarsi della guerra, sui campi di battaglia.

Torneremo sul tema interessante nei commenti ai casi che citeremo.

In questo primo episodio del genere, si rileva che il sensitivo, per quanto messo palesemente sulla via della percezione di eventi d’ordine generale pel tramite di una persona presente, nondimeno dimostra una chiara visione sufficientemente particolareggiata degli eventi stessi; laddove, come si disse, in altri analoghi episodi il sensitivo ignora gli eventi d’ordine generale determinatori delle vicende personali ch’egli preconizza al consultante.
 

L’episodio è molto noto, in quanto venne riprodotto in tutte le riviste metapsichiche e in numerosi giornali politici allorché venne pubblicato nelle Annales des Sciences Psychicques: Comunque, io non posso esimermi dal riferirlo, tenuto conto che nel presente lavoro si vorrebbero riunire in una raccolta plenaria tutti i casi di profezie veridiche riguardanti le due Grandi Guerre mondiali, i quali risultino scientificamente probanti.

Intendo alludere alla famosa profezia di Léon Sorel, comunicata nel 1913, dal dottore Amedeo Tardieu al professore Charles Richet. Quest’ultimo, a pagina 498 del suo Traité de Métapsychique, riferisce in questi termini l’incidente della visita a lui fatta dal dottore in discorso:

«Nel mese di novembre 1913, io ricevetti la visita del dottore Amedeo Tardieu, già medico primario degli ospedali, e dottore consulente a Mont­Doré; il quale era stato allievo di mio padre. Egli mi disse: “Ho qualche cosa di sommamente importante da comunicarvi; e in base a taluni incidenti e a talune rivelazioni a me personali, ritengo giunto il momento di parlarvene senza ulteriori dilazioni”».

Dopo di che, il dottore Tardieu riferì al prof. Richet una lunga profezia che l’amico suo Leon Sonrel, il quale andava soggetto a crisi estatiche spontanee, aveva prefferito nel luglio del 1869, preconizzando le guerre del 1870 e del 1914. Il prof. Richet riferisce in riassunto la profezia nel suo Traité de Métapsychique; io la riferirò quasi integralmente, ricavandola dalle Annales des Sciences Psychiques (1915, pagine 224­232). Il dottore Amedeo Tardieu racconta quanto segue:

«Si era nel luglio del 1869, quando venne enunciata la straordinaria profezia che mi accingo a narrare, e di cui mi rendo garante sul mio onore; senza contare che vivono ancora parecchi testimoni contemporanei agli eventi.

«L’amico mio Léon Sonrel mi aveva sovente stupito per una sorta di crisi ipnotica che in lui si manifestava spontaneamente nel corso delle nostre conversazioni, ma solo quando egli aveva l’animo sereno e ben disposto. Io ascoltavo con vivo interesse quanto aveva da dire, poiché ben sovente egli aveva preannunciato avvenimenti che in seguito si erano realizzati...

«Il giorno 23 o 24 giugno 1869 noi passeggiavamo insieme nei viali del Luxembourg, quand’egli, parlando per quasi tre quarti d’ora in condizioni estatiche, pronunciò le seguenti profezie, che fecero su di me una grande impressione... Erano le tre o le quattro del pomeriggio, la temperatura era calda e il tempo bello. Come dissi, noi passeggiavamo nei viali del Luxembourg; io mi trovavo alla destra di Léon Sonrel, il quale mi precedeva di qualche passo. Improvvisamente egli cominciò a profetizzare, proseguendo nel suo cammino, con lo sguardo rivolto in alto, e arrestandosi di tratto in tratto. Questa la predizione:

«“Che avviene dunque? Ma è la guerra! Ti vedo sui Boulevards. Comandi un corpo di truppe... Quale emozione! Tu conti del denaro alla stazione del nord... Ecco, ti scorgo nel treno con numerosi altri... Ora ti arresti a Aulnoy! Ora ti veggo a Hirson... Ti vedo a Mézières... Ma dunque dove vai?... Sédan! Oh la battaglia terribile! Tu corri grande pericolo... Oh, mia patria! Mio bel paese! Quale disastro! Quale sventura! Oh, mio Dio! Mio Dio!”. Egli si arresta, prorompendo in pianto. Indi riprende la marcia, ed io lo seguito. Alza la testa, e lo sguardo sembra perdersi nello spazio. Protende in alto le braccia, agitandole, ed esclama: “Oh! Quale disfatta! Quale sventura! Oh, patria mia!... Ecco, io divengo un ufficiale superiore!... Come mai? Io muoio in tre giorni!”.

«A questo punto sembra risvegliarsi, e voltandosi vivamente verso di me, esclama: “Io muoio; sì muoio; ma di che male muoio?”.

«In tale brevissimo intervallo lucido, l’amico Léon mi guardava con espressione normale. Io gli risposi: “Sì, buon amico, tu morirai nell’assedio di Parigi, e sarai ufficiale superiore... Mi sembra una bella morte la tua!”.

«Egli ricadde in condizioni estatiche, esclamando: “Io muoio; muoio all’assedio di Parigi. In tre giorni!...”. Per tre volte parve risvegliarsi, ma ricadde in condizioni estatiche, e così continuò:

«“Oh! Mio Dio! La mia povera moglie è incinta di un bimbo ch’io non conoscerò mai...”. E riprese a singhiozzare. «“Oh! Ma tu sei là! Tu prendi cura di lei! Oh! Come sei buono...”. Così dicendo, la sua fisionomia aveva assunto

un’espressione d’immenso dolore. Indi proseguì a descrivere i disastri dell’assedio di Parigi, e i grandi pericoli cui andavo incontro anch’io... Poi, parlando del mio avvenire:

«“Ah! Tu credi dover restare a Parigi per attendere al concorso della ­64­

Scuola di medicina. Ebbene, no: ti vedo in provincia, dove fai della politica. Ma tu non dimentichi la mia povera moglie e i miei bambini”.

«“Ah! Tu pure prendi moglie, ed hai dei figli... Mio povero amico, quante pene riserva l’avvenire anche per te! Ti vedo a piangere accanto a una moglie adorata che agonizza... Coraggio, coraggio, tu perverrai a trionfare sull’avversa sorte... Ma quanto ti compiango, povero amico mio!”.

«Questa la prima parte della profezia: ecco la storia degli avvenimenti:

«Il giorno 27 agosto 1870, io lasciai Parigi al comando di tre grandi ambulanze, che dovevo condurre all’esercito di Mac­Mahon... Io procedevo a piedi alla testa del corteo. Sui Boulevards l’emozione era indescrivibile.

«Quando giungemmo al livello del viale dell’Opera, mi venne l’idea d’inviare in giro due dei miei aiutanti, onde raccogliere denaro nei loro “képis”. Dal viale dell’Opera alla stazione del Nord, essi raccolsero 36.000 franchi. Nei “képis” si rinvennero financo dei biglietti da 500 lire. La commozione di tutti era straordinaria; molti piangevano nel vedere transitare il corteo. Giunti alla stazione del Nord, trovammo i membri del Consiglio della Croce Rossa, venuti a stringerci un’ultima volta la mano. Ne approfittai per versare al cassiere della Società i 36.000 franchi raccolti.

«Solo al momento in cui versavo il denaro, proprio in quel preciso istante, mi balenò alla mente la profezia di Sonrel e l’analogo episodio da lui visualizzato. Quando fummo nel treno, i miei colleghi domandarono: “Comandante, dove ci conducete?”. Risposi: “Andiamo a raggiungere l’esercito di Felis Douay; e per raggiungerlo, io penso di inoltrarmi per la valle della Mosa, poiché l’esercito di Mac­Mahon si dirige su Metz. Del resto, amici miei, io conosco già da ora le vicende del nostro viaggio. Ecco: arriveremo a una stazione che io non vidi mai, la quale si chiama Aulnoy. Colà noi saremo impediti di proseguire; ma partiremo ugualmente in altra direzione. Arriveremo ad Hirzon; di là proseguiremo per Mézière, e infine per Sedan, dove noi assisteremo a una battaglia spaventosa; e molto probabilmente, fra una quindicina di giorni saremo di ritorno a Parigi”.

«I miei colleghi chiesero: “Ma come fate a sapere tutte queste cose?”. Risposi: “Ve lo dirò più tardi; possibilmente prima della grande battaglia che ci sovrasta”.

«Giunti che fummo alla stazione di Aulnoy, con profondo stupore di tutti, il capo stazione venne a dirmi: “Signor Comandante, non si procede oltre: la linea è interrotta”. “Sì, comprendo” risposi, “noi non possiamo procedere oltre verso Maubeuge, ma fate dirigere la macchina dalla parte di Hirson”.

«A tali parole, il capo stazione rimase stupito; ma obbedì. Passammo Hirson; giungemmo a Mézières, dove il capo stazione mi disse: “Signor Comandante, impossibile proseguire. La linea è tagliata dal lato di Sédan. Io non posso assumermi la responsabilità di lasciarvi passare...”. Io rispondo: “Occorre ch’io mi trovi a Sédan domani mattina, e vi prosciolgo da ogni responsabilità. Prendo su di me tutte le responsabilità; datemi un macchinista”. Vi era una sola macchina nella stazione... Il capo stazione rimaneva indeciso; ma il macchinista gli osservò: “Mi metto a vostra disposizione per condurre tutto il treno (avevamo quattordici vetture); e vedremo se la linea è o non è interrotta”.

«Montai sulla macchina, al fianco di quel coraggioso, e a grande velocità pervenimmo a raggiungere la stazione di Sédan alle due del mattino... Il domani fummo informati che l’esercito di Mac­Mahon si trovava a Beaumont, e che si era iniziato il combattimento... Raccogliemmo immediatamente circa 400 feriti, fissando il nostro alloggio nel palazzo comunale di Raucourt... Raccontai allora ai miei dipendenti, raggruppati a me intorno, la predizione dell’amico mio, e il cataclisma che ci attendeva il domani.

«Ma sorvoliamo sui particolari, e veniamo all’assedio di Parigi.

«Dopo numerose peripezie, eccoci acquartierati a d Arcueil, nella scuola dei Domenicani. Il mio amico Léon Sonrel venne subito a trovarmi, ed io lo trattenni a pranzo. Tutti lo guardavano mormorando: “E’ il famoso Sonrel, l’uomo della profezia”; e i miei colleghi medici, insieme ai cappellani, vollero essergli presentati. Il Padre De Bengy non cessava dall’osservarmi: “Ora resta a vedere se sarà nominato ufficiale superiore, e se morrà in tre giorni”.

«Dopo qualche tempo, il mio amico ritorna per annunciarmi che è stato nominato comandante del genio ausiliario, sotto gli ordini del colonnello Laussedat... Fu come un colpo di fulmine per tutti noi che conoscevamo la profezia. Taluno osservava tristemente: “Ora staremo a vedere se dovrà proprio morire in tre giorni”. «Qualche tempo dopo giunse un messo di mad. Sonrel, la quale abitava in piazza Montrouge, per pregarmi di

venire ad assistere suo marito morente per vaiolo nero. Mi recai immediatamente al suo capezzale. Egli non dava più segno di vita, ma al momento in cui salivo le scale, si era rivolto alla moglie che singhiozzava a lui vicino, dicendole: “Camilla, apri la porta: viene Tardieu”. Si può giudicare dello stupore della signora Sonrel, quando, subito dopo, io apersi la porta ed entrai. Lo visitai: era livido e nero come inchiostro. Gli diedi un ultimo bacio. Egli che aveva fatto la prima fotografia solare, osservò: “Curioso! La luce del sole si estingue”. Io gli tenevo la mano, ed egli fissandomi con lo sguardo morente, disse ancora: “Io so che tu non dimenticherai mia moglie e i figli miei. Muoio tranquillo. Dio ti compenserà”. E così dicendo, coperse il proprio volto col lenzuolo... Qualche minuto dopo spirava...

«Inutile insistere sul concorso ch’io credetti mio dovere di porgere alla sventurata vedova dell’amico mio...

«Ad assedio finito, io ritornai nell’Auvergne, e fui nominato Consigliere generale del Puys­du­Dôme...

«Nella sua profezia, Léon Sonrel parla sempre dei suoi figli al plurale. Ora nel 1869 egli non aveva che un figlio. Il secondo è nato sette mesi dopo la morte del padre, nel 1871.

«Io presi moglie nel 1874. Mia moglie si ammalò di una cisti idatica del fegato, multiloculare: agonizzò lentamente per sei anni, e poi morì, lasciandomi padre di due bambine... Durante sei anni io non conobbi che sofferenze e dolori, accanto alle mie bambine; ma la profezia di Sonrel ebbe virtù di sostenere il mio morale nella sventura. Rinuncio a descrivere una lunga successione di particolari veridici profetizzati e che riguardano personalmente me solo.

«Veniamo alla seconda parte della profezia, in cui si parla di una seconda guerra.

«Ne attendo da due anni la realizzazione. Fino ad ora non tenni conto di ciò che si riferiva alla famiglia dell’amico mio ed alle mie vicende personali; sennonché, in questo momento si è realizzato un fatto a me personale il quale risulta troppo concordante ­ come sempre ­ con gli avvenimenti d’ordine generale perché io possa dubitare un solo istante che la seconda profezia di guerra debba realizzarsi come la prima.

«(Con ciò il dott. Tardieu allude alla realizzazione di un episodio d’ordine scientifico, che Léon Sonrel avevagli preconizzato 43 anni prima; episodio che doveva coincidere con lo scatenarsi della seconda guerra).

«Léon Sonrel aveva esclamato:

«“Ah! Mio Dio! La mia patria è perduta. La Francia è morta... Quale disastro!”.

«Quindi aveva pianto per qualche minuto in silenzio, continuando a camminare. Io lo seguivo senza interloquire.

«Improvvisamente egli alza lo sguardo e le braccia al cielo, e con aria ispirata, che io non dimenticherò mai, esclama:

«“Ah! Eccola salva la patria mia! Ora essa arriva fino al Reno! (Testuale). Oh Francia! Oh patria adorata, ecco l’ora del trionfo! Tu sei la regina delle nazioni... Il tuo genio risplende nell’universo... Tutto il mondo ti ammira...”.

«Io rimasi interdetto. Pensavo tra me: “Ecco come doveva apparire il profeta Isaia allorché profetizzava”.

Contemplavo in silenzio il volto ispirato dell’amico.

«Quindi, dopo essersi in certo modo riposato, come da un grande sforzo compiuto, egli tornò alle mie vicende private, che io taccio per discrezione, ma che confidai a diversi amici.

«Infine, Léon mi guarda ed esclama: “E tu non dimenticarti dei miei figli! Ah! Come sei buono!... Ma dove sei? Vieni che ti abbracci!”.

«Io gli battei sopra il braccio destro. Egli si arrestò; sembrò svegliarsi da un sogno, e disse: “Ah! Sei tu? Che cosa ho detto?”.

«Gli raccontai l’occorso, e le predizioni fatte. Egli non si ricordava di nulla, salvo che doveva morire. E’ notevole il fatto ch’egli parve risvegliarsi tre volte al momento in cui si vedeva morire durante l’assedio di Parigi.

«Io dissi all’amico: “Son quasi tre quarti d’ora ch’io ti seguito per questi viali... Che cosa succede nel tuo cervello? Tu mi profetizzasti tanti eventi, che se un quarto solamente tra essi si realizzasse, io ne rimarrei sbalordito. Non comprendo nulla in quanto avviene”.

«L’amico Sonrel si espresse allora testualmente in questi termini: “Caro amico mio, ecco ciò che si verifica in me. Quando sono in condizioni d’animo assolutamente tranquille, il mio spirito si emancipa dal corpo, e si libra nello spazio. Allora io vedo... Ma per vedere in tal guisa, io mi rendo conto che occorre essere molto sobri, molto onesti, molto giusti, molto buoni...”.

«Poi continuammo a discutere su quanto egli aveva predetto. Indi egli osservò: “Poiché io debbo morire durante l’assedio di Parigi, secondo quanto io stesso dissi, tu potrai in seguito evocarmi, ed io sarò sempre a tua disposizione”».

Questa l’interessante profezia narrata dal dottore Amedeo Tardieu. Cesare Da Vesme, in quel tempo direttore delle Annales des Sciences Psychiques, ebbe un’intervista con Joseph Montet, dell’Università di Parigi, amico del dottor Tardieu, il quale gli dichiarò ch’egli era a conoscenza dell’esposta profezia da oltre un trentennio. Il Vesme chiese se il veggente non avesse per avventura vaticinato l’occupazione di Berlino da parte dell’esercito francese; ma il Montet rispose: «No, questo non lo disse affatto». (Rammento che quando Cesare De Vesme formulava tale domanda, si era nell’agosto del 1915; vale a dire, in un’epoca in cui la guerra doveva ancora prolungarsi per tre anni). Tale risposta del Montet risulta teoricamente importante, in quanto vale ulteriormente a fare emergere la correttezza delle visioni profetiche di Léon Sonrel, il quale segnalò indirettamente, ma esattamente, l’epoca in cui avrebbe dovuto scatenarsi la seconda guerra, vaticinò la vittoria della Francia, vide i soldati francesi nelle province Renane della Germania, ma, conforme a quanto doveva realizzarsi, non parlò affatto dell’occupazione di Berlino.

E così essendo, deve convenirsi che per quanto questa seconda profezia di Léon Sonrel si riferisca esclusivamente ad eventi d’ordine generale, questi però risultano fondamentali e pienamente adeguati a designare ciò che si voleva trasmettere. Infatti le quattro indicazioni sopra riferite, complementari l’una dell’altra, risultano, a tutto rigore, le sole veramente necessarie onde fissare in guisa storicamente esatta gli eventi della grande guerra e delle sue conseguenze nei confronti con la Francia. Qualora poi si consideri tutto ciò in unione all’altra circostanza, importantissima, che tale profezia veniva formulata 45 anni prima degli eventi, e ciò in unione a un’altra profezia meno lontana nel tempo, ma di gran lunga più precisa e complessa; se si considera tutto ciò, mi pare che a nessuno potrebbe sorgere in mente di contestare l’origine genuinamente supernormale della profezia di Léon Sonrel.

Ciò posto, rilevo come risulti palese che nella profezia in esame le visioni di eventi d’ordine generale furono percepite dal veggente in quanto esse interferivano profondamente nella esistenza del dottor Tardieu e in quella del veggente stesso. Cesare De Vesme così commenta in proposito:

«Léon Sonrel non prediceva punto gli eventi politici e militari in guisa astratta: egli prediceva al suo amico Tardieu: “Ti accadrà questo e quest’altro”; e diceva a sé stesso: “Io sarò promosso ufficiale superiore... Io morrò in tre giorni...”. Ma siccome questi eventi privati si collegavano ad eventi d’ordine generale, egli percepiva anche questi, ma unicamente nella misura in cui vi erano implicati lui e l’amico Tardieu. Vale a dire che Léon Sonrel non avrebbe potuto predire, nella sua crisi estatica del 23 luglio 1869, la guerra del 1870 se lui medesimo e il dott. Tardieu non avessero dovuto parteciparvi; e non avrebbe potuto predire la guerra del 1914, se il dottor Tardieu avesse dovuto morire due anni prima che la guerra scoppiasse; o almeno, in tale evenienza gli sarebbe occorsa un’altra persona che avesse dovuto partecipare in qualche modo alla guerra, con ciò servendo al sensitivo in qualità di “oggetto psicometrizzabile”».

Le considerazioni esposte risultano indubbiamente fondate, salvo la loro intonazione troppo assoluta, quasiché non potessero darsi profezie d’ordine generale indipendenti da qualsiasi persona in funzione di «oggetto psicometrizzabile». Si è visto, invece, che i numerosi casi che precedono, dimostrano come ciò si realizzi con una relativa frequenza. Passando ad altro, noto come nella profezia di Léon Sonrel si ripeta l’identico fatto già da me rilevato a proposito del caso precedente, in cui la veggente, dopo avere vaticinato in termini generici taluni eventi ancora lontani nel tempo, tornò sugli eventi stessi nelle sedute successive, riferendo di volta in volta ragguagli sempre più precisi a misura che si approssimavano nel tempo; e analogamente Léon Sonrel vide in guisa particolareggiata gli eventi della prima guerra perché gli eventi stessi sovrastavano imminenti alla sua patria, ed ebbe soltanto una visione generica delle vicende fondamentali che avrebbero caratterizzato la seconda guerra, in quanto quest’ultima era ancora molto lontana nel tempo; proprio come se vi fosse una certa affinità tra la visione fisiologica nello spazio, e la visione supernormale nel tempo.

Inutile, per ora, di provarsi a compenetrare tale mistero imperscrutabile Contentiamoci di osservare come le modalità sopra riferite di estrinsecazione sempre più precisa degli eventi profetizzati in ragione della loro prossimità nel tempo, assumono valore di regola per la fenomenologia in esame. Il che, però, non significa che non esistano frequenti eccezioni a tale regola; le quali non fanno che rendere sempre più intricato e imperscrutabile il perturbante mistero. Così, ad esempio, si è visto che nelle famosissime profezie di Nostradamus, questi, alla distanza di tre secoli, non solo profetizzò la grande guerra europea, ma vide altissimo nel cielo uno stormo di areoplani i quali scagliavano fuoco e fiamme sulle città e sugli eserciti nemici; areoplani che imbarazzarono il veggente, il quale non poteva pensarli come tali; per cui se la cavò paragonandoli a uno stormo di falchi.

Conveniamone: questa sorta di particolari veridici, enunciati a tre secoli di distanza, risultano più che sufficienti a provocare le vertigini nella mentalità dei pensatori, giacché la precognizione quando è spinta tant’oltre nei secoli, rasenta l’attributo divino dell’onniscienza.

Basta: consoliamoci della nostra ignoranza pensando che dal momento che i fatti rimangono fatti anche se noi non perveniamo a comprenderli, ne deriva che il grande mistero della chiaroveggenza nel futuro esiste incontestabilmente; e così essendo, allora emerge palese come non possano escogitarsi che due sole ipotesi con cui darsi ragione della genesi dei fenomeni; ipotesi che risultano entrambe legittime, quindi entrambe applicabili alle manifestazioni in esame, a seconda delle circostanze.

In base alla prima tra esse, e qualora si voglia spingerne ad estremi inverosimili la capacità esplicativa, si dovrebbe presumere che i fenomeni precognitivi, anche quelli d’ordine generale a scadenza di secoli, traggano origine nell’Io integrale subcosciente dei sensitivi stessi; nel qual caso dovrà convenirsi che se nella subcoscienza umana esistono allo stato latente facoltà supernormali quasi divine, le quali non solo non rivestono utilità di sorta in rapporto all’esistenza terrena, ma ne paraliz­zerebbero ogni attività qualora divenissero normali; dovrà convenirsi, dico, come tutto ciò significhi che tali facoltà esistono preformate nella subcoscienza umana in quanto dovranno esercitarsi normalmente ed utilmente in altra fase di esistenza; il che equivale a riconoscere la sopravvivenza dello spirito umano alla morte del corpo.

In base alla seconda delle ipotesi in questione, si dovrebbe presumere che le portentose profezie della natura esposta, come talune premonizioni personali implicanti eventi accidentali, abbiano origine estrinseca al sensitivo (ciò che del resto verrebbe dimostrato da numerosi episodi del genere), e vengano trasmesse da entità elevate di defunti, a scopi molteplici, tra i quali quello d’indurre l’umanità a riflettere sui destini immortali che l’attendono; nel qual caso si farebbe capo ugualmente e direttamente alla dimostrazione dell’esistenza e sopravvivenza dello spirito umano. Gli antichi romani dicevano: Si Divinatio est, Dii sunt. (Se la divinazione esiste, esistono anche gli Dei). Precisamente così. Ricordiamoci pertanto che nell’un caso come nell’altro, i fenomeni della chiaroveggenza nel futuro, per quanto rimangano imperscrutabili alla nostra mentalità finita, hanno virtù di dimostrare all’umanità, in guisa certa, sulla base dei fatti, che l’anima esiste e sopravvive alla morte del corpo.

E l’induzione che i fenomeni precognitivi in genere, lungi dal trarre esclusivamente origine dalle facoltà supernormali inerenti alla subcoscienza umana, abbiano invece per causa frequente l’intervento di entità estrinseche,

un’induzione che non emerge soltanto dalla circostanza che in numerosi episodi le precognizioni appariscono formulate da entità di defunti le quali forniscono prove mirabili d’identificazione personale, ma risulta altresì dimostrata in base all’analisi approfondita di talune profezie, e soprattutto in base all’analisi di numerosi episodi di premonizione di morte accidentale.

Ora un episodio di quest’ultima natura si rinviene anche nel caso qui considerato; ma prima di segnalarlo e commentarlo, tornerà opportuno di far rilevare come nel mio libro sui «Fenomeni Premonitori» io avessi già raccolto un buon numero di casi di premonizione di morte accidentale in cui appariva evidente la loro origine estrinseca; e ciò soprattutto in quanto in essi si riscontrava che la vittima designata andava incontro al suo destino per tacito od espresso consenso dell’agente supernormale, il quale si asteneva con cura di rivelare quei particolari di cui l’interessato avrebbe potuto valersi per eludere il destino che lo attendeva. Si aggiunga che in tali circostanze io feci altresì rilevare come ogni qual volta all’agente supernormale si rivolgevano domande esplicite in proposito, egli, o non rispondeva, o lo faceva evasivamente, o si esprimeva simbolicamente, in guisa da non lasciar trasparire il vero significato delle sue parole fino ad evento compiuto; quasiché non volesse, o gli fosse inibito, di rivelare tutto ciò che manifestamente sapeva.

Ora, siccome niuno poteva inibire ad una personalità subcosciente ed autonoma, di salvare da morte una persona rivelando ciò che sapeva, e siccome non potevano allegarsi motivi pei quali una personalità subcosciente fosse indotta volontariamente ad astenersene, ne conseguiva in modo indubitabile che in contingenze di tal natura non poteva trattarsi di personalità integrali subcoscienti.

E infatti, se si considerano i casi in cui il veggente predice a se stesso una morte accidentale imminente, come mai concepire che la di lui personalità subcosciente, pur possedendo i mezzi di salvare da morte la parte cosciente di sé medesima, glieli nasconda accuratamente, o glieli adombri in simboli incomprensibili fino ad evento compiuto, col preciso intento di lasciarla morire e di lasciarsi morire? Per una subcoscienza autonoma, destinata ad estinguersi con la morte del corpo, un procedere siffatto apparirebbe oltre ogni credere assurdo e pazzesco; e se malgrado tutto, il fenomeno si realizza, allora deve inferirsene che tali reticenze inconciliabili con l’esistenza incarnata della personalità umana, non solo denotano l’intervento di entità estrinseche al sensitivo, ma provano altresì come tutto ciò avvenga in vista di una finalità ultraterrena. Il che ci riconduce forzatamente all’ipotesi spiritualista; vale a dire, alla dimostrazione ­ per ausilio dei fenomeni precognitivi ­ della sopravvivenza dello spirito umano considerata cumulativamente da due punti di vista in apparenza opposti, ma che risultano in realtà complementari l’uno dell’altro: l’Animico e lo Spiritico; come pure ci riconduce alla concezione inevitabile di una Fatalità sovrastante ai destini umani.

Ciò premesso a schiarimento del tema, torno al caso in esame onde rilevare l’incidente premonitorio a cui si alluse, il quale appare analogo a tanti altri da me raccolti nel libro indicato; ed è l’incidente in cui il sensitivo predice la propria morte. In esso si osservano due circostanze molto suggestive nel senso qui considerato: l’una, che al momento in cui il veggente preconizzò l’imminenza della propria morte, e solo in questo preciso istante, egli si risveglio (o meglio, fu risvegliato), quasiché i volesse ch’egli venisse a conoscenza della sorte che lo attendeva, onde prepararlo al gran passo; l’altra, che in pari tempo gli si nascose l’infermità che doveva trarlo alla tomba. Al qual proposito giova rilevare che all’istante del fugacissimo risveglio, il veggente si domanda: «Io muoio; sì muoio; ma di che male muoio?». Il che dimostra come gli anelasse di saperlo; per quanto tale suo desiderio non venisse esaudito... Perché?

Volendo rispondere al formidabile quesito, giova anzitutto considerare come tutto concorra a far presumere che se la causa agente era in proposito tanto bene informata da preconoscere che la morte del veggente doveva avvenire in tre giorni, allora tale causa intelligente doveva sapere altresì quale sorta d’infermità avrebbe determinata la sua morte; e così essendo, non può non inferirsene che se la causa in questione avesse svelato ciò che sapeva, il veggente avrebbe potuto premunirsi dal contagio, del «vaiuolo nero» serpeggiante nel quartiere da lui abitato.

Stando le cose in questi termini, dovrebbe rispondersi al quesito in esame osservando come anche nel caso di Lèon Sonrel l’agente trasmettitore delle visioni premonitorie, abbia taciuto deliberatamente il particolare dell’infermità che doveva colpirlo, e ciò col proposito palese di non ostacolare il compiersi del di lui destino in terra. Ne deriverebbe che la causa intelligente determinatrice dell’episodio esposto, non era e non poteva essere la personalità integrale subcosciente di Lèon Sonrel.

A rincalzo di siffatte conclusioni, tornerà opportuno accennare al caso LV del mio libro sui «Fenomeni Premonitorii», in cui il celebre giornalista e scrittore inglese William Stead, narra di un messaggio psicografico da lui ottenuto pel tramite della propria medianità, nel quale lo si informava che prima del Natale la di lui segretaria d’ufficio, doveva morire di morte violenta. E conformemente, nel mese di dicembre, la signorina designata ammalavasi improvvisamente, e in un accesso di delirio febbrile, gittavasi a capofitto dalla finestra, rimanendo uccisa sul colpo.

In tale circostanza, io così commentavo:

«Lo “spirito­guida” Giulia aveva detto: “E. M. non giungerà tra noi in causa di morte naturale”; dal che ne deriva com’essa, oltreché consapevole della prossima fine della signorina in questione, fosse pienamente edotta sul genere tragico di morte che l’attendeva; circostanza che offre materia a serie riflessioni, poiché da essa emerge che se Giulia avesse confidato il fatto allo Stead, questo avrebbe sicuramente salvata da morte l’inferma provvedendo a farla sorvegliare. Sorge quindi spontanea la domanda: “Perché Giulia non lo fece? Perché, potendolo, non volle profferire una parola con cui salvare da morte una persona?”. Questo il mistero perturbante; e a diradarlo non si presterebbe che una spiegazione: “Il farlo era inibito a Giulia, non essendo concesso a uno spirito di ostacolare il corso dei destini umani”. Ed eccoci ripiombati in piena ipotesi “fatalista”».

Per brevità, mi astengo dal citare altri esempi, sebbene il tema importantissimo lo richiederebbe.

Concludendo: Siccome l’incidente di Léon Sonrel risulta analogo al precedente, mi pare non debba sorgere dubbio sul fatto ch’esso comporta la medesima spiegazione; vale a dire che in tale circostanza, come nelle altre, devesi far capo a un intervento estrinseco, in cui l’entità comunicante si astenne dal rivelare alla vittima la natura della sua morte, col proposito evidente di non ostacolare il compiersi del suo destino nel transito dell’esistenza incarnata.

* * *

CASO XVIII ­ In questo secondo episodio del genere qui considerato, già si rileva nettamente il fatto di una precognizione degli eventi d’ordine generale strettamente limitata ai particolari che dovranno direttamente ripercuotersi sul consultante. Tuttavia la veggente accenna esplicitamente allo scoppio di una guerra; vale a dire ch’essa dimostra di avere ancora piena consapevolezza di un evento d’ordine generale il quale dovrà interferire nella vita del consultante.

Il caso si riferisce alla prima guerra balcanica, la quale doveva generare la grande guerra europea. Venne pubblicato sul Light (1914, pag. 466), dal conte Chedo Mijatovich, il quale, come già si fece rile vare in precedenza, è un’alta personalità politica e letteraria del regno di Serbia. Egli fu ministro delle finanze, poi ministro degli affari esteri nel governo del suo paese, quindi ministro plenipotenziario di Serbia a Londra. Si aggiunga ch’egli è molto noto come storico, come romanziere e come cultore d’indagini metapsichiche, nelle quali rivolse specialmente le proprie ricerche sui fenomeni precognitivi. Egli scrive:

«Nell’anno 1910 io ricevetti una lettera da parte di un giovane luogotenente dell’esercito Serbo. In essa egli mi confidava di essere perdutamente innamorato di una signorina che lo ricambiava di pari affetto; ma che, disgraziatamente, tra la propria famiglia e quella della signorina, esisteva una profonda inimicizia di antica data, per cui entrambe le famiglie si rifiutavano recisamente di accordare il consenso per il matrimonio. Tale stato di cose pareva irreparabile, e gli amanti meditavano un passo disperato, giacché se non potevano vivere uniti come marito e moglie, potevano morire insieme come fedeli amanti. In tali critiche circostanze, un amico aveva consigliato il giovane luogotenente di scrivere a me, che risiedevo a Londra, pregandomi di consultare in proposito una veggente, alla quale si sarebbe dovuto rivolgere la domanda: “Non rimane dunque speranza alcuna per l’avvenire del loro amore?”.

«Naturalmente la lettera del luogotenente era scritta in lingua serba. Io la inviai alla veggente Mrs. Julia Burchell, di Bradford, invitandola ad analizzarla psicometricamente onde ricavarne possibilmente qualche visione riguardante lo scrittore della lettera. Dopo qualche giorno ricevetti la seguente risposta:

«“1° ­ Vedo che chi scrive la lettera è un giovane ufficiale, amante contraccambiato di una leggiadra signorina. Ma essi sono infelici, perché vi sono ostacoli che paiono insormontabili, i quali. impediscono la loro unione. Malgrado tutto, io vedo improvvisamente squarciarsi le nubi nel cielo del loro amore, e splendere un sole radioso sopra una coppia di giovani sposi debitamente uniti in matrimonio, i quali vivranno insieme giorni felici.

«“2° ­ Mi si presenta una seconda visione, in cui scorgo il giovane ufficiale in atto di marciare alla testa di una compagnia di soldati. E’ scoppiata la guerra nel suo paese.

«“3° ­ Mi appare una terza visione. Il giovane ufficiale è sulla rivadel mare, in atto di sorvegliare l’imbarco di un reggimento di soldati sopra un grande piroscafo.

«“4° ­ Ora scorgo il giovane ufficiale alla testa della propria compagnia. Marcia all’assalto di una fortezza nemica. Vedo gli uomini che lo circondano cadere in gran parte morti o feriti, ma il giovane ufficiale rimane sempre in piedi. Egli uscirà dalla prova senza toccare ferite”.

«Inviai subito al giovane ufficiale la lettera inglese di Mrs. Burchell, con la traduzione in lingua serba del suo contenuto; esprimendo la speranza che la prima visione di una coppia di sposi felici, debitamente uniti in matrimonio, avesse a realizzarsi al più presto. Per ciò che riguardava le altre visioni, io esprimevo il dubbio che fossero incorse interferenze subcoscienti Infatti non eravi neanche la più lontana possibilità che dovesse scoppiare una guerra nei Balcani, né allora, né in futuro. E, quanto alla riva del mare, purtroppo la Serbia è molto lontana dal mare!

«Tutto ciò ­ come dissi ­ avveniva nel 1910. Ora nel giugno di quest’anno (1914), io mi recai a passare alcune settimane a Belgrado. Un mattino il servitore mi consegnò un biglietto da visita del maggiore Geremia Stanoyevich, il quale desiderava parlarmi. Io non ricordavo affatto di averlo conosciuto; ma ciò nulla implicava, e lo ricevetti. Vidi entrare uno spigliato e brillante ufficiale, il quale, dopo le solite formalità di presentazione, disse: “Mi ritenni in dovere di venire personalmente a ringraziarvi per la gentilezza che avete dimostrato a mio riguardo quattro anni or sono, allorché salvaste me e la mia fidanzata dalla disperazione, inviandomi l’incoraggiante messaggio della vostra amica chiaroveggente, Mrs. Burchell. Come pure ritenni mio dovere di venire a rendere giustizia al meraviglioso potere della predetta signora, le cui visioni a mio riguardo si realizzarono in ogni particolare. Infatti, ho sposato colei che amavo, e siamo entrambi felici. Come si è visto, la guerra da lei profetizzata, scoppiò effettivamente (1912­1913). Io dovetti marciare alla testa del mio battaglione da Uskub fino all’interno dell’Albania. Giunto a Durazzo, fui incaricato di sorvegliare l’imbarco di un reggimento di soldati sopra un grande piroscafo. Quindi, il mio reggimento ricevette l’ordine di marciare all’assalto delle posizioni fortificate di Briditsa, uno dei forti di Scutari. Alla testa del mio battaglione io mi lanciai all’assalto, salendo di corsa la collina, mentre a me intorno cadevano morti o feriti molti dei miei uomini. In quel momento mi balenò alla mente la quarta visione di Mrs. Burchell, e siccome le visioni precedenti eransi meravigliosamente realizzate, io dissi tra me: Tu non corri pericolo. Mrs. Burchell disse che te la caverai senza ferite. E rimasi sempre in piedi a sfidare il fuoco infernale dei turchi, uscendo dalla prova assolutamente incolume, come voi potete vedere!”.

«Il maggiore Stanoyevich desiderava specialmente che io ne informassi Mrs. Burchell, trasmettendole insieme i suoi più sinceri ringraziamenti uniti alla sua grande ammirazione. In pari tempo concedeva a me di pubblicare i fatti, incluso il suo nome.

«Alcuni giorni dopo, il principe ereditario di Serbia, in quel periodo reggente in vece del padre infermo, m’invitò ad una colazione nella reggia.

«Mi trovai circondato da un’accolta di alti ufficiali dell’esercito e di dignitari della Chiesa. Un colonnello mi domandò se fosse proprio vero che una veggente inglese aveva predetto, quattro anni prima, le vicende della vita del maggiore Stanoyevich, le quali si erano tutte realizzate. Io risposi affermativamente, raccontandogli l’intera storia quale ora la riferisco in questa lettera.

«Il principe ereditario ne rimase siffattamente impressionato, che inviò subito un messo a cercare il maggiore Stanoyevich, onde condurlo alla reggia. Il maggiore fu rintracciato e condotto a palazzo, dove egli non solo confermò ogni ragguaglio da me riferito, ma fece vedere al principe ereditario la lettera inglese di Mrs. Burchell, con l’unita mia traduzione letterale in lingua serba».

Il caso esposto risulta anzitutto molto importante per la sua documentazione irreprensibile, in quanto la veggente anziché descrivere oralmente le visioni che le si manifestarono, le trascrisse in una lettera inviata al conte Mijatovich, lettera che fu conservata. Si aggiunga che fra i testimoni dei fatti si annovera l’attuale re della Jugoslavia.

Il caso appare nettamente psicometrico. Infatti il consultante non era presente, e la sensitiva entrò in “rapporto psichico” con lui, o meglio, con la di lui subcoscienza, pel tramite di una sua lettera.

Dal punto di vista del tema qui considerato ­ che è quello delle profezie sulla grande guerra ­ il caso appare già molto meno circostanziato del precedente, visto che la sensitiva parla bensì di una guerra imminente nel paese del consultante, ma in merito allo svolgersi della medesima, essa non percepisce che tre incidenti minori, dei quali doveva essere protagonista il consultante.

Dal punto di vista precognitivo, in senso generico, il caso è indubbiamente interessante, giacché la sensitiva pervenne a designare in guisa meravigliosamente veridica le vicende essenziali che dovevano caratterizzare un periodo critico dell’esistenza del consultante.

Nel mio libro sui «Fenomeni Premonitori» tentai, nei limiti delle possibilità umane, di compenetrare in qualche modo la genesi di siffatte perturbanti manifestazioni, e tornerò brevemente sull’argomento nel capitolo conclusionale del presente lavoro. Il discuterne ora mi allontanerebbe troppo dall’enumerazione dei fatti.

* * *

CASO XIX ­ Il caso che segue può classificarsi ancora tra quelli in cui venne vaticinata la grande guerra, per quanto ne segni il limite estremo, al di là del quale si schierano gli episodi in cui il veggente descrive le vicende della vita del consultante provocate dalla guerra, ignorando la guerra.

Venne comunicato al dottor Gustavo Geley dal relatore­protagonista dei fatti, e convalidato dalla testimonianza scritta di un amico di lui, il quale aveva assistito alla consultazione con la veggente. Il dottor Geley pubblicò l’episodio nel numero di settembre­ottobre 1923, della Revue Métapsychique (pagg. 321­326). Il relatore­protagonista, Emanuel Malyhski, di nazionalità polacco, riferisce quanto segue:

«Nel 1909, trovandomi a Parigi, mi recai dalla celebre chiromante Mad. Fraya, di cui avevo sentito parlare. Ero spinto da un puro sentimento di curiosità, giacché il mio scetticismo in materia era assoluto. Del resto, io tutto ignoravo nei riguardi della metapsichica; non avevo nessuna inclinazione per il misticismo, né alcuna attrazione per il mistero.

Giovane, ricco, indipendente, confesso sinceramente ch’io non pensavo ad altro che a godermi la vita. In quel periodo mi trovavo in rapporti galanti con un’artista drammatica assai nota. La sera precedente avevo avuto un lieve diverbio con lei, e me ne sentivo ancora crucciato; per cui mi domandavo con curiosità se Mad. Fraya avrebbe letto nel mio pensiero tale preoccupazione...

«Mad. Fraya, aiutandosi con la lente, esaminò successivamente le mie mani; poi mi guardò negli occhi, e prese la parola.

«(Tengo a dichiarare ch’io mi trovavo in compagnia di un amico, il signor Studzinski, il quale volle gentilmente unire la sua testimonianza alla mia).

«Queste le parole precise della veggente:

«“La vostra mano appare estremamente interessante. Siete dotato di una viva sensibilità amorosa. Un grande romanzo di amore vi attende... Forse è già cominciato!”.

«Naturalmente io pensai subito all’attrice drammatica di cui sopra. La veggente così continuò:

«“Questo amore produrrà nell’animo vostro un’impressione tanto profonda, che la vostra esistenza muterà radicalmente. Voi conducete attualmente una vita da gaudente, e diverrete invece concentrato, silenzioso, solitario, romantico! Voi siete irreligioso, materialista, un po’ cinico, e diverrete religioso! Pregherete onde vengano rimossi gli ostacoli che vi separano dalla donna adorata!”.

«Tali pronostici mi stupirono e mi divertirono nel tempo stesso, giacché la mia passioncina per l’attrice non aveva carattere di tanta gravità. Domandai:

«“Si tratterebbe, forse, di ostacoli frapposti dalla mia famiglia?”.

«“No” rispose Mad. Fraya, “dalla parte della di lei famiglia. Il vostro più ardente desiderio sarebbe di sposarla, e l’opposizione verrà dalla di lei famiglia”.

«Osservai: “Se è così, allora non può trattarsi di Mad. X (l’attrice)”.

«“No; si tratta di una signorina del gran mondo di alto rango sociale”.

«A tali parole frugai nei miei ricordi, fermandomi col pensiero sopra una mia concittadina, una giovinetta della migliore società, per la quale avevo provato nella mia giovinezza un vivo attaccamento. La descrissi brevemente e discretamente a Mad. Fraya, domandando: “Si tratta forse di questa signorina?”.

«“No, no” replicò essa vivacemente, “la signorina di cui mi parlate non la rivedrete più. Oh! la povera giovinetta! La vedo bionda, bella, gentile... Quale destino tragico l’attende! Essa non si accaserà mai... La vedo perire di morte violenta, particolarmente orribile, come una martire... La donna del vostro destino, che, a quanto sembra, voi non conoscete ancora, è invece una straniera appartenente ad un rango sociale molto elevato, assai superiore al vostro”.

«E a questo punto Mad. Fraya mi descrisse minuziosamente la donna del mio destino, sia fisicamente che moralmente; informandomi altresì in merito alla di lei posizione sociale e alla di lei nazionalità; aggiungendo con precisione stupefacente alcuni particolari intimi, che mi è impossibile riferire. Ahimè! Purtroppo, ogni cosa risultò incredibilmente vera!

«Mad. Fraya così continuò: “Voi la incontrerete per caso. Immediatamente, e senza averle parlato, sentirete che è lei. La seguirete in contrade lontane. Rinuncierete per lei a tutte le abitudini della vostra esistenza. Domanderete alla Provvidenza l’occasione di compiere qualche prodezza, nella speranza di sormontare a quel modo gli ostacoli che si frappongono fra lei e voi, conquistandola al vostro amore. Ahimè! Il tempo passerà, l’ostacolo rimarrà, e non si presenteranno per voi occasioni di compiere ciò che bramate. Voi continuerete ad essere infelicissimo; niente più vi interesserà nella vita malgrado la vostra fortuna, e più non cercherete la compagnia di altre donne.

«“Quindi si scatenerà qualche cosa come una grande guerra, alla quale prenderà parte la nazione di questa donna. In quel momento voi vi troverete nella patria di lei, che non è la vostra patria. V’ingaggerete nell’esercito di questa nazione, spinto dalla speranza di compiere qualche cosa di notevole. Ma non vi riuscirete!

«“Ora vi scorgo lontano dalla donna amata. Si direbbe che siete rovinato e senza un soldo. Eppure non avete perduto la vostra fortuna, giacché più tardi io vi scorgo ricco come prima, nella guisa di prima. Siete uscito da un cattivo passo, e vi ritrovate nella vostra patria, padrone dei vostri dominii.

«“Ma ecco che colà si scatena un alcunché di somigliante a un’altra guerra, o piuttosto a una rivoluzione, poiché vedo agitarsi turbe indisciplinate e disordinate. La vostra vita correrà pericoli d’ogni sorta. Fuggirete in gran fretta con la famiglia, trasportando tutto ciò che potrete. Riuscirete a salvarvi; però in causa di ragioni che non discerno bene, ma che ritengo d’ordine materiale, voi rimarrete per lungo tempo separato dalla donna amata, senza saperne nulla.

«“Durante siffatto periodo, l’esistenza di questa donna muterà radicalmente. Fino a quel giorno, tra lei e voi si frapponeva un ostacolo d’ordine convenzionale; ora si ergerà un ostacolo reale, insormontabile”.

«Chiesi invano a Mad. Fraya che mi precisasse la natura di tale ostacolo: Matrimonio? Malattia? Ingresso al monastero? Mad. Fraya aggiunse unicamente che si realizzerebbe qualche cosa che mi farebbe perdere ogni speranza, lasciandomi in preda allo scoramento e alla disperazione. Poi mormorò:

«“Cosa strana! Quando voi nutrivate speranza e fiducia, non avevate probabilità di riuscita. Solo quando avrete perduto ogni speranza; quando voi non vedrete più la donna dei vostri pensieri, e non saprete neanche dove si trovi, si produrrà nel di lei animo un mutamento in vostro favore”.

«Chiesi: “Ma perché non la vedrò più?”.

«“Perché” disse Mad. Fraya, “farà qualche cosa che vi dispiacerà a tal segno che non vorrete più vederla. Vi scorgo sempre più accorato e scoraggiato per questo ed altri motivi. Gli anni passano, vi sentite divenir vecchio, e non pensate più ad ammogliarvi; quando ad un tratto v’imbatterete in lei, e in modo inaspettato tutto si appianerà. Questo sarà il giorno del vostro trionfo sotto ogni rapporto, e voi ne uscirete come ringiovanito. Poco dopo io vi scorgo ammogliato, e sono quasi sicura che si tratta di lei; ma potrebbe anche darsi si trattasse di un’altra. Non posso vederlo chiaramente, ma penso che sarebbe troppo strano che al domani di un lungo periodo trascorso sotto la di lei influenza, voi possiate subito ammogliarvi con un’altra, Voi diverrete in seguito padre di due o tre figli.

«“Nel frattempo, prima del giorno decisivo, voi avrete scritto delle opere d’ordine politico­sociale. Vedo la politica europea in una condizione inestricabilmente confusa, da non sapere come uscirne; e sarete voi che scriverete, o direte ciò che occorre fare. Sarete ascoltato e diverrete celebre; ma non subito però, poiché quando pubblicherete i vostri libri, essi non incontreranno successo alcuno. Sarà quando voi stesso non crederete più al loro successo, che vi capiterà la lieta sorpresa, e che nel mondo si parlerà di voi... Voi siete ufficiale, non è vero?”.

«“No; vi garantisco che non lo fui mai”.

«“Ebbene; allora è certo che voi lo diverrete. Ma statemi a sentire. Non sarà la guerra che vi darà la notorietà, bensì la liquidazione della guerra...”.

«Chiesi ancora quanto si sarebbe prolungata nel tempo questa lunga successione di avventure a me sovrastanti, ma non ricevetti che risposte vaghe, dalle quale ritrassi l’impressione di un periodo piuttosto breve: un anno, o due al massimo.

«Questa la profezia. Uscendo dal gabinetto di Mad. Fraya avevo la assoluta convinzione di avere ascoltato una farragine di bubbole senza capo né coda. Figuriamoci: la guerra, la mia partecipazione alla guerra in un paese straniero; un romanzo d’amore con una donna d’alto rango sociale; la mia conversione religiosa; dei libri che avrei scritto sopra questioni politico­sociali, laddove io non pensavo che a godermi la vita; la mia rovina finanziaria, ma solo temporanea; la fuga precipitosa dai miei dominii, di fronte all’invasione di bande armate; la fine tragica della bionda fanciulla che avevo amato nella prima giovinezza, la quale avrebbe fatto una morte da martire (in pieno secolo ventesimo); tutto ciò si presentava con tali caratteri di assurdità, e peggio ancora, d’inverosimiglianza sconclusionata, da cascare nel ridicolo. Per cui mi stupivo che una veggente professionista potesse dar prova di tale mancanza di criterio pratico da non curarsi di predire eventi i quali avessero almeno apparenza di verosimiglianza, e scodellasse imperturbabile delle avventure sconclusionate, vere fiabe per bimbi.

«Orbene: chi l’avrebbe detto! Tali predizioni dall’apparenza sconclusionata ed assurda, si realizzarono in massima parte, e ciò in guisa meravigliosamente precisa!

«Nel 1912, io m’incontrai per combinazione, in una donna la quale esercitò su di me tale fascino di bellezza, come mai erami occorso in precedenza. E questa donna, dal lato fisico, come dal lato morale, per la nazionalità, per la di lei posizione sociale ed ogni altro particolare, concordava esattamente con la descrizione che me ne aveva fatta Mad. Fraya. E conforme a quanto la veggente aveva predetto, poco dopo essa salpò per l’America, dove io la seguii. A tutto rigore, mi si potrebbe obbiettare che io mi ero invaghito di quella donna in forza della suggestione che su di me aveva esercitata la predizione di Mad. Fraya; e che ciò era avvenuto non appena mi ero incontrato con una donna corrispondente alla sua descrizione.

«Osservo in proposito, come ad ogni modo, tale suggestione non avrebbe potuto far viaggiare colei che amavo “in contrade lontane, dove io dovevo rimanere sotto la di lei influenza”, come aveva predetto Mad. Fraya. Colà sbarcato, cercai di compiere qualche cosa di notevole onde forzare la di lei ammirazione. L’aviazione, allora nel suo periodo eroico, mi parve propizia a tale scopo, e mi misi a fare dell’aviazione; ma non pervenni a compiere imprese sensazionali.

«Ed ecco sopraggiungere la guerra. Sebbene io non avessi mai prestato servizio militare, e rimanessi completamente libero in proposito, a norma delle leggi del mio paese, io m’ingaggiai volontario. Indossai l’uniforme, divenni ufficiale; non però sul fronte della mia patria, ma sul fronte della patria della donna amata. Rimasi per qualche anno senza notizie di mia madre e delle mie proprietà. Dopo la rivoluzione bolscevica, io più non sapevo neanche se i miei vivevano ancora, e se io mai più avessi potuto rientrare in possesso delle mie proprietà. Mi trovai privo di mezzi di sussistenza per alcuni anni, e in una situazione assolutamente precaria. Quando la guerra europea ebbe termine, rientrai nel mio paese, dove la guerra locale continuava. Tornai nelle mie terre, che non avevano molto sofferto; ma, dopo qualche mese, ecco scatenarsi l’offensiva bolscevica, del 1920 contro la Polonia. Fui costretto a fuggire in gran fretta, insieme alla mia famiglia portando con me tutto ciò che si poteva portare viaggiando in vettura attraverso la foresta, quasi sotto il fuoco delle mitragliatrici; poiché le ferrovie, in piena disorganizzazione, non funzionavano.

«Poco dopo, mi giunse la nuova che la fanciulla bionda e gentile da me amata nella prima giovinezza, la quale era stata oggetto della sinistra predizione della veggente, era perita di morte violenta, in modo particolarmente orribile, da vera martire, com’era stato predetto!

«Le mie terre furono devastate; il disordine e l’anarchia regnarono in modo specialmente grave nella provincia dove io risiedevo. Continuavo nominalmente ad essere ricco, ma le mie rendite erano ridotte ai minimi termini, e in seguito alla svalutazione del “marco” polacco, io mi tramutavo in povero; vivendo all’estero, ed ero letteralmente ridotto a condurre un’esistenza di sacrifici nel paese della donna amata. Fuallora che appresi improvvisamente come la fanciulla che amavo fosse andata sposa a un uomo di condizione inferiore alla sua, e non superiore alla mia. Ciò che produsse in me cruccio ed esasperazione enormi.

«Io non la rividi più, e mi diedi a scrivere libri politici, in cui proponevo una soluzione dei problemi europei qual furono creati dalla guerra. Scrissi inoltre un’opera in cui narravo sotto forma impersonale e discreta, le mie peripezie d’amore e lo stato d’animo in cui mi trovavo. Per lo innanzi, io non avevo mai pubblicato o scritto nulla, e non mi credevo capace di farlo. Si aggiunga che non mi ero mai interessato ai problemi politici, economici e sociali, come possono attestarlo tutti coloro che mi conoscono dall’infanzia, e non mi rendo assolutamente conto come possa essere sorta in me l’idea di scrivere. Quando cominciai il mio primo libro non avevo altra intenzione che di scrivere un articolo per un giornale. Indi, riscontrando che l’articolo mi era divenuto troppo lungo, pensai di pubblicarlo in opuscolo. Infine, l’opuscolo si trasformò in un grosso volume; quindi in parecchi volumi. Anche in questa circostanza mi si potrebbe obiettare come tutto ciò fosse opera di suggestione. Io non lo so, ma ove anche così fosse, risulta palese che la maggior parte delle altre predizioni veridiche non dipendevano affatto da me, a cominciare dall’incontro casuale con la donna del mio destino e dai viaggi che ne seguirono, per passare alla guerra, alla rivoluzione, alla fuga, all’uniforme militare da me indossata, alla morte tragica della fanciulla bionda e gentile, al fatto di essermi trovato effettivamente privo di denaro e di risorse, senza per questo essere rovinato, e finire all’ostacolo insormontabile dell’avvenuto matrimonio, ed ai numerosi particolari intimi ch’io non posso riferire.

«Fino al giorno in cui scrivo, i miei libri non ebbero alcun successo, come aveva pronosticato la veggente. Quanto alla mia situazione materiale, essa va migliorando di giorno in giorno, ed è a questo punto ch’io mi trovo. Malgrado la concordanza di tante predizioni con gli avvenimenti che susseguirono, io rimango scettico per il resto.

«Infatti, dopo di allora, e a misura che si realizzavano le predizioni, io mi recai parecchie volte, a lunghi intervalli, dalla medesima chiromante, la quale più non mi disse che delle cose banali od erronee. Quando, ad esempio, io venni a sapere che l’eroina della predizione erasi fidanzata ad un altro, Mad. Fraya sostenne con forza ch’essa non si mariterebbe, e che non si trattava che di una prova a cui essa sotto metteva la mia fedeltà. Poi aveva aggiunto: “Sarà come se fossi maritata; tutti lo penseranno, ma in realtà così non sarà, e un giorno voi rimarrete stupito in apprendere il vero; e sarà lei stessa che ve lo apprenderà”. Ora tutto ciò è impossibile, per la buona ragione ch’essa è veramente maritata e madre di un bimbo. Quanto a me, sono rimasto celibe. E’ dunque assai probabile che la parte non ancora realizzatasi delle predizioni esposte, non si realizzerà mai più. Ma ciò non toglie che la grande maggioranza degli eventi che mi furono preconizzati, si realizzò in modo meraviglioso, a dispetto dell’inverosimiglianza flagrante dei medesimi. Ripeto che nel 1909, nulla esisteva nel mio pensiero cosciente che avesse il più lontano rapporto con le predizioni fatte; nulla che potesse lasciar sospettare gli eventi futuri della mia vita». (Firmato: EMANUEL MALYNSKI).

«Testimonianza: Io sottoscritto, avendo assistito allo svolgersi della predizione che Mad. Fraya fece all’amico mio Emmanuel Malynski, nel 1909, a Parigi, certifico che la narrazione da lui consegnata al dottore Gustavo Geley nel settembre del 1923, a Varsavia, è scrupolosamente esatta, senz’ombra di esagerazione». (Firmato: JEAN STUDZINSKI – Rue Szpitalna, Varsavia).

Questo il caso assai movimentato e interessante raccolto e pubblicato dal dottor Gustavo Geley. Come già feci rilevare, dal punto di vista qui considerato, esso rientra legittimamente nella presente classificazione, in quanto la veggente alluse alla grande guerra, alla rivoluzione russa, e alla guerra della Russia bolscevica contro la Polonia, sebbene essa vi abbia alluso solamente nei limiti in cui gli avvenimenti d’ordine generale dovevano interferire con l’esistenza del consultante.

Dal punto di vista genericamente precognitivo, il caso appare notevolissimo. Tra i particolari più interessanti, rilevo la predizione riguardante la «giovinetta bionda e gentile, destinata a perire di morte violenta, in guisa orribile, come una martire». E tale incidente appare teoricamente importante, in quanto la sensitiva percepì indirettamente l’avvenire della giovinetta pel tramite del consultante, il quale in quel momento pensava a lei. Il che presuppone una potenzialità di compenetrazione nel futuro, la quale appare siffattamente prodigiosa e inconcepibile da confondere la mente; ma i fatti rimangono fatti, a dispetto dell’impotenza nostra a spiegarli, e malgrado i perturbanti problemi d’ordine filosofico­morale che sottintendono.

Da quest’ultimo punto di vista, si rileva infatti che in base agli episodi precognitivi pietosamente tragici quale quello esposto, si sarebbe indotti a concluderne che se l’infelice giovinetta era destinata a morire da martire per opera delle orde bolsceviche, e se il fatto era stato predetto parecchi anni prima, allora tutto concorre a far presumere che l’evento era fatalmente prestabilito, e in conseguenza, che la Mano del Destino pesa in forma spietatamente cieca sull’umanità, sacrificando l’innocente ed esaltando il colpevole. Così sembrerebbe infatti, ma l’esperienza insegna che le apparenze ingannano quasi sempre, e che la realtà che si nasconde dietro le apparenze risulta sempre diametralmente opposta alle apparenze stesse. Ne deriva che il criterio della ragione sorretto in ciò dall’intuizione, si sente indotto a spiegare il perturbante mistero ricorrendo all’antichissima dottrina orientale intorno alla palingenesi dello spirito, ed alla sua lentissima elevazione attraverso la trafila delle incarnazioni ascensionali negli organismi viventi, con tutte le conseguenze biologico­psichiche che ne derivano; le quali implicherebbero l’esistenza di una «sanzione naturale», che s’identificherebbe con la legge fisica delle cause e degli effetti; sanzione implicante l’influenza matematica di un’esistenza sull’altra; o meglio, della somma di tutte le esistenze passate, sull’ultima; e ciò necessariamente, ma sempre a vantaggio dell’ulteriore evoluzione spirituale degli individui; per cui dovrebbe dirsi coi filosofi orientali che «Il Male è il Bene che noi non conosciamo».

Passando a discutere di argomenti più accessibili alla nostra mentalità, osservo come nel caso in esame si rilevino parecchie affermazioni falsidiche, nel mezzo ad una serie mirabile di affermazioni veridiche. In compenso, nel caso stesso si rileva altresì la possibilità d’indicare il momento in cui le rivelazioni precognitive genuinamente tali, vengono improvvisamente sopraffatte da un afflusso di particolari fantastici e contraddittorii emersi intempestivamente dalla subcoscienza della veggente, e ciò per una causa facilmente presupponibile. Infatti, si osserva che la veggente aveva già detto tutta la verità intorno alla soluzione infelice del «romanzo d’amore» del consultante allorché aveva preconizzato:

«Ahimè! Il tempo passerà, l’ostacolo rimarrà, e non si presenteranno per voi occasioni di compiere ciò che bramate... Fino a quel giorno, tra lei e voi si frapponeva un ostacolo d’ordine convenzionale; ora si ergerà un ostacolo reale, insormontabile... Si realizzerà qualche cosa che vi farà perdere ogni speranza..., e che vi dispiacerà a tal segno che non vorrete più vederla...».

Ora è palese che con siffatte affermazioni la veggente aveva alluso chiaramente alla fine infelice del «romanzo d’amore» del consultante, come infatti doveva accadere. Sennonché trovandosi essa in condizioni di veglia; quindi consapevole di quanto diceva, e verosimilmente addolorata che i propri vaticinii dovessero togliere ogni speranza al consultante, ne derivò che tale suo sentimento pietoso, valse a perturbare in lei le condizioni di passività mentale indispensabili all’estrinsecazione delle facoltà supernormali subcoscienti, aprendo il varco a un’ondata di visualizzazioni falsidiche, d’origine autosuggestiva, le quali, conforme ai desideri della veggente, simboleggiavano una repentina soluzione felice del «romanzo d’amore».

* * *

A questo punto termina l’enumerazione dei casi di profezie vere e proprie riguardanti la prima Grande Guerra mondiale.

Non mi rimane che accennare brevemente alla categoria teoricamente importante ed altamente suggestiva degli episodi affini, in cui i veggenti descrivono le vicende in cui dovranno trovarsi i consultanti in causa della guerra, ignorando la guerra.

Trattandosi di episodi che risultano soltanto indirettamente collegati al tema qui considerato, mi limiterò a riferirne pochi esempi in riassunto.

***

CASO XX ­ Il dottore Eugène Osty, riferendosi alle proprie esperienze personali, osserva:

«Nel maggio del 1912, la veggente Loni­Feignez, ritenendo descrivere le mie occupazioni presenti, così si espresse:

«“Voi dimorate in una cittadina posta nel centro della Francia. Io vedo la vostra abitazione, che si trova in una Piazzetta... Ma non è là che si svolgono le vostre occupazioni... Voi lavorate in un grande fabbricato, dove avete un vostro gabinetto speciale... Colà manipolate un gran numero di fogli di carta... Quanti fogli di carta maneggiate! Ve li portano continuamente da un altro gabinetto vicino al vostro, dove si trovano parecchi impiegati che scrivono... E’ un perpetuo andare e venire tra il loro gabinetto e il vostro... Voi esaminate i fogli che vi porgono, per poi restituirli a chi ve li diede... Anche dal di fuori arrivano persone che vi consegnano le loro carte. Voi le sottomettete a un accurato esame, scrivete qualche cosa su di esse, e le rendete loro... Quanti fogli di carta toccate!...”. Così la veggente. Ora tale sorta di occupazione non aveva rapporto alcuno con la mia vita di allora; senonché, a cominciare dall’agosto del 1914, divenne uno degli aspetti della vita quotidiana da me condotta per due anni in qualità di medico­capo d’ospedale, nonché di sanitario locale, immerso nei documenti amministrativi.

«Si osservano in questa predizione delle lacune interessanti, in quanto valgono a dimostrare come il soggetto non abbia affatto percepito direttamente un episodio della mia esistenza futura, quasiché egli disponesse di un senso paranormale funzionante fuori del tempo; il che risulta palese in base alla considerazione che in tal caso egli avrebbe dovuto percepire le caratteristiche essenziali della situazione visualizzata; e cioè che io indossavo l’uniforme militare, e curavo i feriti».

Quest’ultima considerazione del dottore Osty è teoricamente importante, ed emerge così palese dall’indagine dei fatti, ch’io pure l’avevo formulata in precedenza. Vale a dire che in base all’analisi comparata dei fatti, risulta dimostrato come le visualizzazioni in genere dei chiaroveggenti, non rappresentino rispettivamente né la visualizzazione di una situazione reale nel presente, né la visualizzazione diretta di una situazione «astrale» nel passato, né la visualizzazione di una situazione «astrale» nel futuro; bensì consistono in rappresentazioni puramente simboliche, delle quali si vale l’Io integrale subcosciente, ovvero una entità spirituale estrinseca, onde trasmettere al veggente una data informazione, o un dato messaggio. Ne consegue che nella circostanza delle premonizioni, anche quando le visualizzazioni dei veggenti rappresentano fotograficamente una situazione che si realizzerà nel futuro, ciò non significa affatto che il veggente abbia avuto una visione diretta della situazione in discorso, situazione già maturatasi preventivamente nel «piano astrale», come affermano i teosofi. In realtà la situazione futura visualizzata dal sensitivo, non esiste ancora da nessuna parte, ma l’Io integrale subcosciente, o un’entità spirituale estrinseca, possono averne la precognizione, e in conseguenza proiettarne simbolicamente la rappresentazione al sensitivo.

* * *

CASO XXI ­ Tolgo dall’opera sopra riferita del dottor Osty (pag. 289), quest’altro episodio:

«Nel maggio del 1914, il conte R. de P., di 31 anni, nel corso di una seduta di metagnomia con Mademoiselle De Berly, ottenne la seguente predizione: “... Sono inquieta sul conto vostro. Abbiatevi riguardo, perché vi scorgo in pericolo di morte... Vedo che tirano su di voi con armi da fuoco... Ma voi non avete nulla da temere...”.

«Nel giugno del 1914, la medesima veggente, a proposito del progettato matrimonio del medesimo consultante, così gli parlò: “Voi non vi sposerete con questa signorina... Io vi scorgo in atto di voltarle le spalle... Del resto accadrà qualche cosa che ve ne allontanerà... Vedo che indossate un’uniforme... Qualche volta vi scorgo a cavallo, in atto d’impartire ordini a uomini che scavano gallerie... Oh! che lunghe gallerie!... Quanta terra che rimuovono questi uomini! Ma come è sporca la terra che rimuovono, e quanta, quanta ne scavano!... Soltanto dopo che avrete indossata questa uniforme e compiuti i lavori di cui parlo, voi perverrete ad ammogliarvi... Ma ciò non avverrà che quando avrete compiuti i 35 anni... Voi sposerete una signorina bruna, con capigliatura pettinata liscia, e in testa un cappellino nero. Ed essa avrà nelle vene sangue straniero...”.

«Il conte De P., il quale doveva passare il mese di agosto con la famiglia della sua fidanzata ­ una giovinetta bionda e di sangue francese ­ fu mobilitato appena avvenuta la dichiarazione di guerra. In qualità di luogotenente, fece scavare un gran numero di trincee, e “su di lui venne realmente tirato con armi da fuoco”, visto che fu ferito tre volte successive agli avambracci, guadagnandosi in settembre del 1915 i galloni da capitano e la croce della Legion d’onore; e che a Douaumont, sette mesi dopo, una palla lo colpì alla testa, spezzandogli il naso e asportandogli un occhio, ciò che non impedì all’intrepido ufficiale di continuare a comandare i suoi uomini fino all’esaurimento delle forze, guadagnandosi anche la “rosetta della Legion d’onore”.

«A 36 anni, finita la guerra, il conte De P. sposò una giovinetta bruna, con capigliatura liscia, e in testa un cappellino nero, la quale aveva nelle vene sangue italiano...».

Nell’episodio esposto la veggente vide che tiravano addosso al consultante con armi da fuoco, vide il consultante vestito in uniforme, occupato ad impartire ordini a uomini che scavavano gallerie nella terra, eppure ignorò la guerra!

* * *

CASO XXII ­ Ed ecco ciò che la medesima veggente, nel Gennaio del 1914, predisse al medesimo conte De P., a proposito del di lui fratello minore:

«La sua vita sarà breve... Egli morrà di morte violenta... Badi ad essere prudente quando va alla caccia... Egli morrà di un colpo d’arma da fuoco...».

Ora, nel dicembre del 1914, il conte Carlo P. venne ucciso in battaglia da una palla in fronte...».

* * *

CASO XXIII ­ I casi di predizioni di morte in guerra, pur ignorando la guerra, si realizzarono in numero ragguardevole. Cesare De Vesme, nelle Annales des Sciences Psychiques (1915, pag. 241), narra il seguente episodio:

«Uno dei più eminenti maestri del psichismo, mi raccontò recentemente il caso di una signora di sua conoscenza, la quale essendosi recata nell’anno 1913 a consultare una chiaroveggente, questa le predisse che suo figlio sarebbe morto per un colpo d’arma da fuoco, dopo circa un anno da quella data. Siccome il giovane era un cacciatore appassionato, sua madre fece di tutto per impedire ch’egli maneggiasse un fucile nel periodo di tempo preconizzato. Ma nell’agosto del 1914, il giovane fu chiamato sotto le armi, e fu dei primi a cadere in battaglia nella Champagne».

CASO XXIV ­ Cito in riassunto ancora un esempio interessante del genere, da me riferito per esteso nella monografia sugli «Enigmi della Psicometria». Il relatore­protagonista dei fatti ­ Edmondo Duchâtel ­ ne scrive in questi termini sulle Annales des Sciences Psychiques (1916, pag. 17):

«Il giorno 8 agosto 1913, sulla semplice presentazione di una lettera alla sensitiva Mad. Feignez, lettera da lei non guardata, essa mi delineò esattamente il ritratto fisico e morale di chi l’aveva scritta, e questi era Raymond Raynal (giovane artista drammatico, di grande avvenire), dichiarandomi che “qualora egli si fosse allontanato da Parigi, sarebbe perito di morte violenta prima che si compiessero due anni, colpito in piena faccia da un pezzo di ferro, e sopra, o accanto a un mezzo di locomozione che non era la ferrovia”.

«... Il giorno 17 dicembre, avendo io presentato nuovamente alla sensitiva la medesima lettera, essa dichiarò di avere già predetta la morte del giovane che l’aveva scritta... e, come la prima volta, ripeté che la causa della morte sarebbe stato un pezzo di ferro.

«Il 24 novembre, il signor H. L., amico di Raymond Raynal, si recò dalla veggente con un’altra lettera di lui. La veggente, al contatto della lettera, riconobbe subito la persona di cui si trattava...; quindi ripeté la medesima predizione, che, cioè, tra un anno egli sarebbe morto, sempre in causa di un pezzo di ferro...

«Raymond Raynal fu mobilitato il 4 agosto 1914, e venne ucciso il 6 di settembre.

«Il 19 settembre, la signora H. si recò da Mad. Feignez con l’ultima lettera da lui scritta, allo scopo di ottenere ragguagli circa la sua morte. Essa riferisce in questi termini i risultati della consultazione:

«“La signora Feignez mi dichiarò ch’egli non aveva sofferto perché fulminato da una palla nell’occhio destro; che la palla aveva fatto un’altra vittima; che Raymond Raynal non si trovava in battaglia, ma che si preparava a compiere una missione: quella di portare un ordine del comando; che con lui vi erano soltanto due o tre camerati; che alcuni giorni prima della sua morte, egli aveva ricevuto una mia cartolina postale. Dopo di che, la sensitiva soggiunse: ­ Voi ritroverete il suo corpo; ritroverete il luogo dove fu seppellito. ­ E osservò che non bisognava cercarlo in piena campagna; che la sua tomba era alla destra di una strada, a qualche metro di distanza da una biga di paglia”.

«Ora, in base ai dati raccolti, risultò che Raymond Raynal, il quale era ciclista di collegamento tra il suo generale di brigata e il colonnello, aveva a sé daccanto la propria bicicletta (il mezzo di locomozione che non è la ferrovia): malgrado l’espressione vaga, noi dobbiamo riconoscere esatte le parole della veggente); e mentre egli conversava col proprio capitano, venne fulminato da una palla nell’occhio destro (ecco il pezzo di ferro), la quale, dopo avergli traversata la testa, fracassò la spalla al capitano (ecco la seconda vittima). E’ pure esatto ch’egli non aveva punto sofferto.

«La signora H. aggiunse: “Egli aveva ricevuto da mia parte, entro il 4 e il 6 settembre, una cartolina postale, e in conseguenza è giusta l’affermazione della veggente che l’aveva ricevuta qualche giorno prima di morire. Abbiamo ritrovato il suo corpo a Barcy, al nord di Meaux, dove io sono arrivata dopo avere attraversato l’acqua. Era seppellito nella paglia. La sua tomba non aveva contrassegni particolari. Comunque venne subito identificato, perché ai primi colpi di vanga, venne fuori il suo libretto di matricola militare. Egli riposava in un campo, accanto a una biga di paglia”».

Dai commenti che il relatore fa seguire, al caso, stralcio il brano seguente:

«... Ciò che stupisce maggiormente è il fatto che nei due anni a cui alluse la veggente, accadde qualche cosa di gran lunga più grave e più importante, dal punto di vista generale, di quel che non sia la morte di Raymond Raynal: è piombato sul mondo quel tremendo flagello di cui egli fu tra le prime vittime; eppure la veggente non ne dice motto! E che cosa pensare di quel “pezzo di ferro” ch’ella preannuncia come se si trattasse della proiezione in aria di un giocattolo di bimbo? La veggente osserva: “E’ un pezzo di ferro”, e nel frattempo ignora la guerra! Essa ha previsto che nell’intervallo di due anni il giovane Raymond Raynal doveva morire, ignorando che sarebbe caduto sul campo dell’onore! Infine, si deve alle indicazioni da lei fornite, se si pervenne a rintracciare la sua salma».

* * *

Qui pongo termine alla enumerazione degli episodi precognitivi, d’ordine diretto e indiretto, riguardanti la prima grande guerra mondiale; al qual proposito ritengo opportuno rispondere preventivamente a una domanda che presumibilmente molti lettori non avranno mancato di rivolgere a se stessi, giacché si riferisce a una circostanza la quale emerge palese dal complesso delle profezie esposte; ed è che tutte si estrinsecarono nel mezzo ai popoli dell’Intesa; vale a dire, nel mezzo a una sola fra le parti belligeranti; ciò che induce spontaneamente a chiedersi: E nel mezzo ai popoli Austro­Germanici non vi furono profeti?

Rispondo che ve ne furono in buon numero, ma che nessuna delle profezie venute in luce risultò sufficientemente veridica per doversi prendere in considerazione dal punto di vista scientifico. Nondimeno giova rilevare al riguardo una circostanza molto suggestiva, ed è che tutte le profezie germogliate in ambiente Austro­Germanico, appariscono d’intonazione nettamente sfavorevole alle sorti teutoniche; dimodoché deve riconoscersi che se vi furono esagerazioni falsidiche, queste risultarono però correttamente orientate in senso pessimista.

Esempio tipico di quanto affermo, appare la così detta profezia di Hanover, la quale termina con questo periodo: «Dopo l’ultima grande battaglia, rimarrà così poco dell’Impero Germanico, che dall’alto di un albero si perverrà ad abbracciarne con lo sguardo tutto il territorio».

Dunque, profezie falsidiche bensì, ma tutte giustamente intonate a un pessimismo desolato e veridico, il quale trae a inferirne che i sensitivi ebbero l’intuizione genuina degli eventi futuri; intuizione che, presumibilmente, risultando per essi penosa, determinò perturbamenti nelle loro condizioni di passività mentale, favorendo l’emergenza dello strato onirico subcosciente, dal quale non potevano generarsi che fantasie conformi all’intonazione pessimista dominante.

Tornando ai casi or ora esposti, e dal punto di vista del quesito speciale sollevato dalla circostanza che ben sovente i chiaroveggenti preconizzarono vicende personali determinate dalla guerra, ignorando la guerra, mi limiterò ad osservare come tali sorta di lacune misteriosissime risultino una regola fondamentale per le manifestazioni della chiaroveggenza nel futuro; vale a dire che se talvolta il sensitivo prevede le vicende a cui dovrà sottostare personalmente l’individuo col quale si trova in «rapporto psichico», ignorando gli eventi futuri d’ordine generale, quali le guerre, le rivoluzioni, i cataclismi che dovranno determinare le vicende stesse, ciò presumibilmente dovrebbe ascriversi al fatto che i sensitivi attingono per lo più (non sempre) le loro informazioni dall’Io integrale subcosciente del consultante; e così essendo, appare razionale ch’essi non percepiscano sennonché le vicende strettamente riguardanti l’esistenza personale del medesimo, rimanendo esclusi dalla loro orbita di visualizzazione gli avvenimenti d’ordine generale, anche quando formano parte integrante dell’avvenire del consultante, in funzioni di cause.

Sennonché le conclusioni esposte fanno sorgere altri misteriosissimi quesiti da risolvere, tenuto conto che il semplice fatto di riconoscere che i sensitivi attingono le loro informazioni nella subcoscienza del consultante, porta necessariamente a domandarsi come mai possano esistere registrati nella di lui subcoscienza i dati rivelatori delle di lui vicende personali avvenire, e ciò anche quando tali vicende dipendano da eventi d’ordine estrinseco e accidentale. L’analisi approfondita di tale quesito comporta diverse soluzioni, le quali risultano complementari l’una dell’altra, e in conseguenza, dovrebbero tutte considerarsi fondate, quindi legittimamente applicabili ai diversi fenomeni indagati, a seconda delle circostanze; soluzioni da me proposte ed illustrate nel libro sui «Fenomeni Premonitori» (a talune fra esse, accennai nel presente lavoro, commentando i casi V, VI, XIV, XVII e XIX).

Non essendo possibile ch’io m’inoltri in una discussione la quale richiederebbe amplissimo svolgimento, mi limito ad insistere ulteriormente sulla più misteriosa di tali soluzioni, od ipotesi: quella secondo la quale le modalità con cui si estrinsecano talune categorie di fatti, traggono irresistibilmente a concluderne che molti degli eventi preconizzati siano essi d’ordine personale o generale ­ debbano risultare inesorabilmente preordinati... Ma per opera di chi? E per quali misteriose finalità? Ed eccoci ripiombati nel formidabile quesito del «Fatalismo», il quale si è imposto da millenni alla meditazione di tutti i popoli della terra.

Non sarebbe possibile svolgere adeguatamente un tema siffatto; per cui anche a tal proposito mi limiterò ad osservare che di fronte a taluni aspetti eloquentissimi dei fenomeni precognitivi (ai quali allusi, ma in guisa insufficiente, nei commenti ai casi IV e XVII), non sia possibile rifiutarsi ulteriormente ad ammettere l’esistenza di una fatalità preposta a governo dei popoli e degli individui, almeno nelle sue grandi linee evolutive; ammissione che oltre ad essere logicamente inevitabile, presenterebbe un lato filosoficamente confortante, in quanto equivarrebbe ad ammettere l’esistenza di «Entità spirituali» preposte al governo dell’umanità; il che implicherebbe l’esistenza di un «Supremo Gerarca», nonché la sopravvivenza dello spirito umano; e quest’ultima inferenza emergerebbe palese dalla considerazione che le prove personali a cui fatalmente dovrebbe sottostare, ogni singolo individuo, non avrebbero scopo se non venissero imposte in vista di una finalità ultraterrena; mentre le prove d’ordine generale cui dovrebbero sottostare i popoli, da una parte concorrerebbero al medesimo scopo, in quanto gli eventi d’ordine generale influiscono sulle vicende d’ordine personale, e dall’altra, si determinerebbero in vista dell’evoluzione collettiva, in ambiente terreno, delle singole razze.

Comunque, nel primo caso come nel secondo, dovrebbe concludersi che se la Fatalità esiste, ciò significa che i popoli, come gli individui, hanno ancora bisogno di essere indirizzati sull’aspra via della loro evoluzione individuale e collettiva in forza dell’impulso orientatore di gerarchie spirituali a ciò preposte, le quali sottopongono l’umanità a una disciplina di «Libertà condizionata» proporzionata al grado di evoluzione spirituale raggiunto.

Ne deriva che in tesi generale, dovrebbe concludersi affermando che le vicende dei popoli e degli individui risultano sottoposte alle Leggi Cosmiche della Necessità e della Libertà contemperate armonicamente insieme; tutto ciò in vista di una finalità che per quanto imperscrutabile, lascia intravedere debba esplicarsi nel senso ascensionale della Necessità verso la Libertà.

Non aggiungo di più, poiché il vastissimo tema non potrebbe svilupparsi convenientemente in base ai soli fenomeni qui considerati; per cui rimando coloro fra i lettori che vorrebbero approfondirlo, al mio libro intitolato: Dei Fenomeni
 


Premonitorii.

GUERRE E PROFEZIE di Ernesto Bozzano


CAPITOLO SECONDO

NOTEVOLI INTUIZIONI PROFETICHE INTORNO ALLA SECONDA "GRANDE GUERRA MONDIALE"


Mi affretto a dichiarare che il presente capitolo, nel quale dovrebbero contenersi le profezie riguardanti la seconda «Grande Guerra mondiale» che tuttora affligge l’umanità (1942), riuscirà in massima parte un riassunto d’intuizioni notevoli in tal senso e di considerazioni d’ordine generale, povero di eventi profetici meritevoli di essere riferiti per esteso. Il che dipende da varie cause, l’una delle quali è dovuta alla circostanza che le vicende preliminari conducenti alla nuova conflagrazione dei popoli, erano diverse nei due casi. Nel primo caso i veggenti si erano trovati in condizioni psicologiche serene e tranquille nei riguardi di un evento ch’essi non prevedevano allo stato di veglia, quindi in condizioni favorevoli all’emergenza delle facoltà supernormali subcoscienti, con la conseguenza che prima dello scatenarsi della guerra, essi formularono in proposito delle profezie veridiche mirabili; laddove così più non avvenne dopo scoppiata la guerra, giacché non potevano non seguirne ansiosamente le vicende, provocando in tal guisa interferenze autosuggestive di natura subcosciente.

Ben diversamente accadde nella seconda «Grande Guerra mondiale», in cui i veggenti si trovarono in condizioni di ambiente invertite, nel senso che la nuova temuta conflagrazione dei popoli era apparsa a tutti imminente, per cui ne derivò che gli animi dei «veggenti» non potevano non seguire ansiosamente le alternative degli eventi politici preliminari, sperando ancora e sempre nel mantenimento della pace; ciò che valse a neutralizzare le loro facoltà di veggenza, alterandole nel senso ardentemente desiderato; vale a dire, determinando vaticinii falsidici di pace.

Per converso, non così era avvenuto un decennio prima che la seconda guerra scoppiasse, quando, cioè, nessuno pensava alla minaccia di un’altra conflagrazione di popoli, per cui avvenne che a tale distanza nel tempo, si ebbe ad assistere a una lunga serie stupefacente di vaticinii non cercati, spontaneamente formulati dai veggenti e dai mediums, intorno all’imminenza di un’epoca di guerre di sterminio, con rivolgimenti sociali grandiosi, tremende carestie e sofferenze d’ogni sorta pei popoli della terra, nonché di cataclismi, crudissimi inverni, nubifragi, inondazioni, cicloni, anche per le nazioni non belligeranti.

Insomma, risultò che un decennio prima dei tragici eventi cui tutti odiernamente assistiamo (1942), essi furono concordemente preconizzati un po’ dovunque: in Europa, in America ed Australia, dai veggenti e dai mediums. E tale unanimità di pronostici catastrofici aveva assunto in quel torno di tempo una forma a tal segno insolita e imponente, da provocare uno stato di smarrimento in taluni fra i più noti spiritualisti, quali Sir Conan Doyle, Stanley De Brath e Camillo Flammarion, i quali non sapevano rendersi conto di ciò che avveniva, giacché da una parte tale complesso di eventi apocalittici non pareva verosimile ai giorni nostri, ma, d’altra parte, gli eminenti indagatori in discorso non potevano ammettere che tali e tante concordi rivelazioni profetiche dovessero ascriversi in massa alle gesta mistificatrici dello strato onirico della subcoscienza, dal momento ch’erano state formulate spontaneamente, in assenza di qualsiasi sorta di suggestioni ed autosuggestioni.

E, purtroppo, alla generazione presente che assiste esterrefatta al loro realizzarsi in successione apocalittica, risulta che non si trattava affatto di mistificazioni della subcoscienza.

Un’altra causa della deficienza di profezie veridiche riguardanti la seconda «Grande Guerra mondiale», dipende da una circostanza personale a chi scrive, ed è che con le dichiarazioni di guerra, cessarono bruscamente di pervenirgli tutte le riviste metapsichiche e spiritiche mensilmente ricevute, privandolo d’ogni informazione al riguardo. Ne consegue che è possibile, ed anche probabile che siansi realizzate in buon numero profezie veridiche sulle vicende della guerra attuale; ma, fino a quando imperversa lo stato di guerra non è possibile saperne di più. Non rimane pertanto che rimandare a tempi migliori l’aggiornamento del presente capitolo.

Ciò premesso, m’inoltro in argomento, cominciando col fornire un saggio delle profezie catastrofiche conseguite alla distanza di circa un decennio dallo scatenarsi della seconda «Grande Guerra mondiale».

Debbo limitarmi ad un saggio, poiché tali messaggi sono troppo numerosi e troppo lunghi per poterli riferire per esteso, e tanto meno pubblicarli tutti. Si aggiunga che il farlo riuscirebbe monotono poiché tutti descrivono necessariamente le medesime grandi calamità sovrastanti all’umanità civilizzata.

Sir Conan Doyle, il quale, a sua volta, aveva ottenuto nelle proprie esperienze familiari del decennio 1925­1935, numerosi ed insistenti messaggi del genere, in cui si profetizzava il prossimo avvento di un’epoca di grandi eventi guerreschi e rivoluzionari, accompagnati da carestie e cataclismi, mentre in pari tempo ne aveva ricevuto in gran copia da ogni angolo del globo, erane rimasto profondamente impressionato; ma siccome gli anni passavano senza che nulla facesse prevedere l’avvento di un’epoca tanto catastrofica, aveva concluso osservando:

«Questo solo vi ha di positivo: che in base alle mie proprie esperienze medianiche, io sono informato sul prossimo avvento di un tremendo scossone che dovrà abbattersi sull’intera umanità, scossone necessario onde risvegliarla dall’apatia morale in cui si compiace... Quanto alle profezie di guerre e cataclismi che ci sovrastano, faremo bene ad essere prudenti in accoglierle... ciò ch’io sono pronto ad ammettere, nonché pure a riconoscere quanto sia difficile per le entità disincarnate di computare le distanze nel tempo degli eventi preconizzati, distanze inesistenti in ambiente spirituale. Tuttavia, una volta ciò ammesso, osservo che le informazioni conseguite al riguardo furono così precise e perentorie, nonché convalidate da tanti messaggi profetici analoghi a me pervenuti da ogni angolo del globo, che io mi sento logicamente costretto a prenderle in considerazione, e in conseguenza a concluderne che si sta preparando per l’umanità civilizzata un grandioso sovvertimento generale, il quale sarà considerato di gran lunga il più tremendo che la nostra razza, già tanto martoriata nei secoli, ebbe mai a subire, mentre ciò dovrà realizzarsi in un futuro prossimo...» (Conan Doyle: Memories and Adventures, pag. 405­406).

E il futuro prossimo non tardò a dimostrare che il Conan Doyle aveva ragione a pensarla così, tanto per il grandioso cataclisma che sovrastava all’umanità civilizzata, quanto per l’imminenza del medesimo.

* * *

CASO XXV ­ Uno dei «vati­mediums» ch’ebbero a ricevere più numerosi e insistenti messaggi profetici del genere, tra il decennio che va dal 1925 al 1935, è Richard Arthur Bush, un dotto e distinto cultore d’indagini psichiche, dotato di una medianità scrivente di prim’ordine, pel tramite della quale egli conseguì prove mirabili d’identificazione spiritica, nonché la famosa manifestazione del sacerdote ebreo Levi, vissuto ai tempi di Cristo, il quale ebbe a fornire una descrizione meravigliosa dei suoi tempi e della vita privata nei suoi tempi, nonché della predicazione e dell’aspetto personale di Gesú Nazareno; manifestazione quest’ultima impressionante per la natura dei ragguagli forniti, ben diversi da quelli tradizionalmente accolti, ma di gran lunga più verosimili.

Ora, con questo medium si ottenne pure una lunga serie di messaggi preconizzanti lo scatenarsi di prossimi grandi eventi mondiali implicanti guerre mondiali spietate, cataclismi, carestie, inverni polari e catastrofi di popoli; messaggi ch’egli pubblicò in due opere intitolate rispettivamente: Jesus Christ at Work (1), e Sweet Corn from Heaven.

Una delle entità comunicanti si firma: «Un soldato romano», ed annuncia la prossima discesa nel mondo dei viventi di un grande spirito, così esprimendosi:

«Egli interverrà per operare una grande ripulitura nelle condizioni dell’umanità civilizzata. Tale processo non riuscirà piacevole per coloro che abbisognano di essere svegliati dal letargo morale, e i mezzi adoperati per la ripulitura appariranno così diversi da quanto si attendono gli uomini, che questi ultimi li scambieranno per una tremenda calamità loro inflitta dal destino. Sennonché, anche il processo per l’estrazione di un dente cariato è molto penoso, ma il risultato è l’igiene

Richard Arthur Bush: Jesus Christ at Work. A selection from a series of communications upon many subjects from the spirit­side of life. (The Two World Publishing Co., Manchester, 1929, pagg. 304).

della bocca e la purificazione del sangue. Altrettanto penosi risulteranno i mezzi posti in opera per lo sterminio del male sociale, i quali consisteranno nel rimedio drastico delle guerre e delle rivoluzioni, ma le conseguenze risulteranno benefiche, feconde, e di lunga durata... Nel dubbio che voi abbiate a rimanerne atterriti, io vi esorto a non temere, poiché si tratta della volontà di Dio, e ciò che è di Dio non può essere che intrinsecamente buono... Siate dunque pronti e rassegnati a tutte le prove che vi sovrastano, e che si succederanno inesorabili per un periodo di anni del vostro tempo... Dio imprime nell’etere il Suo pensiero, e da questo infinito oceano posto in vibrazione dalla Volontà Divina traggono origine le vicende dei popoli... Io scorgo da lontano la grande tempesta che dovrà scatenarsi sul vostro mondo, ma non so dirvi quando e in qual modo si abbatterà sul vostro paese e su di voi...» (Sweet Corn From Heaven pag. 4­12).

Ed anche nell’altra opera del medesimo medium: Jesus Christ at Work, i messaggi spirituali ritornano insistentemente sul tema della profezia intorno a un’epoca catastrofica sovrastante l’umanità civilizzata, osservando:

«Tutto ciò è inevitabile, giacché l’attuale inerzia dei dirigenti le degenerate istituzioni sociali vigenti, si trasformerà bruscamente in opposizione irriducibile contro le nuove idee, determinando scompiglio e convulsioni nell’ambiente sociale, e financo perturbazioni gravi nei fenomeni della natura, sebbene questi ultimi risulteranno intermittenti, e non potranno considerarsi cataclismi irreparabili. Comunque, vi esorto a non perdere mai la fede sul vostro avvenire, poiché il periodo delle grandi prove passerà, e prevarrà nuovamente il benessere e la vera giustizia nel mondo.

«In prova ulteriore sulla verità di quanto preannuncio, vi prevengo che analoghi messaggi profetici sul prossimo avvento di un’epoca catastrofica di rigenerazione umana, verranno conseguiti in ogni parte del mondo, poiché tale è la volontà del grande Spirito che a voi mi manda... Del resto, la storia dei popoli ha già registrato parecchie altre crisi analoghe di rigenerazione sociale. Riferite quanto vi si rivela, all’umanità pensante. Non temete di essere giudicati creduli ed ingenui; accogliete invece con riconoscente compunzione gli avvertimenti del destino... In pari tempo non dimenticate che voi tutti siete parti integranti nel medesimo consorzio civile, in cui nessuno è immune da colpe, e in conseguenza voi tutti dovrete subirne le conseguenze...

«Che cos’è che si vuole inculcare nell’animo dei viventi? Ecco: Noi peroriamo per un più vivo sentimento di amore da prodigarsi a tutte le creature umane nelle vicende della vita vissuta, e in ogni sfera della attività umana, senza eccezioni di sorta. Noi vi chiediamo meno attenzione alla parte materiale dell’esistenza, rinunciando a molte cose da voi giudicate indispensabili, e che ritenete a voi dovute per un diritto che non esiste. In breve, per usare una vecchia frase: voi dovrete divenire più religiosi, ma ciò nel retto senso della parola, che consiste nel praticare il culto di Dio non già con riti superflui, ma attraverso opere di amore; nel senso di cibare, curare, amare il prossimo vostro senza riguardi alla razza, al colore della razza, alla religione della razza. Voi non dovrete più avere dei servitori nel senso antico della parola, poiché essi pure sono fratelli e vostre sorelle: aiutateli, soccorreteli con lo stesso fervore di carità fraterna.

«Non debbono più esservi distinzioni tra il salotto e la cucina, tra l’ufficio e la fattoria, tra il maestro ed il pupillo, tra il funzionario ed il privato: la grande idea della famiglia umana deve prevalere sopra ogni vostro atto. Un estraneo qualunque, perché non è vostro consanguineo, non cessa per questo dall’essere vostro fratello. Per l’Eterno Padre non esistono graduatorie di rapporti parentali... Questo nostro non è soltanto un appello d’ordine generale, ma soprattutto un richiamo d’ordine individuale, giacché ogni unità deve apprendere ad agire da sola, prima di poterlo fare agendo collettivamente... Ciò spiegato, vi esorto a non atterrirvi per questo mio vaticinio sulle grandi prove che vi attendono in un futuro prossimo. Abbiate fede in Colui che m’invia, il quale vi darà la forza di sopportare le prove cui dovete tutti sottomettervi per il vostro bene.

«Quanto a me, sono soltanto un umile messaggero di un Grande Spirito. Non pretendo di essere un Isaia; comunque, anche un modesto portalettere può risultare il latore di una missiva del più alto valore morale e sociale; e la mia missiva preannuncia all’umanità un’epoca imminente di grandi prove, quali furono già profetizzate dagli antichissimi “Vati”. Dio possa conferirvi la saggezza di ascoltarmi e provvedere in tempo!» (Ivi, pagg. 109­111).

E più oltre, un altro spirito messaggero, osserva:

«Lo Spirito di Luce va compenetrando la caligine del male la quale avvolge in questo momento il globo terracqueo, e in poche generazioni diverrà grande il mutamento nel senso spirituale dei sentimenti umani. Ma prima: Dolore! Dolore! Dolore!...»

* * *

CASO XXVI ­ Quest’altra analoga profezia si riferisce alle due grandi guerre mondiali, considerate complementari l’una dell’altra, e vennero conseguite nel 1902 in un circolo privato del quale formava parte il professore F. W. Fitz­ Simons, eminente naturalista, direttore del Museo di Storia Naturale di Port­Elizabeth (Natal: Sud Africa). Egli la riferisce nel suo libro: Opening the Psychic Door (1) (pagg. 147­148).

La personalità medianica comunicante, rispondendo a una domanda del consultante, osserva:

«Il genere umano non è sufficientemente evoluto per assimilare le nobili aspirazioni, gli elevati ammaestramenti che gli si vorrebbe impartire; ma non è lontano il giorno in cui un grande influsso spirituale si espanderà nel vostro mondo, tra i popoli di razza occidentale, che ne usciranno purificati e redenti... Ma prima che ciò avvenga, prima che l’illuminazione spirituale dei popoli possa realizzarsi, essi dovranno attraversare un periodo di prove terribili, di sofferenze inaudite e catastrofiche. Sì, purtroppo, l’odio nella forma peggiore lancerà le nazioni civili l’una contro l’altra, e si assisterà a prove spaventose e non mai viste di quanto può perpetrare la forza brutale dei popoli civilizzati scatenatasi ovunque ai reciproci danni. E tale tremendo periodo durerà fino a quando tutte le nazioni esaurite, depauperate, giunte agli estremi delle sofferenze fisiche e morali, guarderanno tristemente indietro sulle irreparabili conseguenze delle loro gesta cruente e dissennate... Ahimè! E’ proprio vero che gli uomini abbisognano di tale tremenda lezione prima di riprendere il corso della loro elevazione spirituale. Non chiedetemi la ragione di ciò, perché neppur io la conosco...».

­ ­ ­

Hutchinson, London, 1933, pagg. 304.

* * *

CASO XXVII ­ Anche nelle famose esperienze di H. Dennis Bradley alla «voce diretta» col medium Valiantine, la personalità medianica dello «spirito­guida» dottor Barnett, insiste ripetutamente sul prossimo avvento di una seconda grande guerra mondiale, sbagliando però nella data, ch’egli ritiene più prossima di quanto realmente avvenne. Egli, cioè, presupponeva che dovesse scoppiare negli anni 1926 o 1927; il che, del resto, non ha importanza teorica, poiché è notorio che tanto i veggenti, quanto gli «spiriti disincarnati», trovandosi in condizioni qualitativamente diverse, implicanti un’esistenza fuori del tempo «quale dai viventi è conosciuto», difficilmente sono in grado di fissare le date degli eventi futuri, solo potendo affermare con sicurezza che un dato evento è relativamente prossimo o lontano nel tempo.

In data 20 febbraio 1925, egli preannuncia:

«Scorgo una grave minaccia di nuova guerra, che potrebbe scoppiare nei due anni che seguono. Sarà una guerra catastrofica, poiché si svolgerà principalmente nell’aria. In ogni modo, sta di fatto che la Germania e il Giappone, in questo momento preparano in segreto una immensa flotta di aeroplani». (The Wisdom of the God (1), pag. 210).

E a pagina 228, il medesimo «spirito­guida», ritorna sul preannuncio; al qual proposito il Bradley così commenta:

«Già parecchie volte il dottor Barnett ha insistito sulla minaccia di un’altra guerra, e sebbene tali profezie debbano accogliersi con prudenza, giova tener conto ch’egli non insiste precisamente sull’anno, ma sul fatto che una nuova grande guerra si scatenerà in un tempo relativamente prossimo, e che risulterà la più terribile che l’umana civiltà abbia mai vista e subita».

E in varie altre successive sedute il dottor Barnett insiste ancora su tale preannuncio, e in quella del 22 aprile 1925, egli si rivolge al Bradley per suggerirgli di avvertirne gli uomini di governo affinché provvedano, giacché la nuova grande guerra si risolverà in qualche cosa di catastrofico, che avrà conseguenze rivoluzionarie sulle istituzioni vigenti.

­ ­ ­

Werner Laurie, London, 1925, pagg. 439.

* * *

CASO XXVIII ­ Infine, Paul Brunton, l’autore di tanti libri di viaggi in Oriente con propositi d’indagini mistiche (1), rintracciò nelle Indie un nuovo «Messia» di nome «Meher Baba», il quale si proponeva di rigenerare il mondo, ed aveva espresso in questi termini i suoi propositi:

«Si approssima il giorno in cui dovrò impartire al mondo una credenza religiosa d’ordine universale, la quale risulterà assimilabile per tutte le razze e le nazioni del mondo. Ed ogni cosa procede nel mondo in guisa da prepararmi la via migliore per la divulgazione della mia missione in terra».

Paul Brunton domanda: «Ma quand’è che inizierete la vostra predicazione?».

Egli risponde:

«Io romperò il silenzio e dispenserò il mio messaggio, dopo che sul mondo si sarà abbattuto il caos, poiché solo allora il mondo avrà bisogno suprema della mia parola. Allorché il consorzio civile barcollerà sotto l’impulso rivoluzionario, e sorgeranno istituzioni sociali preludianti a un’ordine nuovo; quando si succederanno sul globo terracqueo eruzioni vulcaniche, terremoti, inondazioni, epidemie, crudissimi inverni e cataclismi, quando vedrete i popoli dell’Oriente e dell’Occidente coinvolti in una sola enorme fiammata di guerre sterminatrici, allora sarà giunta per me l’ora dell’azione; giacché sta scritto che i popoli del mondo intero debbono passare attraverso un ciclo di prove terribili, in quanto il mondo intero abbisogna di essere rigenerato».

­ ­ ­

I libri di Paul Brunton, cui il Bozzano allude, sono i seguenti: A Search in Secret India, Rider, London, pagg. 312.
A Search i n Secret Egypt, Rider, London, pagg. 288. A Hermit in the Himalayas, Rider, London, pagg. 322. A message from Arunachala, Rider, London, pagg. 223. Indian Philosophy and Modern Culture, Rider, London, 1939. The Quest of the Overself, Rider, London, pagg. 304.

The Inner Reality, Rider, London, pagg. 287.

The Secret Path, Rider, London, 1935, pagg. 22. Quest’ultimo è stato tradotto e pubblicato nella nostra «Collana

di Problemi dell’Anima», col titolo: Il sentiero segreto.

[G. D. B.]


«Sapreste indicarmi la data di questa tremenda guerra mondiale?».

«Sì, potrei dirlo, e quel giorno non è molto lontano, ma non desidero rivelarlo... Dopo cessate le grandi lotte cruente, s’inizierà una lunga era di pace universale, unica nel suo genere. Un’era di vera e sincera pace tra i popoli, e il disarmo universale non sarà più una vana parola, ma uno stato sociale acquisito. Le lotte di razza, ed anche le lotte comunali, cesseranno, mentre l’odio settario tra comunità religiose avrà fine per sempre... La fratellanza umana sarà il grande evento dell’era che sta per sorgere sull’orizzonte sociale del mondo; pace fra i popoli, carità per gli umili e i derelitti, amore per il Dio d’amore...» (A Search in Secret India, pagg. 50­51 e 256).

Paul Brunton, naturalmente, non prese sul serio la profezia del novello messia, e fece dell’ironia sul fatto ch’egli non seppe fissare la data della grande conflagrazione fatidica preconizzata; e ciò tanto più che quando il nostro «messia» si provò a farlo, sbagliò ripetute volte i suoi computi, nel senso che al giungere delle date successivamente calcolate, non si realizzò mai nulla. Ora un tal fatto ­ come già si fece rilevare – non ha importanza teorica, in quanto è pienamente giustificabile in base alle leggi che governano la chiaroveggenza nel futuro in genere; mentre, per converso, sta di fatto che la grande crisi catastrofica preconizzata quindici anni prima, si è scatenata con estrema violenza sull’orbe terracqueo. Questo il Brunton non poteva prevederlo allorché pubblicò i suoi commenti al riguardo; ed ora, forse, cambierebbe di parere in proposito. Bisogna infatti convenire come anche il novello messia, Meher Baba, abbia con gli altri profetizzato il vero.

* * *

Con questo, pongo termine alla breve enumerazione delle profezie venute in luce parecchi lustri prima dello scatenarsi della nuova Grande Guerra mondiale; quando, cioè, nessuno pensava a tale possibilità. Esse, naturalmente, presentano il fianco alla critica, nel senso che risultano tutte d’ordine generale; dimodoché a volerle considerare isolatamente, risulterebbero tutte suscettibili di venire interpretate come preannunci indovinati di un grande evento politico prevedibile in base ad «inferenze da cause esistenti nel presente». Non sarebbe, però, buona critica il comportarsi in tal guisa, poiché essendosi esse realizzate simultaneamente in contrade lontanissime tra di loro, per opera di modestissimi individui che non erano certo consumati diplomatici, il loro valore teorico assume efficacia cumulativa, nel senso che le profezie in discorso non possono scindersi le une dalle altre. Ed ove poi si consideri che furono formulate in un’epoca in cui nessuno poteva immaginare l’imminenza di una seconda grande guerra più mondiale dell’altra, e più tremenda ancora, deve riconoscersi che il fatto del sorgere spontaneo, in ogni angolo del globo, di tante profezie catastrofiche, tra di loro concordanti in tutte le fasi, gli sviluppi e le conseguenze riguardanti una sovrastante epoca storica grandiosa e terribile, in cui le lotte cruente di sterminio, avrebbero fatto capo a una pace generale fra i popoli della terra, all’avvento del disarmo universale, alla creazione di un’ordine nuovo sociale, e alla rigenerazione spirituale dell’umanità civilizzata; deve ammettersi, dico, che un tal fatto altamente suggestivo e impressionante assurge all’importanza di una promulgazione collettiva della medesima autentica profezia genuinamente supernormale.

Al qual proposito giova ricordare che nel primo messaggio qui riportato, conseguito dal medium Richard Bush, era stato per l’appunto preannunciato che si sarebbero realizzate un po’ dovunque analoghe profezie catastrofiche; preannuncio imprevedibile, ed anche parecchio inverosimile, che invece si realizzò, assurgendo con ciò a un alto valore probativo per se stesso, e aggiungendo ulteriore efficacia in tal senso all’intera serie dei messaggi stessi.

* * *

Ed ora passo a riferire dati e considerazioni sulla seconda parte del tema in esame: quella in cui si tratta delle profezie non più veridiche, bensì miseramente falsidiche preconizzanti la pace, quali si svolsero nei mesi che precedettero la dichiarazione di guerra del governo inglese alla Germania (settembre, 1939).

Al qual proposito giova rilevare anzitutto che due anni prima, allorquando il mondo si attendeva una dichiarazione di guerra in causa degli avvenimenti in Cecoslovacchia, i veggenti e i mediums inglesi furono tutti concordi nel vaticinare che all’ultimo momento si sarebbe arrivati a un’intesa tra i popoli in dissidio; ciò che si realizzò qualche tempo dopo in seguito alla conferenza di Monaco.

Ma, purtroppo, non fu così nei riguardi della nuova minaccia di guerra insorta due anni dopo in causa degli avvenimenti in Polonia, nella quale circostanza i veggenti ed i mediums inglesi insisterono fino alla vigilia della dichiarazione di guerra vaticinando che si sarebbero trovati i mezzi per conservare la pace nel mondo.

Al qual proposito non fa bisogno ch’io torni a dimostrare come l’errore in cui caddero veggenti e mediums dipendesse dal fatto che gli sperimentatori, insieme ai mediums, ai veggenti, alla grandissima maggioranza del popolo inglese e dell’Europa intera, anelassero appassionatamente al mantenimento della pace, determinando con ciò un’ondata potente di vibrazioni psichiche perturbanti le facoltà di veggenza dei sensitivi e dei mediums, con la conseguenza che i primi formularono subcoscientemente vaticinii corrispondenti ai voti ardentemente auspicati dalle loro personalità coscienti, e i secondi, credendo parlare o scrivere in nome delle personalità spirituali comunicanti, parlarono e scrissero per l’impulso soverchiante delle loro personalità subcoscienti.

Tutto ciò è ovvio, e non sarebbe il caso d’insistere ulteriormente sul tema se non vi fossero stati incidenti e situazioni di fatto in cui non pare possibile esimersi dal presupporre che in tali contingenze, anche gli «spiriti­guida» di talune importanti e probanti riunioni sperimentali (quali, ad esempio, quelle che si tenevano a casa del pubblicista Hannen Swaffer), siano stati tratti in errore per le medesime cause; e ciò tanto più ch’essi medesimi dichiararono che i sentimenti ardentemente pacifici dei mediums, dei presenti, e dei popoli delle nazioni in dissidio, avevano sopraffatto le loro facoltà di veggenza, traendoli a presupporre (non più a intuire vaticinando) che la volontà di guerra dei dirigenti le sorti dei popoli sarebbe stata soverchiata dalla volontà di pace dei popoli in dissidio.

CASO XXIX ­ Vi furono nondimeno delle rare eccezioni a tale unanimità di vaticinii sbagliati, e la più notevole in fra queste è quella della famosa personalità spirituale «Telika Ventiú», sé affermante una principessa babilonese andata sposa a un Faraone 35 secoli or sono, la quale si manifesta sotto il pseudonimo di «Lady Nona» nelle memorabili esperienze del dottor Wood. Circa l’identità dell’entità spirituale in discorso, giova ricordare ch’essa aveva fornito ragguagli personali che si pervenne in parte a controllare in seguito a una «tavoletta» babilonese esumata negli scavi di Tell­el­ Amarna; ma soprattutto la di lei identità emerge in guisa risolutiva dalla circostanza ch’essa conversa nella lingua egiziana dei suoi tempi; conversazioni fonicamente registrate dal dottor Wood, e tradotte, nonché pure presenziate, da un eminente egittologo.

Orbene: essa, in data 29 giugno 1939, aveva pregato il dottor Wood a inviare al direttore di Psychic News il seguente ammonimento:

«Se vi sono “spiriti­guida”, od altri spiriti che nelle vostre riunioni vanno affermando che in questo momento, o nel futuro prossimo, non vi sono probabilità di guerra, sappiate ch’essi rendono un pessimo servigio alla causa spiritualista ed al mondo».

Ed essa aveva proseguito spiegando che la causa di tanti errati vaticinii dipendeva dal fatto che gli «spiriti­guida» non visualizzano soltanto le vicende future, ma bensì anche i pensieri che per la loro grande vivacità rimangono impressi nell’etere; da ciò gli errori in cui essi erano incolti, e nei quali persistevano.

E la medesima entità, già dal 3 aprile 1933, aveva preconizzato quanto segue:

«La prossima grande rigenerazione dell’umanità civilizzata giungerà dall’Oriente, ma ciò non avverrà fino a quando non siasi scatenata nel mondo una conflagrazione terrificante di popoli, in forza della quale germoglierà finalmente nel consorzio civile una sincera aspirazione spirituale di vera pace con giustizia per tutti».

Il dottor Wood aggiunge:

«Essa preconizzò altresì che “in un futuro ancora lontano il nostro pianeta sarà abitato da un’unica razza umana derivante da tutte le odierne nazionalità, razza divenuta una sola famiglia, e ispirata a un solo ideale: quello di aiutarsi a vicenda onde meglio elevarsi spiritualmente...”». (Dott. Wood: Ancient Egypt Speaks (1), pag. 156­157).

E il giorno 28 agosto 1936, essa scrisse:

«Odiernamente le “idee­forza” irradiate dai popoli hanno creato uno ­ ­ ­

Rider, London, pagg. 191 (senza data).

strato di densa caligine che impedisce la trasmissione di vibrazioni radiose emananti dalle eccelse fonti dispensatrici di sanità di vita, con reciproca fraternità, ed amore del prossimo. Dio protegga il vostro mondo, poiché se non interviene qualche altro centro di luce capace di compenetrare la caligine che ottenebra l’ambiente terreno, voi tutti correrete a precipizio verso lo scatenarsi di una guerra di sterminio... Al qual riguardo io temo che verrà giorno in cui l’Inghilterra diverrà il fattore determinante la guerra o la pace del mondo. Sarà essa abbastanza saggia per scegliere la buona via?...».

In data 31 dicembre, 1938, Lady Nona era tornata sul tema, osservando:

«L’anno 1939 apporterà grandi eventi d’ordine risolutivo, con radicali mutamenti che influiranno sinistramente sulle vostre condizioni di vita. E’ fatale che nell’anno che incomincia le grandi nazioni debbano risolversi: o la pace, o la guerra. Questo è l’anno fatidico dei vostri destini, e vi prevengo che se sceglierete la guerra, sarà come se piombasse sui popoli un nembo sterminato di sinistre cavallette che tutto divoreranno, nulla più rimanendo ai superstiti all’infuori di un cumulo sconfinato di rovine. Ma dalle rovine sorgerà l’alba di un’era nuova per quanto passerà del tempo prima che vengano eliminate le conseguenze del crollo immane di tante ricchezze». (The Two Worlds, 1939, pag. 733).

Infine, in data 6 gennaio 1940, la medesima elevatissima entità trasmise quest’altro ammonimento:

«Dottore, vi dichiaro che non mi piace ciò ch’io scorgo in serbo per il vostro paese; come, del resto, non mi piace quanto scorgo in serbo per le altre nazioni. Le fiamme dello sterminio si propagheranno ovunque, e questa spaventosa conflagrazione mondiale, ora appena iniziata, minaccia d’inghiottire tutte le ricchezze dei popoli in misura di gran lunga più tremenda di quanto, dal lato nostro, si giudicava.

«Io stessa, nella mia missione di “guida” ispiratrice nelle vicende collettive dei popoli, mi sento in condizioni di grave responsabilità. Coloro ch’io mi proponevo d’influenzare, e che avrebbero dovuto assecondarmi, non hanno corrisposto affatto... Ne derivò che fummo seriamente ostacolati in ciò che ci si proponeva di conseguire. Comunque, io non mi perdo d’animo...; ma ora scorgo che prima che si giunga alla fine, questa guerra diverrà sterminatrice...». (The Two Worlds, 16 febbraio, 1940).

Questi i principali vaticinii di Lady Nona nei riguardi della seconda «Grande Guerra mondiale», e si è visto che già dall’aprile del 1933, essa aveva chiaramente preconizzato che la rigenerazione spirituale dell’umanità civilizzata prevarrà soltanto dopo che si sarà scatenata una conflagrazione terrificante, la quale impegnerà tutte le nazioni del mondo civile.

Nel dicembre del 1938, Lady Nona predisse che l’anno nuovo sarebbe quello delle decisioni fatali; che la guerra sarebbe di sterminio; che sarebbe passato del tempo prima che i popoli pervenissero ad eliminare le conseguenze del crollo immane di tanto benessere laboriosamente creato nei secoli. Ma in pari tempo aveva concluso nella guisa confortante di tante altre profezie del genere, che, cioè, sulle rovine della conflagrazione mondiale sarebbe sorta l’alba di un’era nuova.

* * *

Null’altro di notevole da registrare in ordine alla seconda «Grande Guerra mondiale», che, alla data in cui scrivo (giugno 1942), infierisce più che mai.

Ne deriva che per forza maggiore dovrà rimandarsi a tempi migliori il completamento del presente capitolo.


* * *

CASI XXX, XXXI, XXXII ­ Rimane da far cenno a talune allusioni profetiche riguardanti la precedente nostra guerra coloniale d’Abissinia.

Già nell’agosto 1931, il defunto professore William Barrett, nelle interessanti sue conversazioni medianiche con la propria consorte, pel tramite della famosa medium Mrs. Leonard, aveva interrotto il discorso annunciando: «Scorgo che tra qualche anno due nazioni di Europa: l’Italia e la Spagna, dovranno entrare in un periodo di gravi perturbazioni politiche».

Nell’ottobre egli ritornò in argomento per ciò che riguardava l’Italia, aggiungendo: «Vi saranno ulteriori sviluppi nella direzione d’oriente, che interesseranno anche l’Inghilterra».

Mrs. Barrett domandò: «Avremo dunque la guerra?».

(W. Barrett). «Sì, ma non una grande guerra, dalla quale noi ci terremo in disparte; per quanto si traverseranno periodi di grande ansietà...: Vi sarà guerra, ma senza il nostro intervento... Noi ne usciremo indenni, ma prima di esserne fuori, traverseremo momenti difficili...». (Lady Barrett: Communications from the late Sir William Barrett, pag. 144 e 148).

* * *

Anche nella rivista francese Psychica del 15 dicembre 1935, si legge un’altra profezia in cui la nota «veggente» Mad. Teresa Girard, in data 25 ottobre 1935, vaticinò quanto segue a proposito delle imprese politiche di Benito Mussolini:

«Obbedendo all’influenza meravigliosa che lo guida, e confidando nella propria stella, il Duce si svincola dal periodo attuale di difficoltà che lo asserragliano, e il conflitto Italo­Etiopico si risolverà trionfalmente per l’Italia, poiché non tarderanno a sospendersi le ostilità in seguito a una grandiosa vittoria. Tuttavia le trattative di pace riusciranno molto laboriose in causa di intromissioni estrinseche...».

* * *

Infine, il conte Marc’Antonio Bragadin, direttore di Ali del Pensiero, pubblicò nella sua rivista (gennaio 1936), le seguenti notizie riassuntive intorno a ciò che in merito alle profezie sulla campagna di Abissinia, aveva già pubblicato in precedenza. Egli riferisce:

«... Già nel fascicolo di novembre 1932 (pag. 31), pubblicammo un trafiletto che oggi è dimostrato tanto esatto da meritare di essere riportato integralmente, specialmente per quei lettori che non possedessero il suddetto fascicolo:

«“Una prossima guerra è stata predetta da diverse entità spirituali, in varie occasioni, guerra che dovrebbe scoppiare nel 1935. Secondo tali predizioni si tratterebbe di una guerra breve, ma abbastanza cruenta. Chi vivrà, vedrà; e l’epoca è tanto vicina che ne riuscirà facile il controllo”. Abbiamo inoltre il dovere di completare la notizia ripetendo l’appello fatto dalle stesse “entità”, di preparare saldamente i cuori e le coscienze per questa lotta che ­ esse dicono ­ dovrà segnare un punto importantissimo nella storia della nostra Patria».

Questo il vaticinio di allora, ed alcune allusioni in esso contenute possono presentemente comprendersi meglio di quanto allora non lo siano state (come quando esortò a preparare saldamente i cuori e le coscienze per questa lotta), tanto in quell’epoca si era lontani dall’immaginare ciò che l’egoismo dei popoli avrebbe potuto escogitare.

Altri e non meno sorprendenti accenni alla situazione attuale si trovano nel brano medianico da noi pubblicato a pag. 5 del fascicolo di ottobre 1932, parte del quale riportiamo qui testualmente:

«... Necessariamente così è, e sarà. Quando batterà il tempo sul 5 (cioè nel 1935), sarete tutti pronti per la battaglia. Pare che il fuoco si prepari sotto la cenere, ma tutto ciò è una necessità spirituale dei popoli... Io chiamo la guerra una manifestazione di forza, quando essa tende a reintegrare le energie di un popolo. La definisco una necessità vitale quando, attraverso gli egoismi, noi veniamo attaccati. Il diritto di difesa è una legge scritta nel tempo remoto...».

Ma ancora più interessante e preciso nei suoi riferimenti alle contingenze d’oggi, alle «sanzioni», e alle «controsanzioni», è il brano medianico che qui pure riportiamo testualmente, apparso nel nostro fascicolo di gennaio 1933 (pag. 12):

«Una stella splende ancora su questa terra vostra. Essa risplenderà anche in mezzo alla burrasca, e molti la potranno vedere anche quando il vento afoso infurierà. Ogni avvenimento terreno è scritto nella Legge Eterna, l’unica che compenetra totalmente la vita degli esseri. Preparate la buona via ­ ripeto ­, perché più che armi necessitano coscienze sveglie. E vincerete per la potenza del pensiero; vincerete dominando i deboli che vogliono sembrare forti solo perché hanno il potere del gettito aurato. Disprezzate la minuscola moneta, e quando vi sentirete percossi dalle contingenze che preludiano al fatto stabilito, non prostratevi. Raccogliete invece energia dalla profondità del vostro essere: solo così si può dominare la tempesta che si avvicina. Serratevi nel grande cerchio. E’ scritto: Fortitudo».

Noto che in quell’epoca le «entità» comunicanti affermarono più volte che alludevano bensì a uno stato di guerra, ma non nel senso preciso della parola; vale a dire, a un «urto» con una grande potenza; ciò che in quel momento ­ esse dicevano ­ noi non potevamo immaginare, tanto più che non si sarebbe trattato dell’avversario che allora si poteva ritenere probabile. In quell’epoca, infatti, si era in forte attrito con la Francia, e si era ben lontani dal pensare a un conflitto coloniale con l’Inghilterra.

Questi i messaggi profetici conseguiti personalmente dal direttore di Ali del Pensiero, nei quali si allude ai grandi eventi che l’Italia avrebbe dovuto attraversare due anni e tre anni dopo; vale a dire, alla guerra coloniale di Abissinia, la cui durata venne preconizzata relativamente breve, ma piuttosto cruenta; e alle difficoltà politiche insorte a causa dell’intromissione inglese, con le «sanzioni» e le «contro­sanzioni».
Da rilevarsi che alle «sanzioni» venne alluso bensì velatamente, ma in guisa precisa e incontestabile specificando che si trattava di un «urto», non già di una guerra, con una grande potenza. E così essendo, non è possibile ridurre il vaticinio in esame a «un’inferenza da cause esistenti nel presente», tenuto conto che nessuno al mondo avrebbe potuto immaginare la punizione «sanzionistica» del governo inglese.

Al qual proposito giova rilevare che se alle «sanzioni» si alluse in guisa inequivocabile soltanto nei brani medianici riferiti dal direttore di Ali del Pensiero, però deve riconoscersi che genericamente vi alluse anche il defunto comunicante William Barrett allorché vaticinò che le perturbazioni politiche a cui sarebbe andata incontro l’Italia, in direzione di oriente, avrebbero preoccupato l’Inghilterra, e che in causa di ciò si sarebbero attraversati periodi di grande ansietà. Ora è notorio che tali ansietà derivarono appunto dall’applicazione delle «sanzioni».

Come pure, dovrebbe inferirsene che alle «sanzioni» abbia alluso anche la veggente francese, per quanto, forse, senza sapere di alludervi, allorché affermò che per intromissioni estrinseche, le trattative di pace sarebbero riuscite molto laboriose.

* * *

Passando a riassumere il contenuto del presente capitolo, osservo che se, da una parte, emerge palese come il medesimo apparisca di gran lunga inferiore all’altro che precede, in cui le profezie riguardanti la prima «Grande Guerra mondiale» risultano numerose, particolareggiate, e di prim’ordine, in guisa da provare sulla base dei fatti l’esistenza di una chiaroveggenza nel futuro non più d’ordine individuale, ma collettivo, in quanto si preconizzano i destini dei popoli; d’altra parte deve riconoscersi come anche il contenuto di quest’altro capitolo riguardante la seconda «Grande Guerra mondiale», e malgrado le condizioni psicologiche avverse che impedirono ai veggenti ed ai mediums di conservarsi passivi e sereni di fronte ad avvenimenti ch’essi paventavano già allo stato normale, nondimeno si riscontra il particolare notevolissimo che in precedenza ­ vale a dire in un tempo in cui i veggenti e i mediums non avevano preoccupazioni di sorta intorno agli avvenimenti stessi ancora lontani nel tempo, essi avevano avuto intuizioni profetiche veridiche in proposito, e ciò in guisa da doversene riconoscere la genuinità supernormale, tanto più che le medesime erano state conseguite simultaneamente in contrade diverse, lontanissime tra di loro.

Da notarsi, inoltre, come anche in siffatto periodo di eclissi precognitiva nei veggenti e nei mediums, si contrapponesse ai medesimi la voce autorevole ammonitrice di un’entità spirituale elevatissima, la quale deplorava amaramente la divulgazione di tante profezie falsidiche di pace, che un futuro imminente avrebbe inesorabilmente smentito, compromettendo la causa spiritualista.

Concludendo: così stando le cose, deve ammettersi come anche il presente capitolo risulti scientificamente valido, nonché pure sperimentalmente importante, in quanto risulta fecondo di proficui insegnamenti, in base ai quali vengono ulteriormente chiarite talune perplessità perturbanti inerenti all’intricato e misteriosissimo quesito psicologico, filosofico, metapsichico e morale implicito nel fatto che la «chiaroveggenza nel futuro», tanto in forma premonitoria, quanto in veste profetica, risulta una realtà sperimentalmente dimostrata.

PARTE SECONDA

PRECOGNIZIONI E PREMONIZIONI DI VARIA NATURA


CAPITOLO TERZO

CURIOSE ESPERIENZE DI PRECOGNIZIONE "A SEDIA VUOTA"


Si tratta di un’esperienza ideata dal dottore Eugène Osty, direttore dell’«Institut Métapsychique International» di Parigi.

Un giorno in cui egli trovavasi nella sala delle conferenze insieme al notissimo «veggente» Pascal Forthuny, gli balenò in mente un’idea audace, ma ragionata: quella di tentare un’ordine nuovo di esperienze, che consisteva nel designare preventivamente il preciso fenomeno precognitivo che si desiderava dal «sensitivo», fenomeno che avrebbe dovuto consistere nella realizzazione di un evento d’ordine accidentale, in guisa da eliminare per sempre le ipotesi delle «fortuite coincidenze» e delle «inferenze da cause esistenti nel presente».

Conformemente, propose all’amico Pascal Forthuny (allora redattore della Revue Métapsychique), di esercitare le proprie facoltà precognitive nel senso di rivelare anticipatamente le generalità e le vicende private della persona la quale, nell’adunanza sperimentale che doveva tenersi in quel giorno medesimo (e in cui doveva fungere da «veggente» il Forthuny), avrebbe dovuto occupare una data «sedia vuota» scelta a caso in precedenza da un terzo qualunque, tra le 150 sedie schierate nella sala delle conferenze dell’Istituto in discorso.

E’ noto come l’esperimento abbia avuto esito positivo, nonché straordinariamente suggestivo e teoricamente interessante; ciò che induce a sperare che dalla ripetizione sistematica di tale nuovo ordine di esperienze, variate quanto più è possibile, abbia un giorno a scaturire uno spiraglio di luce nuovo capace di rischiarare il mistero che avvolge le manifestazioni precognitive in genere.

Così stando le cose, a me occorse in mente di fare uno spoglio accurato dell’intera casistica precognitiva da me raccolta in voluminose classificazioni, con l’intento di accertarmi se tra le esperienze del passato si rinvenissero episodi analoghi a quello ideato dal dottore Osty.

Ne rinvenni due in tutto, l’uno dei quali appare letteralmente identico, e più ancora interessante e suggestivo; l’altro può definirsi un esperimento di precognizione in una palestra deserta di «Football», esperimento il quale appare anche più straordinario e perturbante degli stessi esperimenti già tanto straordinarii e perturbanti ideati dal dottore Osty.

Mi accingo pertanto a riferirli, facendoli precedere da un’esposizione riassuntiva della prima esperienza del dottore Osty; ciò che appare indispensabile per una chiara comprensione del tema.

CASO XXXIII ­ Il dottore Eugène Osty riferisce quanto segue:

«Al fine d’indagare ulteriormente le possibilità metagnomiche di Pascal Forthuny, mi balenò in mente un progetto audace, il quale nondimeno a me non pareva chimerico, e consisteva nel fare che le sue facoltà supernormali anziché esercitarsi su persone presenti o lontane scelte da lui medesimo, o a lui proposte, dovessero esercitarsi nella sala deserta delle esperienze, prima dell’adunata, e a proposito di una persona qualunque venuta a sedersi a caso, sopra una sedia designata a caso in precedenza.

«Alle ore 14 e mezzo, trovandosi all’Istituto il senatore Humblot, e la vedova di Camillo Flammarion, io li misi al corrente del mio progetto, li condussi nella sala delle esperienze, la quale era deserta, e chiesi loro d’indicarmi a caso una sedia tra le 150 ivi schierate. Il senatore Humblot, inoltrandosi nello spazio interposto tra le due schiere di sedie, ne indicò una qualunque; ed io subito appiccicai un foglietto di carta sulla spalliera della sedia, allo scopo d’identificarla. Quindi mi recai da Pascal Forthuny, gli indicai la sedia prestabilita, e lo lasciai nella sala insieme alla stenografa e al mio segretario particolare, incaricando quest’ultimo d’interdire a chiunque l’ingresso nella sala, di osservare ogni cosa e prendere nota di tutto. Ciò spiegato, io con la signora Flammarion e il senatore Humblot, ci recammo al piano superiore in cui si trovano i miei appartamenti privati.

«Pascal Forthuny prese la sedia indicatagli, rivolgendola con la spalliera alla finestra, onde non essere incomodato dalla luce. Sedette sulla medesima, chiuse gli occhi, e cominciò a palpare successivamente le sedie immediatamente prossime, salvo quella a lui da tergo; tutto ciò in quanto aveva deliberato di estendere l’esperienza alle persone che dovevano prendere posto intorno alla sedia designata. Condusse nervosamente le mani su ciascuna delle sedie, come se le interrogasse successivamente, e cominciò a fornire indicazioni concernenti i futuri occupanti delle sedie. Giammai la volubilità della sua parola risultò tanto grande come in quella circostanza.

«Dopo avere esercitato le proprie facoltà sopra cinque sedie, si concentrò su quella principale, nella quale egli stesso sedeva. L’esperienza ebbe complessivamente una durata di trenta minuti...

«Quando alle ore 15 e mezzo, Pascal Forthuny abbandonò la sala, accompagnato dalla stenografa e dal mio segretario, nell’atrio e sullo scalone dell’Istituto si trovavano adunate un centinaio di persone impazienti di entrare; e quando furono aperte le porte, si precipitarono in folla nella sala delle sedute, prendendo posto come meglio poterono...

«Alle ore 16, io scesi nella sala insieme a Pascal Forthuny. Vi trovai adunate circa 200 persone, che misi al corrente dell’esperimento che si voleva tentare. Indicai la sedia che il senatore Humblot aveva designata per l’esperimento, sulla quale sedeva una signora che rimase piuttosto emozionata in apprendere come a lei fosse toccato in sorte di essere l’oggetto dell’esperienza.

«Venne portato, in doppio esemplare, il testo dattilografato delle indicazioni fornite dal Forthuny. Uno di tali esemplari lo tenni io, onde controllare la lettura che dell’altro esemplare doveva fare il Forthuny, il quale si trovava in piedi, di fronte alla signora occupante la sedia dell’esperienza. Egli cominciò a leggere le indicazioni che si riferivano agli occupanti le sedie intorno a quella designata, per indi passare alla signora che costituiva il tema essenziale dell’esperienza...».

Questo l’inizio delle ormai famose esperienze. Rinuncio, per brevità, a riferire il testo delle indicazioni precognitive di cui si tratta; testo che i lettori troveranno a pagine 102­109 del libro che il dottore Osty intitolò: Pascal Forthuny (1), dal nome del veggente. Mi limito ad

­ ­ ­

Eugène Osty: Une faculté de connaissance supra­normale: Pascal Forthuny. Paris Alcan, 1926, pagg. 179. [G. D. B.]

osservare in proposito che il veggente rilevò le condizioni di salute della signora sconosciuta che doveva occupare la sedia designata, avvertendo ch’essa doveva curare il proprio fegato (ed era, infatti, sotto cura per congestioni al fegato); scoprendo in lei una forma di nevralgia originata da disturbi sofferti alla gola, al naso ed alle orecchie (il che risultò vero). Annunciò infine la probabilità ch’essa dovesse subire un’operazione chirurgica (probabilità che a lei era stata preannunciata due mesi prima da un dottore consultato). Il veggente, infine, compenetrando l’intimità della sua privata esistenza, descrisse le vicende di un doloroso periodo della sua vita familiare; e rilevò che recentemente si era proposta di compiere due viaggi, ma che aveva dovuto rinunciare ad entrambi (ed anche questo era vero).

Dal punto di vista teorico, risultano interessanti le dichiarazioni della signora in discorso a proposito delle circostanze che la indussero a recarsi allo «Institut Métapsychique». Essa così raccontò al dottore Osty:

«Io so di essere una sconosciuta per voi e per il signor Forthuny; ma, l’altro giorno mi capitò fra le mani un fascicolo della Revue Métapsychique, dal quale, io e il signor R., apprendemmo che all’Istituto si tenevano sedute di chiaroveggenza. Fino alle dodici e mezzo del giorno in cui doveva tenersi la seduta, io non solo non avevo alcuna idea di assistervi, ma non ricordavo neanche che quello fosse il giorno prestabilito. Me ne accennò, durante la colazione, il signor R.; e allora decisi di assistervi, rinunciando a un appuntamento fissato all’ora medesima con uno specialista per le malattie del naso e della gola. Ciò stabilito, io e il signor R. parlammo d’altro durante l’asciolvere. Verso le 14 e mezzo, io fui colta da un accesso di “dispnea”, disturbo di cui mai avevo sofferto in vita mia, e che perciò m’impensierì non poco. Ne parlai col signor R., il quale mi consigliò a riposarmi. Fino alle ore 15, benché fossi costantemente occupata, il mio sguardo si volgeva continuamente alle sfere dell’orologio a pendolo: avevo fretta di andarmene. Nondimeno, siccome il mio malessere persisteva, riflettevo che sarebbe stato prudente di rimanere in ufficio a riposarmi.

«Quando scoccarono le 15, decisi di recarmi all’Istituto, e non appena fui in istrada, la “dispnea” cessò per incanto. Giunsi all’Istituto verso le 15,20, dove trovai che una folla numerosa si accalcava alla porta d’ingresso della sala, tuttora chiusa. Mi misi in coda con gli altri, e alle 15,30 circa, la porta venne aperta. Sospinta dalla ressa, entrai nella sala, lasciandomi trasportare dalla folla, fino a che mi abbandonai sopra la prima sedia alla mia portata, non senza essere stata prima sballottata a destra e a manca. Poco mancò che un’altra persona mi precedesse a quel posto.

«Quando rifletto all’evento, io penso alla molteplicità delle circostanze che avrebbero potuto impedire che non si realizzassero. Così, ad esempio, poco mancò che il mio malessere mi trattenesse a casa. Inoltre, in quel giorno, attendevo dei clienti forestieri di non lieve importanza, i quali arrivarono non appena ero uscita; ché se fossero giunti un istante prima, sarei stata impedita di uscire. D’altra parte, il rifiuto inatteso, da parte del signor R., di accompagnarmi alla seduta, fu ben vicino a farmi rinunciare ad andarvi. Né bisogna dimenticare che furono gli spintoni della folla che imposero a me di abbandonarmi su quella sedia. Si consideri ancora che se il signor R. mi avesse accompagnata, com’egli si era proposto di fare, le cose sarebbero andate ben diversamente, giacché ci sarebbero occorse due sedie, e noi avremmo dovuto cercarle più addietro, nelle prime file».

Per ciò che si riferisce alle impressioni del «sensitivo», il dottore Osty osserva:

«Non appena Pascal Forthuny ebbe occupata la scranna su cui doveva esercitare le proprie facoltà di veggente, nonché soppresso il corso dei pensieri coscienti, intese una voce posata e soave, di timbro indeterminato, che parlava dentro di lui senza localizzazione possibile, ma che in lui non produceva il senso di essere percepita dagli orecchi. Ed

così che senza sforzo e senza interruzione, egli non ebbe che a ripetere alla stenografa ciò che chiaramente diceva quella voce; fornendo in tal guisa una successione di ragguagli improntati a una notevolissima maestria di sintesi». (Ivi, pag. 16).

In altra parte dei suoi commenti, il dottore Osty aggiunge:

«E qui scade opportuno rammentare che durante il tempo in cui il Forthuny effettuava il suo lavoro di metagnomia in rapporto alla persona che il destino doveva condurre a occupare la sedia designata dalla fantasia del senatore Humblot, la signora M., assorta nelle incombenze della sua Casa di commercio fu colta da un malessere penoso (dispnea), di cui essa non aveva mai sofferto, il quale presentava delle analogie coi casi di telepatia a forma ansiosa e mancanti di precisi ragguagli, quali si realizzano spontaneamente. Io propendo a credere che il malessere psicofisiologico della signora M. risultasse un’emergenza emotiva cosciente del lavorio intermentale che in quel momento si effettuava tra il di lei psichismo e quello del Forthuny». (Ivi, pag. 142).

Spiegazione quest’ultima che difficilmente potrebbe contestarsi; tanto più che oltre l’incidente suggestivo dell’accesso di «dispnea» (dichiaratosi all’inzio della concentrazione psichica del Forthuny, e dissipatosi col cessare della medesima), vi è l’altro fatto della signora M. la quale racconta: «Benché fossi costantemente occupata, il mio sguardo si volgeva continuamente alle sfere dell’orologio a pendolo: avevo fretta di andarmene». Indizio codesto di uno stato di «irrequietudine» analogo a quello che caratterizza le condizioni di veglia dei soggetti ipnotici ai quali sia stata impartita una suggestione post­ipnotica a breve scadenza. Ne consegue che per l’episodio esposto si sarebbe tratti a inferirne come il fenomeno precognitivo si risolva in un fenomeno di suggestione telepatica a distanza.

Nel qual caso rimarrebbe da risolvere il quesito del «rapporto psichico» stabilitosi tra il Forthuny e la signora M., malgrado che non si fossero mai conosciuti; e l’impresa non è difficile. Si osserva infatti che la signora M., proprio al momento in cui il Forthuny si accingeva ad esercitare le proprie facoltà di ricerca chiaroveggente, aveva rivolto il pensiero al Forthuny ragionando di lui col signor R. a proposito delle esperienze che dovevano svolgersi in quel giorno all’«Institut Métapsychique»; il che equivale a dire che le «vibrazioni psichiche» del di lei pensiero si erano orientate verso l’ambiente in cui si trovava il Forthuny; e siccome il psichismo subcosciente di quest’ultimo si trovava in piena attività funzionale orientata nell’identico senso, pervenne facilmente a ricettarle, e in conseguenza, ad entrare in rapporto con la subcoscienza della signora M., dalla quale ricavò tutte le informazioni veridiche fornite sul di lei passato, così come avviene nei casi ordinari di «psicometria».

Un altro quesito da risolvere consisterebbe nel fatto della signora M. la quale erasi recata ad occupare proprio la sedia prestabilita. Come darsi ragione di ciò? La soluzione di questo secondo quesito appare meno facile di quella del primo, ma siccome le considerazioni teoriche che precedono non si possono contestare, sarà forza inferirne che l’influsso telepatico­suggestivo esercitato dal Forthuny sul psichismo subcosciente della signora M., abbia continuato a dirigerla anche per la sedia da occupare. Sennonché dovendosi escludere che l’influsso telepatico in questione abbia potuto esercitarsi direttamente, e ciò in quanto il Forthuny non era nella sala, si dovrebbe far capo all’ipotesi di un’azione indiretta; nel qual caso acquisterebbero significato le manovre iniziali del Forthuny, il quale aveva preso posto sulla sedia designata, dopo averla palpata nervosamente; ciò che tenderebbe a far presumere com’egli si proponesse di saturarla preventivamente del proprio «fluido», allo scopo di segnalarla al psichismo subcosciente della signora M., che in tal guisa non poteva mancare di riconoscerla (non dimentichiamo che la signora M. già si trovava in rapporto psichico col Forthuny).

A questo punto mi si potrebbe ancora osservare: Qualora ciò fosse, come spiegare la circostanza della sedia designata rimasta disponibile fino all’arrivo della signora M., malgrado che numerose persone fossero entrate nella sala prima di lei? Rispondo che quest’ultima circostanza potrebbe legittimamente ascriversi a una «fortuita coincidenza» e nulla più; tanto vero, che nel secondo esperimento del genere svoltosi all’«Instituto Métapsychique», il Forthuny descrisse preventivamente le generalità e le vicende della persona che doveva occupare una sedia designata, ma risultò che la persona in discorso sedeva invece a due scranne lontano; indizio presumibile che quella persona erasi effettivamente diretta verso la scranna che doveva occupare per suggestione subcosciente, ma che avendola trovata occupata, aveva dovuto contentarsi di sedere in prossimità di essa.

Le considerazioni esposte, fondate sui fatti, non fanno che confermare ulteriormente un’osservazione già da me formulata nei riguardi dei fenomeni premonitorii in genere, ed è che vi sono gruppi limitati e poco importanti di episodi rivestenti forma precognitiva, i quali non risultano tali in realtà, e possono ridursi a incidenti di suggestione telepatica a distanza, determinata sia dalla volontà subcosciente dei sensitivi in funzione, sia dalla volontà di entità spirituali estrinseche. Da notarsi che quest’ultima interpretazione non si potrebbe escludere per taluni episodi del genere, in quanto emerge palese da un altro caso analogo che mi accingo a riferire, come pure emerge palese da una categoria speciale di precognizioni da me considerate nel libro sui «Fenomeni Premonitorii», le quali consistono in semplicissimi «incidenti d’ordine insignificante e praticamente inutile»; episodi che in base all’indagine analitica di taluni fra essi, si pervenne facilmente a dimostrare come fossero determinati dalle stesse personalità medianiche, le quali in un primo tempo trasmettevano telepaticamente al sensitivo, in forma di visioni oniriche o in altre guise, una data situazione futura in cui egli, od altri, avrebbero dovuto trovarsi, per indi adoperarsi a provocarne la realizzazione in virtù di suggestione esercitata telepaticamente sul sensitivo o gli altri interessati. Naturalmente, i processi di estrinsecazione di siffatti episodi precognitivi differiscono dai processi di estrinsecazione speciali all’episodio qui considerato, ma, in pari tempo, deve riconoscersi che traggono entrambi origine dalle medesime cause; e così essendo, dovrà concludersi che la casistica premonitoria ad estrinsecazione spontanea, in cui si contemplano «incidenti d’ordine insignificante e praticamente inutile», illustra e convalida l’ipotesi da me proposta a spiegazione dell’episodio precognitivo ad estrisecazione sperimentale qui considerato; senza contare che ­ come dissi ­ tale ipotesi emerge palese da un altro episodio che riferirò tra poco, identico per la fattispecie al precedente.

Sennonché, prima di riferirlo giova liberare il campo teorico da una obbiezione scaturita dal caso esposto, e dalla quale si fa forte anche il professore Soal.

E per cominciare, osservo che se nei commenti sopra riferiti, io mi sono proposto di dimostrare in qual modo siasi stabilito l’indispensabile «rapporto psichico» tra il «sensitivo» Pascal Forthuny, e una persona assolutamente sconosciuta al medesimo, nonché a tutti i presenti, così mi comportai poiché era questo il quesito sul quale avevano insistito erroneamente parecchi oppositori dell’ipotesi spiritica, pretendendo che il caso in esame, essendosi estrinsecato in assenza di ogni specie di «rapporto psichico» tra il veggente e la persona lontana da influenzare, assumeva importanza teorica enorme, in quanto valeva a neutralizzare l’interpretazione spiritica delle manifestazioni dei defunti, visto che se il «rapporto psichico» non era necessario per entrare in rapporto con persone lontane, in tal caso era lecito presumere che ogni qual volta i sedicenti defunti fornivano dati personali ignorati da tutti i presenti, anche in tal caso doveva inferirsene che le facoltà inquirenti della subcoscienza dei mediums fossero andati a carpirli nei recessi mnemonici di coloro che li avevano conosciuti in vita, per quanto si trattasse di persone ignote ai mediums ed ai presenti.

Così stando le cose, e siccome al coro festante degli oppositori aveva aderito anche il professore Soal, mi affretto a interloquire nel dibattito apportando ulteriori argomentazioni convalidate da un caso identico a quello in discussione, ma positivamente spiritico.

Ed anzitutto, onde impostare in modo chiarissimo il quesito in esame, ripeto che le precedenti mie considerazioni intorno all’episodio in discussione, avevano per unico scopo di fare emergere l’errore in cui caddero gli oppositori ritenendolo un esempio di telepatia a distanza indipendente da ogni sorta di rapporto psichico, laddove invece l’indispensabile «rapporto psichico» ­ per quanto larvato ­ erasi stabilito tra il «veggente» e il «soggetto» dell’esperienza in causa della fortunata coincidenza di due psichismi animati da un’unica volontà, assorti nel medesimo pensiero, convergenti l’uno verso l’altro, e incontratisi nel medesimo locale.

Ciò stabilito, passo a discutere le argomentazioni del prof. Soal in difesa del suo punto di vista. Egli, in una risposta polemica a due critici delle proprie teorie, espone in breve riassunto il caso qui considerato, per indi rivolgersi ai suoi contradditori nei termini seguenti:

«Ora io domando al signor Hill e al signor Thorston: Come fece il veggente Pascal Forthuny a scegliere la persona che doveva occupare la sedia indicatagli a caso, quando non esistevano apparentemente rapporti di nessuna specie che potessero guidarlo? E così essendo, la potenza selezionatrice che il signor Thorston invoca in favore dell’ipotesi spiritica, non è forse altrettanto inesplicabile in questo caso d’ordine subcosciente? D’altra parte, io suppongo che il signor Hill non vorrà sostenere che il Forthuny fosse assistito da “spiriti” di defunti. Ma ove ciò fosse, sarebbe allora ben difficile comprendere come mai un’intelligenza “disincarnata” pervenga a compiere di siffatte imprese con più facilità di uno “spirito incarnato”...

«Insomma, tanto il signor Hill, quanto il signor Thorston sono d’opinione che la mia spiegazione di certi casi d’identificazione spiritica pel tramite di rapporti telepatici con le subcoscienze di persone lontane, risulti molto audace e inverosimile. Ma io rispondo che le medesime spiegazioni audaci e inverosimili appariscono necessarie se si vogliono interpretare talune manifestazioni in cui gli “spiriti” sono apparentemente in questione... In realtà, dovrebbe dirsi che in entrambi i casi risulti ugualmente impossibile formarsi un concetto qualsiasi intorno ai processi psichici in funzione...» (Light, 1936, pag. 326).

In quest’ultimo paragrafo si contiene la sintesi delle argomentazioni del prof. Soal: ma, come si è visto, l’analisi approfondita del caso in esame dimostri precisamente il contrario di quanto presuppone il prof. Soal, e ciò in quanto la telepatia con le subcoscienze di persone lontane senza un rapporto psichico purchessia, non esiste e non è possibile, così come non è possibile trasmettere un messaggio con la «telegrafia senza fili» se prima non sia avvenuta la «sintonizzazione» del reoforo della stazione «agente», col reoforo della stazione «ricevente».

Ripeto pertanto che con l’indagine analitica dianzi esposta venne dimostrato come il caso in discussione non implichi affatto che la telepatia poteva dispensarsi del «rapporto psichico», visto che in realtà nel caso stesso il rapporto psichico aveva potuto stabilirsi pel fatto del pensiero della signora M. orientato verso i locali dov’era in procinto di recarsi ad assistere ad esperienze di chiaroveggenza, e ciò al momento in cui il chiaroveggente trovavasi nei locali stessi intensamente assorto in un’ordine identico di pensieri; dimodoché le vibrazioni psichiche delle due mentalità s’incontrarono nell’ambiente in discorso, sintonizzandosi tra di loro, e con ciò creando l’indispensabile «rapporto psichico».

Rilevo ancora che nel brano citato del prof. Soal, merita di essere discussa quest’altra osservazione da lui rivolta ad uno dei suoi contradditori: «Suppongo che Mr. Hill non vorrà presumere che il Forthuny fosse assistito da “spiriti di defunti” nel compito suo. Ma ove anche ciò fosse, è difficile comprendere come un’intelligenza “disincarnata” possa compiere simili imprese con più facilità di un’intelligenza incarnata».

Osservo anzitutto che la seconda parte dell’argomentazione citata appare logicamente zoppicante, visto che invece dovrebbe apparire facilmente comprensibile che uno spirito disincarnato (vale a dire, emancipato dalla prigione corporea), pervenga con maggiore facilità a disimpegnare compiti della natura esposta. Quanto alla prima parte della argomentazione stessa, rilevo che il prof. Soal si dimostra troppo affermativo nel postulare il non intervento di entità spirituali nelle esperienze analoghe a quella in discussione. Mi esprimo al plurale, poiché nel caso singolare qui considerato, probabilmente ha ragione lui; ma badiamo a non generalizzare. L’analisi comparata insegna che qualsiasi fenomeno psichico supernormale, a cominciare dai modestissimi picchi nella compagine del legno di un tavolo, per finire alle materializzazioni di fantasmi, può risultare «animico» o «spiritico» a seconda dei casi e delle circostanze; ciò in quanto è razionale il presumere che ciò che può compiere uno spirito «disincarnato» deve poterlo compiere ­ per quanto meno bene ­ anche uno «spirito incarnato» in condizioni transitorie di menomazione vitale, vale a dire, di disincarnazione incipiente dello spirito.

Sennonché il professore Soal risponderà che le argomentazioni teoriche non bastano a convincerlo: gli occorrono dei fatti; ed eccomi pronto ad appagarlo.

CASO XXXIV ­ L’episodio che segue appartiene alla serie notevolissima delle «visitazioni dei defunti» narrate da Vincenzo Turvey nel libro: The Beginning of Seership; ma siccome recentemente l’episodio stesso venne riferito; con maggiore ampiezza di particolari, da chi ebbe ad assistervi, mi attengo a quest’ultima relazione.

Per un’adeguata valutazione degli eventi, non posso esimermi dal ripetere ciò che intorno alla personalità del veggente ebbi ad osservare in altra circostanza in cui mi occorse di citare un episodio ricavato dal libro in discorso.

Vincenzo Turvey, morto di tubercolosi in giovane età, era un ricco e colto gentiluomo, il quale divenne chiaroveggente in conseguenza della sua infermità, e pur essendo consapevole della imminente sua fine, perseverò fino all’ultimo ad esercitare gratuitamente le proprie facoltà medianiche in servizio di una grande Idea. Ogni qual volta si realizzavano fenomeni importanti, egli si faceva rilasciare dagli sperimentatori delle breve relazioni dei fatti; relazioni di cui si valse nel proprio libro quali documentazioni testimoniali sui fenomeni riferiti; ciò che conferisce valore scientifico al libro stesso. Aggiungo ch’egli era un grande amico di William Stead e del professore Hyslop; il primo dei quali scrisse una lunga prefazione al suo libro, e il secondo pubblicò nel Journal of the American S.P.R. (1912, pag.

490­516), la corrispondenza che aveva avuto con lui.

Lo sperimentatore ch’ebbe ad assistere all’episodio che mi accingo a riferire, è il direttore della rivista The Two Worlds: Ernest W. Oaten, il quale ne pubblicò recentemente la relazione nella rivista stessa (1936, pag. 269). Tale relazione è lunga e dovrò riassumerla in parte.

Egli racconta che dovendosi recare a Bournemouth per una conferenza spiritualista, fu ospite in casa di Vincenzo Turvey, nelle cui sale doveva tenerla, quale prologo a una seduta di chiaroveggenza, Ciò premesso, egli così continua:

«Il Turvey mi disse: “Vi farò vedere la lista delle descrizioni di entità spirituali di defunti che io riferirò domenica sera”. E così dicendo, mi presentò un taccuino in cui si contenevano otto descrizioni di entità spirituali, accompagnate dai rispettivi nomi, con numerosi ragguagli personali. Io gli osservai: “Ma come fate a sapere che si manifesteranno precisamente questi otto spiriti?”. Rispose: “Io non descrivo mai gli spiriti che si manifestano se prima essi non vengono a me per fornirmi i ragguagli ch’io dovrò riferire sul loro conto. Allorché mi si previene ch’io dovrò tenere una seduta di chiaroveggenza, vengono a me dei visitanti dall’Al di là. Io li interrogo, ottenendo i particolari necessari alla loro identificazione; e quando mi riappariscono durante la seduta, io non debbo più adoperarmi per entrare in rapporto con essi. Qualche volta, se bisogno ve n’è, mi forniscono particolari in soprannumero, ma generalmente ciò ch’io dico fu da me ricevuto in precedenza.

«Rilessi attentamente quella lista, rilevando una descrizione che mi parve notevole. Nel giorno di giovedì il Turvey era stato informato che nella riunione da tenersi domenica sera egli doveva riferire quella descrizione a una signora la quale avrebbe preso posto nella seconda scranna, a cominciare da sinistra, dell’ultima fila di sedie.

«In tale messaggio si descriveva un uomo di alta statura, in camicia rossa, pantaloni all’indiana con balzane ai lati, un cappello a larghe tese e un “lasso” sulla spalla; insomma, un tipico “mandriano” sudamericano. Disse di chiamarsi Harry William, e che desiderava far sapere alla signora vestita di seta nera, con cappello a larghe tese, seduta al posto indicato, che egli si scusava ancora con lei per averla chiamata “una gattina impudente”.

«Allorché nella sera della domenica io mi trovavo sulla piattaforma occupato a svolgere la mia conferenza, guardavo ansiosamente l’ultima fila delle sedie in cui la seconda scranna a sinistra appariva vuota. E rimase vuota per un certo tempo, ma quando ancora parlavo, apparve una signora vestita di nero, con cappello a larghe tese ornato da una piuma di struzzo, la quale prese posto sulla sedia preconizzata. Quando il Turvey cominciò a riferire il suo messaggio rivolgendosi all’ultima arrivata, questa riconobbe subito il personaggio descritto.

«L’evento preconizzato erasi realizzato in forma impressionante. Aggiungo che tutte le altre descrizioni fornite dal Turvey furono subito riconosciute, ed erano quelle da me lette nel taccuino del veggente.

«Terminata la seduta, io volli interrogare la signora di cui si tratta. Era una brasiliana che per la prima volta visitava l’Inghilterra. Essa era sbarcata a Plymouth il precedente venerdì. Da notarsi che il defunto da lei conosciuto erasi manifestato al Turvey nel giorno di giovedì, quando la signora trovavasi ancora in alto mare. Essa mi spiegò che nella sera della domenica, trovandosi all’albergo, aveva tolto in mano un giornaletto locale, ed erale caduto sott’occhio un avviso di riunione spiritualista. Non avendo mai assistito a riunioni di tal natura, decise di recarvisi. Rilevò nondimeno che l’ora della riunione era già scoccata, ma vi si recò lo stesso abbandonandosi sulla prima sedia disponibile.

«Chiesi ancora ragguagli sul defunto manifestatosi, e sull’incidente da lui fornito a scopo d’identificazione. Essa spiegò che l’incidente si riferiva al fatto di un suo dipendente al Brasile, il quale era stato morso da un serpente velenoso. Il dottore più vicino abitava a dodici miglia dalla piantagione, per cui essa era montata a cavallo dirigendosi al galoppo a quella volta, e per acquistare tempo aveva attraversato i campi coltivati del proprietario confinante: Harry William; e ciò contrariamente alle usanze tra piantatori. Egli l’aveva vista, ad era corso a chiudere la barriera; ma essa aveva saltato al di sopra della siepe; ciò che provocò da parte di Harry William l’epiteto dispettoso sopra riferito. Allorché la signora M. fu di ritorno insieme al dottore, si recò dal suo vicino per fornirgli spiegazioni circa la sua condotta, spiegazioni che dissiparono ogni malinteso; per cui doveva intendersi che l’epiteto dispettoso era stato riferito dal defunto a solo titolo di prova d’identificazione».

Ernesto Oaten commenta in questi termini:

«L’episodio esposto fa sorgere parecchi quesiti. Da notarsi, anzitutto, che il Turvey ottenne il messaggio in discorso allorché la signora M. si trovava in alto mare. Da rilevarsi inoltre che quest’ultima non sapeva dell’esistenza di una cittadina inglese chiamata Bournemouth; eppure Harry William era consapevole che la signora M. sarebbe intervenuta a una riunione spiritualista in detta cittadina; non solo, ma sapeva in quale sedia avrebbe preso posto. E chi fu che tenne vacante la sedia? Chi fu che diresse la signora M. a fare una capatina a Bournemouth? E il defunto Harry William come fece a sapere che ivi abitava il veggente Vincenzo Turvey?

«(A titolo corroborativo, debbo aggiungere che alla seduta riferita assisteva con me Mr. Frank Blake, il quale conferma l’episodio in ogni particolare)».

Ernesto Oaten non risponde ai quesiti da lui formulati; compito che mi proverò ad assolvere io.

In base all’analisi approfondita delle modalità con cui si svolsero gli eventi, dovrebbe inferirsene che tanto questo secondo episodio di precognizione «a sedia vuota», quanto l’altro che lo precede, non risultano precognitivi, bensì casi di suggestione telepatica a distanza, nel senso dell’interpretazione da me proposta in precedenza; per cui dovrebbe dirsi che nel primo episodio la «personalità integrale subcosciente» di Pascal Forthuny essendo riuscita, per una rara combinazione di circostanze favorevoli, ad entrare in rapporto con una persona sconosciuta a lui ed a tutti i presenti, gli fu possibile di suggestionarla telepaticamente in guisa da conseguire lo scopo preventivamente enunciato; e conformemente, nel secondo episodio dovrebbe dirsi che essendo occorso a un defunto di entrare in rapporto col medium Turvey (e questa volta senza difficoltà da superare), egli ne approfittò per suggestionare una persona amica viaggiante in direzione della città in cui risiedeva il Turvey, affinché tale persona si recasse alla riunione medianica indetta da quest’ultimo, in guisa da ottenere la realizzazione dell’incidente preventivamente annunciato dal defunto stesso al medium Turvey.

E quest’ultima circostanza teoricamente importantissima, in cui tre giorni prima della riunione medianica, erasi manifestato al Turvey il fantasma di un defunto preannunciandogli l’intervento di una signora di cui descrisse le generalità, designando anche la scranna in cui doveva prendere posto, non fa che convalidare ulteriormente l’interpretazione da me proposta, e ciò da un punto di vista inatteso quanto risolutivo.

Si aggiunga che un tal fatto considerato in unione alla lunga serie di episodi analoghi ottenuti dal Turvey, si risolve in una magnifica prova in dimostrazione che nelle visualizzazioni della «chiaroveggenza medianica», in cui i sensitivi scorgono i fantasmi dei defunti, l’ipotesi secondo la quale il medium non farebbe che carpire telepaticamente i ragguagli corrispondenti nelle subcoscienze degli sperimentatori, appare un’ipotesi che se anche fondata, risulta impotente a spiegare il complesso dei fatti, visto che al medium Turvey i fantasmi dei defunti apparivano parecchi giorni prima della data in cui egli doveva tenere seduta (dunque non poteva carpire i lineamenti dei volti nelle subcoscienze dei presenti), e conversavano con lui fornendogli ragguagli sull’esser loro (dunque non erano dei semplici «simulacri» obbiettivati), mentre la circostanza che quasi sempre si trattava di sperimentatori e di defunti sconosciuti al medium, risulta circostanza a tal segno eloquente da determinare il crollo dell’ipotesi telepatica intesa nel senso di «lettura a distanza nelle subcoscienze altrui».

CASO XXXV ­ Mi accingo a riferire il terzo episodio analogo ai citati, il quale è già tra quelli che difficilmente potrebbero spiegarsi con la suggestione telepatica a distanza da parte del sensitivo.
Ricavo l’episodio dalla rivista filosofica inglese The Metaphisical Magazine del mese di marzo 1898, e chi lo riferisce è il signor H. Brown. Questi era un cultore assai noto delle discipline pedagogiche scientificamente intese; e siccome possedeva facoltà notevolissime d’ipnotizzatore, si valeva con profitto delle sue facoltà onde correggere i difetti nel carattere dei giovinetti, ricorrendo al metodo delle suggestioni appropriate. Si fu durante un giro di conferenze da lui tenute a scopi di propaganda pedagogica che, per pura combinazione, si produsse l’episodio di cui si tratta. Mr. H. Brown riferisce quanto segue:

«Nell’ottobre del 1897, durante un mio giro di pubbliche conferenze

sull’argomento della “Cultura dell’anima”, mi accadde un incidente sperimentale assolutamente diverso da quanto ebbi fino ad ora a conseguire, mentre non ricordo di avere mai letto nulla di simile. Mi lusingo che rendendolo di pubblica ragione, determinerò la pubblicazione di episodi analoghi in guisa da portare un po’ di luce sul tema dei presentimenti, delle premonizioni e delle profezie.

«Io illustravo le mie conferenze svolgendo dinanzi al pubblico esperimenti d’ipnotismo, di telepatia, di psicometria; e a tale scopo, avevo preparato ipnoticamente alcuni giovinetti i quali si erano trasformati in ottimi sonnamboli. Un sabato sera, in cui non avevo da tenere conferenze, e mi trovavo nella mia camera di albergo in compagnia dei cinque miei “soggetti”, vennero a visitarmi diverse persone. Avevo già eseguito con ottimo successo alcuni esperimenti d’ipnotismo, quando uno dei visitanti mi osservò: “Fate veder loro la partita di foot­balls che dovrà giuocarsi sabato prossimo tra le squadre K. e E.”. Premetto che i giovinetti di cui si tratta erano tutti giuocatori molto pratici di foot­ball.

«Io li rimisi tutti in sonno ipnotico, e dissi loro: “Ora vi trovate nel grande stadio, e seguite con viva attenzione lo svolgersi della partita fra le squadre K. ed E. Il giuoco è cominciato in questo momento: osservate con la massima attenzione”.

«Come si disse, la partita in discorso doveva giuocarsi sette giorni dopo, e siccome i due “clubs” che vi prendevano parte erano famosi, nel pubblico degli amatori si attendeva l’evento con grande aspettazione. La squadra E. proveniva da una città vicina, e sul principio i miei sonnamboli applaudirono il suo giuoco. Essi osservavano ansiosamente lo svolgersi della partita, conversando animatamente fra di loro intorno ai buoni colpi, ai colpi falliti, alla tattica diversa delle due squadre. Inoltre, essi tenevano conto dei “goals” vinti dalle due squadre, ed ebbero a riscontrare successivamente e concordemente che taluni fra i giuocatori nei due campi si erano fatti male. Ben presto i loro applausi si trasferirono dalla squadra E. alla squadra K. Tutti scorgevano il giuoco in guisa identica, e si scambiavano animatamente le loro idee in proposito, proprio come se si trovassero sul posto. La scena si protrasse per oltre quindici minuti; e quando li risvegliai, noi tutti, compresi i soggetti stessi, non dubitavamo un sol momento che si fosse trattato di uno spettacolo immaginario.

«Nel prossimo sabato, io coi miei cinque giovinetti ed alcuni fra gli spettatori dell’episodio esposto, ci recammo allo stadio onde assistere alla partita di foot­ball, fra le due squadre in discorso. Può immaginarsi il nostro stupore allorché riscontrammo che il giuoco s’iniziava coi medesimi incidenti visualizzati dai sonnamboli, incidenti che si svolsero a noi dinanzi nell’ordine preciso da essi osservato, e la successione ulteriore degli eventi continuò a riprodursi con tale esattezza, che ad ogni cambiamento di giuoco, noi già sapevamo che cosa doveva accadere. Le stesse squadre erano “knocked out”, il pallone seguiva costantemente le stesse “corse”, i risultati finali erano sempre gli stessi. Riscontrammo soltanto due lievi inesattezze, ma si riferivano a particolari che avrebbero potuto sfuggire a qualunque spettatore.

«La prima inesattezza consisteva nel fatto che mentre il pallone seguiva costantemente le “corse” preconizzate, e i giovinetti sonnamboli avevano contato le “corse” a misura che si succedevano, gli “arbitri” invece squalificarono taluna fra esse; circostanza la quale era sfuggita ai miei sonnamboli. La seconda inesattezza consiste in ciò, che durante l’esperimento sonnambolico, uno dei giovinetti aveva esclamato: “R. si è contuso al ginocchio. Si è ritirato dal giuoco”. Ora, invece, R. si era bensì contuso al ginocchio, ma ciò era avvenuto alcuni giorni prima, ed egli si aggirava zoppicando per la pista, senza avere mai preso parte al giuoco. Queste due inesattezze parvero a me di natura abbastanza suggestiva per aumentare, anziché diminuire il mio stupore. Già dal principio, uno dei miei visitanti all’albergo era accorso da me eccitatissimo, esclamando: “Avete visto? S. è stato cacciato fuori linea, proprio come avevano osservato i sonnamboli”. Per cui, già dall’inizio, noi tutti eravamo persuasi che avremmo assistito allo svolgersi della partita con le identiche modalità visualizzate una settimana prima; ciò che infatti avvenne.

«Se vi fosse chi desiderasse ulteriori particolari in proposito, io sarò ben lieto di fornirglieli. Questa esperienza fa sorgere il quesito: Gli eventi esisterebbero forse in ambiente spirituale prima di realizzarsi in ambiente terreno? O esisterebbero virtualmente in successione condizionata, per modo che in circostanze favorevoli, lo spirito umano avrebbe

il potere di prevedere gli eventi futuri da cause esistenti nel presente? Io conosco numerosi episodi in cui un singolo individuo ha visualizzato eventi futuri, ma questo è l’unico caso in cui parecchie persone videro le medesime cose, e le descrissero nei più minuziosi particolari. Questi sono episodi che aprono il varco a una comprensione ben più vasta sulle possibilità trascendentali inerenti all’anima, e sul valore della personalità umana».

Questo l’episodio strano e interessante occorso al relatore, Mr. H. Brown. In merito alle due inesattezze di fatto da lui rilevate, osservo com’esse non presentino importanza teorica. Circa la prima, dovrebbe dirsi che se i giovinetti sonnamboli avevano segnalato esattamente le «corse» del pallone, ma non avevano tenuto conto delle squalifiche emesse dagli «arbitri», ciò significa che le loro facoltà supernormali di percezione erano esclusivamente «visuali», e in conseguenza, ch’essi avevano visto le «corse» del pallone, ma non avevano udito le osservazioni degli arbitri.

Circa la seconda inesattezza riguardante il giuocatore che non aveva preso parte all’azione perché contuso a un ginocchio, osservo che s’egli girava zoppicando per la pista, allora appare razionale che il giovinetto sonnambolo ne abbia desunto ch’egli si fosse contuso durante il giuoco. Del resto, se è vero che la contusione del giuocatore risaliva a qualche giorno soltanto, allora anche in tale circostanza il sonnambolo aveva visualizzato un incidente non ancora avvenuto.

Ne consegue che siffatte inesattezze nulla tolgono all’efficacia teorica del caso, ed anzi concorrono a fare emergere ulteriormente il carattere positivamente realistico dell’azione osservata dai sonnamboli, e ciò per la considerazione che la prima inesattezza corrisponde a quanto avrebbe dovuto verificarsi in un episodio supernormale di pura «veggenza», qual’era quello in esame; mentre la seconda corrisponde al ragionamento che avrebbe dovuto sorgere in mente a qualunque spettatore il quale avesse visto aggirarsi per la pista un giuocatore zoppicante.

Passando a considerare il caso in esame dal punto di vista del suo valore teorico, osservo com’esso rivesta importanza non lieve, in quanto contiene un particolare il quale vale da solo a demolire, o neutralizzare tutte le ipotesi salvo una sola ­ fino ad ora escogitate a spiegazione dei fenomeni precognitivi. Ed il particolare è quello dei cinque chiaroveggenti i quali videro simultaneamente, in guisa assolutamente identica, svolgersi l’azione complicata di una partita futura di foot­ball.

Comincio col valermi di tale particolare per una comparazione tra il caso in esame e quelli che precedono. Si è visto che per quelli che precedono, e in base all’analisi approfondita dei fatti, si pervenne alla conclusione che nel primo caso, il «psichismo subcosciente» del sensitivo in funzione, così come, nel secondo caso, la volontà telepatizzante di un’entità spirituale, erano palesemente entrati in rapporto coi «psichismi subcoscienti» delle due persone lontane destinate a fungere da soggetti nelle esperienze precognitive imminenti. Dal che doveva inferirsene che i presunti fenomeni di chiaroveggenza nel futuro, potevano e dovevano ridursi a fenomeni di «suggestione telepatica a distanza». Tali conclusioni parevano incontestabili, od almeno rappresentavano indubbiamente «la meno lata ipotesi» a cui si era tenuti a far capo da un punto di vista rigorosamente scientifico.

Ma ecco che nel terzo caso riferito, le cose mutano radicalmente in causa della presenza di cinque veggenti, e la consecutiva entrata in funzione di cinque psichismi subcoscienti; complicazione sperimentale teoricamente perturbante, la quale impone al criterio della ragione una diversa interpretazione dei fatti. Si consideri, cioè, che nei casi precedenti, ci si trovava rispettivamente di fronte al «psichismo subcosciente» di un solo sensitivo, e alla volontà telepatizzante di un solo defunto, ciascuno dei quali esercitava la propria influenza suggestiva a distanza sopra un solo «psichismo subcosciente», e ciò nell’imminenza dell’azione che ciascuno si proponeva di compiere; laddove qui ci si trova in presenza di cinque psichismi i quali avrebbero dovuto esercitare di conserva un’identica influenza suggestionatrice a distanza, non già sul psichismo di una sola persona, ma sul psichismo di due squadre di baldi giocatori; è tutto ciò non già nell’imminenza dell’azione da determinare, ma una settimana prima.

Stando le cose in questi termini, emerge palese la necessità logica di escludere in modo assoluto l’ipotesi che siasi potuto realizzare un simile portentoso fenomeno di solidarietà reciproca tra due gruppi di «psichismi subcoscienti» non vincolati tra di loro da «rapporti fluidici», e sparpagliati un po’ dovunque nei quartieri di una città. Ne deriva che si è tratti a concludere come dal punto di vista teorico, s’interponga un abisso tra i due primi casi precognitivi «a sedia vuota», e quest’ultimo, per quanto risultino affini per le modalità con cui si estrinsecarono.

Quale, dunque, la genesi di questo terzo caso?

Prima di discutere intorno alle ipotesi applicabili al medesimo, giova considerare il significato teorico del particolare dei «cinque veggenti» in rapporto allo svolgimento dei fatti. Si noti, cioè, com’esso tragga logicamente a inferirne che i veggenti assistevano a una proiezione supernormale a svolgimento cinematografico, la quale risultava positivamente obbiettiva, visto che se non si volesse concludere in tal senso, allora dovrebbe presumersi che cinque psichismi subcoscienti si fossero messi preventivamente d’accordo onde proiettare simultaneamente dinanzi alla visione subbiettiva delle proprie personalità coscienti (si noti che nel caso nostro si trattava invece di personalità sonnamboliche), la medesima successione di eventi; presunzione insensata e ridicola. Esclusa pertanto tale ipotesi, e riconosciuta l’obbiettività della rappresentazione, si affaccia spontaneo il quesito or ora formulato: «Qual’era la genesi di tale obbiettiva rappresentazione di eventi che dovevano realizzarsi sette giorni dopo?».

Vi è anzitutto da formulare in proposito una spiegazione preliminare, la quale risulta d’ordine generale, e apparve sempre agli indagatori più autorevoli rispondente a tal segno alle modalità con cui si estrinsecano in gran parte i fatti, da doversi considerare come l’interpretazione legittima del maggior numero di episodi precognitivi; ed è che i fenomeni in questione traggono in massima parte origine dal «psichismo subcosciente» dei sensitivi stessi, psichismo il quale sarebbe fornito di facoltà supernormali capaci di scrutare il passato, il presente ed il futuro. Sennonché, nel caso nostro, anche tale fondamentale interpretazione dei fatti, non regge di fronte al formidabile ostacolo dei «cinque percipienti» i quali videro svolgersi a sé dinanzi una rappresentazione, che per quanto complicatissima, era assolutamente identica per tutti in ogni menomo particolare; circostanza che, come si è visto, costringe logicamente a far capo a un’unica origine dei fatti, e in conseguenza, a una genesi dei fatti estrinseca ai cinque percipienti, in tal guisa risultando esclusa ogni possibilità di spiegarli mediante l’ipotesi di una personalità subcosciente la quale si dimostri percipiente in senso attivo dell’evento precognitivo, nonché trasmettitrice alla propria personalità cosciente delle rappresentazioni appropriate allo scopo. Stando così le cose, si è tratti necessariamente a concludere che nel caso in esame le personalità subcoscienti dei cinque sensitivi non esercitavano altra funzione che quella di percepire passivamente le rappresentazioni supernormali quali si svolgevano dinanzi alla loro visione subbiettiva per opera di una causa estrinseca da ricercarsi.

Questa la giusta interpretazione dei fatti, e non può esservi dubbio che fino a questo punto ci si trova impostati sopra un terreno teoricamente saldissimo. Ma rimangono da discutere le ipotesi con cui darsi ragione della causa estrinseca determinatrice delle rappresentazioni obiettive percepite dai cinque veggenti, e tale discussione è ben lungi dal risultare soddisfacente, e tanto meno esauriente.

La prima ipotesi che si affaccia al criterio dell’indagatore risulta quella a cui allude il relatore del caso in esame, secondo la quale le facoltà supernormali dello spirito umano avrebbero il potere d’inferire il futuro da cause esistenti nel presente; ipotesi legittima e teoricamente applicabile a un certo numero di episodi precognitivi in cui si tratta di vicende in successione naturale e non mai accidentale; ma che non potrebbe applicarsi al caso nostro, visto che le facoltà subcoscienti di cinque veggenti non avrebbero potuto assolvere l’arduo compito d’inferire in guisa identica, da cause esistenti nel presente, le vicende complicatissime di una partita di foot­ball; il che appare maggiormente assurdo qualora si consideri che gli sbalzi di un pallone tormentato dai calciatori, sono sbalzi accidentali, quindi imprevedibili. Come dunque pretendere che cinque veggenti abbiano potuto tutto divinare in guisa così perfetta da far convergere dinanzi a loro cinque concatenazioni di visualizzazioni cinematografiche siffattamente identiche da sovrapporsi l’una sull’altra e costituire una sola rappresentazione?

La seconda di tali ipotesi sarebbe quella proposta dagli occultisti, alla quale alluse pure il relatore del caso; che; cioè, gli eventi futuri proietterebbero le loro ombre in ambiente «astrale» prima di realizzarsi in ambiente terreno. Sennonché tale ipotesi, già di per sé piuttosto inconcepibile e indubbiamente indimostrabile, cozza contro la realtà dei fatti, tenuto conto che si conoscono casi di profezie enunciate tre secoli prima degli eventi corrispondenti.

Ora, se si può concedere, anche a costo di non comprendere, che le ombre degli eventi futuri vengano proiettate in ambiente «astrale» qualche tempo prima del realizzarsi degli eventi stessi in ambiente terreno, nessuno penserà certo a concedere, in nome del senso comune, che gli eventi futuri proiettino le loro ombre in ambiente «astrale» anche a tre secoli di distanza nel tempo. E siccome non si può contestare l’esistenza di episodi di tal natura, come non può negarsi che dal punto di vista scientifico le inferenze desunte dai fatti debbono prevalere su qualsiasi ipotesi metafisica, ne deriva la condanna irreparabile dell’ipotesi in esame.

Infine, vi sarebbe una terza ipotesi da far valere: quella così detta dell’«onniscienza delle cause», ipotesi che secondo il Myers dovrebbe unicamente riferirsi ad Intelligenze spirituali libere dai vincoli menomatori della materia, ipotesi fondata sulla considerazione che se, filosoficamente parlando, devesi postulare l’onniscienza Divina, allora dovrà convenirsi che le innumerevoli gerarchie d’Intelligenze disincarnate esistenti in ambiente spirituale abbiano a dimostrarsi di più in più onniveggenti a misura che si vanno elevando nella scala spirituale, fino ad arrivare a Dio. Posto ciò, dovrebbe dirsi che se nel caso nostro si rileva il particolare dei «cinque veggenti» il quale induce logicamente a spiegare i fatti ricorrendo a una rappresentazione obbiettiva indipendente dai veggenti stessi, e se le ipotesi a disposizione di chi si sforza a compenetrare il grande mistero non reggono alla prova, allora non rimane altra via d’uscita che quella di ammettere l’intervento di un agente estrinseco, o spirituale, trasmettitore della proiezione telepatico­precognitiva, a scopo di trarre i viventi a meditare sui misteri dello spirito umano.

Mi affretto ad aggiungere che sebbene questa ipotesi sembri l’unica conciliabile coi fatti, nulla si rileva nel caso in esame ­ all’infuori della considerazione esposta ­ che autorizzi a inferire l’intervento di entità spirituali in un episodio tanto futile in apparenza. Dico: «in apparenza», poiché in realtà esso risulta metapsichicamente importantissimo e filosoficamente perturbante. Comunque, io non insisto in proposito, limitandomi per ora a segnalare il fatto che il caso in esame dimostra una volta di più come nella categoria dei fenomeni precognitivi ci si incontri ad ogni istante in episodi i quali determinano irrevocabilmente il tracollo delle misere ipotesi totalizzatrici con cui si vorrebbero spiegarli; tracollo da cui si salverebbe un’ipotesi sola:

quella di un presumibile intervento estrinseco, anche in circostanze che nulla lasciano trasparire in tal senso (1).

Ne deriva che rimangono più che mai convalidate le considerazioni formulate in precedenza a proposito dell’ipotesi universalmente accolta in ambiente metapsichico rigorosamente ortodosso, secondo la quale le manifestazioni precognitive risulterebbero in massa conseguenza del funzionamento sporadico delle facoltà supernormali subcoscienti, senza che bisogno vi sia di attribuirne una parte ad interventi estrinseci. E’ invece provato e riprovato, in base ai processi dell’analisi comparata applicati ai fatti di tal natura, che le manifestazioni precognitive, alla guisa di qualunque altra categoria di manifestazioni metapsichiche, possono risultare ­ come risultano ­ ora Animiche ed ora Spiritiche, a seconda delle circostanze, e che non potrà mai spiegarsi il complesso dei fatti se non si dispone di entrambe le interpretazioni, le quali sono complementari l’una dell’altra. Ciò in quanto con la prima si spiegano le manifestazioni dello «spirito incarnato» durante stati fisiologici e crisi funzionali che lo riducono temporaneamente in condizioni di «disincarnazione incipiente»;con la seconda si spiegano le manifestazioni dello «spirito disincarnato» nei fugaci momenti in cui perviene ad entrare in rapporto col mondo dei viventi. Così stando le cose, dovrebbe inferirsene che le facoltà supernormali subcoscienti, in virtù delle quali lo «spirito incarnato» risulta in grado di scrutare il passato, il presente e il futuro, formano parte integrante dei sensi spirituali esistenti allo stato latente nei recessi della subcoscienza umana, in attesa di emergere e di esercitarsi in ambiente appropriato dopo la crisi della morte.

In altre parole: Nella guisa medesima in cui l’embrione umano, destinato a vivere ed esercitarsi in ambiente terreno, giunge nell’ambiente stesso provvisto di sensi appropriati e preformati, pronti a risvegliarsi

­ ­ ­

A proposito dell’ipotesi cui si allude nel testo, la quale potrebbe apparire audace e gratuita, rimando alla mia monografia sui Fenomeni di Telestesia, Edizioni Europa, Verona, 1942, pagg. 182, in cui riferisco un episodio (caso XXVIII) dal quale nulla trasparisce che induca a presupporre l’intervento di un’entità di defunto, laddove in base all’analisi approfondita dell’episodio stesso, risulta che l’intervento del defunto interessato ai fatti, è occorso in guisa letteralmente certa. dallo stato latente dopo la crisi della nascita; così palesemente, inevitabilmente ha da essere per lo spirito disincarnato pervenuto in ambiente spirituale, e ciò in quanto non è possibile che i sensi spirituali vengano creati dal nulla al momento della morte; per cui dovrà inferirsene che se lo spirito sopravvive, deve possederli preformati, allo stato latente, pronti a risvegliarsi alla nuova fase di esistenza. Ché se così non fosse, allora lo spirito non sopravviverebbe alla morte del corpo.

Dal che si apprende che sono proprio i fenomeni Animici quelli che forniscono all’uomo la prova solenne della propria sopravvivenza.

CAPITOLO QUARTO

PRECOGNIZIONI E PREMONIZIONI DIVERSE

Rammento ciò che dissi nell’introduzione alla presente monografia, ed è che la medesima risulta complementare all’altra intitolata: Dei Fenomeni Premonitorii (1), per la quale il materiale greggio accumulato risultando esuberante per un volume di formato normale, mi trasse a distoglierne una parte da pubblicarsi separatamente, e ciò tanto più che nel materiale dei fatti raccolti si conteneva una sezione importante di casi i quali non risultavano precisamente premonitorii, ma profetici, in quanto non si riferivano all’avvenire di singoli individui, bensì a quello collettivo dei popoli.

Questa l’origine della presente monografia, alla quale apposi il titolo che designava il tema principale trattato, facendo seguire alcuni capitoli dedicati a diverse categorie di fenomeni premonitorii che non poterono includersi nella prima per ragioni editoriali.

Comincio col riportare due nuovi episodi riguardanti il tema delle «premonizioni insignificanti e praticamente inutili», tema lungamente svolto nel libro sui «Fenomeni Premonitorii», e teoricamente molto importante, in quanto vale a dissipare una perplessità che trasse eminenti indagatori a conclusioni errate, le quali si fondavano sulla circostanza dell’apparente futilità delle premonizioni in discorso, futilità che per gli indagatori a tendenze generalizzatrici, si prestava, fino a un certo punto, ad essere interpretata nel senso che nei fenomeni della chiaroveggenza nel futuro non esistessero indizi d’intenzionalità vera e propria, e in conseguenza dovessero ritenersi manifestazioni sporadiche e senza scopo, determinate dall’emergenza di sprazzi fugaci precognitivi inerenti alle facoltà supernormali subcoscienti. Nulla di più lontano dal vero, sebbene tra i propugnatori di tale ipotesi si rilevino nomi d’indagatori eminenti, per quanto dominati da preconcetti aprioristici. Da

­ ­ ­

Pubblicato col titolo di Luci nel futuro, 2 vol. di complessive pag. 500. [G. D. B.]

notarsi che l’ipotesi in discorso non regge neanche in rapporto alla categoria speciale delle «premonizioni insignificanti e praticamente inutili», le quali ben sovente rivelano l’esistenza di un’intenzionalità razionale e indubitabile, la quale, a seconda dei casi, può attribuirsi alle «personalità integrali subcoscienti», ovvero ad «entità spirituali», le quali anzitutto trasmetterebbero telepaticamente ai sensitivi, in forma di visioni oniriche o in altre guise, una data situazione futura in cui essi od altri avrebbero dovuto trovarsi, per indi adoperarsi a provocarne la realizzazione in virtù di suggestioni esercitate telepaticamente sui sensitivi o gli altri interessati.

CASO XXXVII ­ Tolgo il seguente episodio dal Journal of the S. P. R. (1921, pag. 168).

Mr. Irving riferisce una serie di sedute ch’egli ebbe con la celebre medium Mrs. Osborne Leonard, durante le quali gli si manifestò la moglie defunta. A un dato momento, questa gli disse:

«Desidero farti sapere che ben presto ti accadrà di vedere una mia fotografia, la quale ti ricorderà un’epoca della mia vita terrena. Io influirò sulle persone, in modo che tu la veda. Già lo feci altre volte, come sai».

Mr. Irving così commenta:

«Durante la mia permanenza in città, io alloggiavo a casa dei miei suoceri, coniugi Whitehead. Il giorno 9 giugno, vale a dire il domani della seduta di cui si tratta, scesi nella sala da pranzo per la prima colazione, e trovai la sala ancora deserta. In attesa che giungessero gli altri, guardai attorno, e vidi una grande fotografia di mia moglie collocata sull’attaccapanni. Nessuno mi aveva parlato dell’esistenza di tale fotografia, sebbene due mesi prima mia suocera mi avesse detto che credeva di conservare ancora una fotografia di mia moglie ch’io non avevo mai visto. Orbene: essa l’aveva rinvenuta il giorno prima, quando io mi trovavo in seduta con Mrs. Leonard, e l’aveva collocata in quel punto affinché mi cadesse sott’occhi appena entravo. Era una fotografia che datava da un trentennio».

Nella medesima seduta, la personalità medianica di Feda, parlando invece della moglie defunta di Mr. Irving, così si espresse:

«Essa desidera ch’io ti dica che si prepara a recarsi con te in un locale dove assisterai a una lunga sfilata di fotografie... Ciò perché traesse ve n’ha qualcuna ch’essa desidera farti rilevare. Si tratta di un quadro fotografico che quando lo vedrai, ti farà ricordare la seduta di questa sera, con la circostanza del di lei manifestarsi a te. Essa dice che al momento opportuno eserciterà la propria influenza sulla tua mentalità onde segnalarti il quadro fotografico di cui si tratta; giacché è questione di un solo quadro in mezzo a molti altri di natura diversa».

Mr. Irving così commenta:

«Venerdì sera, 9 giugno, essendo io tornato dalla città più per tempo del solito, mi venne l’idea di entrare in un cinematografo...; e vidi sfilarmi dinanzi un quadro in cui un uomo visitava una “veggente”, che pareva una medium. Questa giaceva sul sofà, apparentemente in sonno profondo, e a lei di fronte sedeva il consultante, il quale era solo. Apparve altresì una sorta di fantasma fluidico. Io non avevo affatto guardato alla rappresentazione che doveva svolgersi in quel cinematografo, né i manifesti illustrati avrebbero potuto suggerirmi anche lontanamente l’idea che nello spettacolo di quella sera dovesse intercalarsi qualche scena spiritualista... Sebbene io sia un frequentatore dei cinematografi, non ricordo di avere mai assistito a un quadro tanto realisticamente conforme alle consuete sedute medianiche ad automatismo scrivente e parlante».

Così il relatore. Come si vede, è questione di un genere d’incidenti i quali risultano per se stessi «insignificanti e praticamente inutili»; il che, però, non impedisce di rintracciare in essi l’esistenza di un’intenzionalità sui generis, visto che lungi dal doversi considerare il risultato incoerente dell’automatismo funzionale delle facoltà supernormali subcoscienti, si dimostrarono espressamente combinati da una personalità medianica la quale si era proposta di provocarne l’estrinsecazione al fine di provare al consultante ch’essa era in grado di suggestionarlo telepaticamente, insieme agli altri familiari.

Conformemente, se si considera che alle preventive dichiarazioni della personalità comunicante in merito agli incidenti che si predisponeva a provocare, corrispose esattamente la realizzazione degli incidenti stessi, dovrà logicamente inferirsene che nel primo caso, la suocera del consultante si era improvvisamente decisa a ricercare la smarrita fotografia in conseguenza di una suggestione trasmessale dalla personalità medianica in discorso, e che l’aveva collocata in un punto speciale della sala a pranzo conforme alla volontà della medesima entità, la quale aveva dichiarato al consultante: «Io influirò sulle persone, in modo da ottenere che tu la veda».

Altrettanto dicasi per l’incidente del cinematografo; nel qual caso dovrà inferirsene che la personalità medianica agente abbia influito telepaticamente sulla mentalità del consultante onde farlo tornare a casa prima del tempo, per indi fargli nascere l’idea di entrare in un cinematografo designato, nel quale doveva svolgersi uno spettacolo contenente la scena ch’egli doveva vedere. E tutto ciò con lo scopo di provare al consultante che la personalità medianica comunicante aveva capacità d’influire telepaticamente su quei viventi che si trovavano in condizioni di «rapporto psichico» con lei.

Da un altro punto di vista, osservo che se per gli episodi esposti noi siamo in grado di affermare con certezza che non si trattava di premonizioni, ma bensì di fenomeni di suggestione telepatica, ciò è dovuto alla circostanza che la personalità medianica comunicante aveva dichiarato espressamente che si disponeva a suggestionare in un dato senso il consultante e gli altri interessati; ché se invece essa avesse preannunciato i medesimi incidenti senza nulla spiegare in merito alle proprie capacità suggestive, allora sarebbero apparsi veri e propri incidenti precognitivi, e conformemente avrebbero dovuto classificarsi come tali. Ciò posto, ripeto che un buon numero di premonizioni appartenenti a categorie importanti, comportano la medesima spiegazione.


* * *

CASO XXXVIII ­ Riferisco ancora un esempio del genere, in cui l’origine suggestiva estrinseca dell’incidente preconizzato risulta chiara e indubitabile.

Lo ricavo dal Light (1920, pag. 267). Mr. James Watson riferisce quanto segue:

«Alcuni anni or sono, mia moglie ed io formavamo parte del Consiglio direttivo della “Congregazione Spiritualista” del Cheshire. Mia moglie fungeva da segretario, e in tale sua mansione essa erasi intesa con una conferenziera la quale doveva parlare in una delle nostre adunanze domenicali. Nella sera del venerdì che precedeva la domenica stabilita, mia moglie ed io tenemmo una breve seduta di psicografia, durante la quale ci si manifestò il consueto “spirito­guida”, che dettò il seguente messaggio:

«“La signora X. (l’attesa oratrice) fu colta da un forte raffreddore di testa, e domenica prossima non sarà con voi. Comunque, non è il caso di provvedere con altri conferenzieri, giacché nel programma diurno vi è abbastanza materia per occupare la giornata, e per la riunione serale provvederò io. Il signor H. interverrà a tale riunione; chiedetegli per favore che supplisca lui, improvvisando un breve discorso. Sulle prime egli si rifiuterà, allegando varie ragioni; ma alla fine consentirà. Quando si troverà sulla piattaforma e si alzerà per parlare, io lo controllerò e parlerò in sua vece. Egli un buon sensitivo, che si presta a tale scopo. Ed ora state bene a sentire: Onde provarvi che sarò io a parlare in sua vece, farò in modo che a un dato momento egli prenderà con la mano destra il fazzoletto che tiene nel taschino a sinistra della giacca, lo ripasserà automaticamente tre volte attraverso la mano sinistra semichiusa, per poi rimetterlo nel medesimo taschino. Questa sarà per voi la prova indubitabile della mia presenza. Non crucciatevi dunque, poiché tutto andrà bene”.

«Ciò detto, il nostro “spirito­guida” se ne andò. Noi discutemmo intorno a ciò che si doveva fare, e finimmo per convenire che il miglior partito era quello di affidarci interamente al nostro amico spirituale.

«La posta del sabato sera ci portò una cartolina della signora che doveva condurre il servizio del domani, in cui stava scritto: “In causa di un severo raffreddore di testa, sono spiacente di dovervi prevenire che non potrò recarmi alla riunione di domani”.

«Venne la domenica sera, e nella sala si trovavano adunate circa 150 persone. Io fungevo da direttore del servizio. Mentre si cantava l’inno preliminare, io volsi intorno lo sguardo, e vidi il signor H. seduto vicino alla piattaforma. Mi recai subito a salutarlo, informandolo del nostro disappunto, e chiedendogli di voler supplire lui, improvvisando una breve conferenza. Egli sulle prime vi si rifiutò, allegando varie ragioni, ma finì per lasciarsi persuadere a venire sulla piattaforma, da dove lo presentai all’assemblea. Egli si alzò, informando gli ascoltatori che non aveva pratica di conferenziere, ma che incoraggiato dalla simpatia dell’assemblea, si provava a parlare su di un argomento importante. E diede per tema: “Lo spiritualismo, chiave del futuro destino dei popoli”.

«L’improvvisato conferenziere parlava da soli pochi minuti, quando tutti osservammo operarsi in lui un improvviso cambiamento. Le stesse di lui sembianze parvero alterarsi; mentre il suo modo di gestire, il suo modo di esprimersi, la facilità dell’eloquio, la proprietà dei termini, diedero nuova vita all’argomento trattato; e noi assistemmo allo svolgersi di un importantissimo, ispirato, convincente discorso. Quando il buon successo dell’oratore aveva raggiunto il suo massimo, noi lo vedemmo alzare pianamente il braccio destro, portare la mano al taschino di sinistra, estrarne il fazzoletto, farlo passare tre volte attraverso la mano sinistra semichiusa, per indi rimetterlo nel medesimo taschino. Guardai mia moglie, che, sorridendo, mi fece cenno di aver capito.

«Finita la conferenza, il signor H. tornò sul posto, e rivolgendosi a me, osservò: “Che cosa dissi? Ho l’impressione di essere stato controllato da un’entità spirituale. Ditemi se feci una brutta figura”. Lo assicurai che aveva svolta invece una mirabile e interessantissima conferenza.

«Al termine del servizio, il signor H. ricevette i ringraziamenti e le congratulazioni degli ascoltatori; ma noi non credemmo di dovergli subito svelare il segreto del suo buon successo».

[La figlia di Mr. Watson invia al Light la seguente testimonianza, a conferma di quanto esposto: «Mi rendo garante circa la scrupolosa esattezza della relazione inviata da mio padre a proposito del fenomeno cui tutti noi abbiamo assistito una domenica sera, pochi anni or sono. Ricordo ancora come noi stavamo ansiosamente in attesa della prova di identificazione personale a noi promessa dal nostro “spirito­guida”; e la prova del fazzoletto si estrinsecò a suo tempo, con una spontaneità e una precisione meravigliose, mentre la conferenza apparve a tutti ammirabile per larghezza di vedute». (Firmata: MRS. L. G. WATSON­ADAMS)].

Il caso esposto non richiede ampiezza di commenti, visto che le considerazioni apposte a quello che precede, si adattano più che mai a quest’altro; il quale è più risolutivo del primo nel senso della sua origine telepatico­suggestiva; e in conseguenza, dell’origine corrispondente di molti episodi appartenenti alla categoria delle premonizioni «insignificanti e praticamente inutili». Naturalmente non è detto che non possano realizzarsi incidenti di tal natura i quali risultino autentici esempi di visioni premonitorie emerse casualmente e senza scopo dalla subcoscienza. Ciò è presumibile; ma, in nome della logica, nonché dell’analisi comparata dei fatti, badiamo a non generalizzare, e limitiamoci ad inferirne che se possono darsi incidenti precognitivi i quali risultino il giuoco di un automatismo cieco delle facoltà supernormali subcoscienti, ciò non infirma menomamente il fatto dimostratissimo che la grande maggioranza dei fenomeni precognitivi ­ compresa la grande maggioranza di quelli qui considerati ­ appare governata da una indubitabile intenzionalità, la quale assume i più svariati aspetti, e può derivare da multiple cause intelligenti; intenzionalità che talora si manifesta con modalità oltre ogni dire misteriose e suggestive, poiché ben sovente si estrinseca circoscrivendo l’efficacia tutelare che la premonizione potrebbe avere sull’esistenza dell’individuo a cui si riferisce; il che viene conseguito sia sopprimendo i dati essenziali dell’evento doloroso che lo sovrasta, sia adombrandolo in simboli incomprensibili fino ad evento compiuto; ciò con l’intento palese di fargli unicamente intravedere il destino che lo attende, in guisa da creare in lui uno stato di trepidanza provvidenziale che lo predisponga moralmente e materialmente alla grande prova, ma evitando rigorosamente di fargli conoscere la natura della prova (specialmente quando si tratta di morte accidentale), quasiché non si volesse o non si potesse ostacolare il compiersi del di lui destino.

CASO XXXIX ­ Riferisco un caso molto semplice di quest’ultimo genere, il quale si presta ad illustrare e confermare le considerazioni esposte.

Lo ricavo dal Light (1920, pag. 447). Il signor B. M. Godsal, corrispondente ordinario del Light dagli Stati Uniti, riferisce questo episodio occorso a una signora di sua conoscenza:

«Da circa dieci anni, la signora Bernard, la quale è una sensitiva notevolissima, e possiede facoltà medianiche curatrici, avvertiva per chiaraudienza una voce che le ripeteva insistentemente questo enigmatico messaggio: “Quando tu compirai quarant’anni”. Tali parole, palesemente premonitorie, ma prive di qualsiasi indicazione dilucidativa, essa le udiva in occasioni speciali e ad intervalli di parecchi mesi. Cercò di compenetrarne il mistero interrogando medianicamente il padre defunto; ma questi se ne sottrasse costantemente, rispondendo con frasi altrettanto vaghe, come le seguenti: “Perché tu dovrai dimostrarti forte...”. “Perché noi desideriamo predisporti all’evento...”. “Ciò avviene per disporti ad affrontare con fortezza d’animo le tue prove”.

«Il giorno 7 dello scorso luglio, Mrs. Bernard raggiunse l’età di quarant’anni, e allorché celebrava tale ricorrenza insieme ai figli ed al marito (il quale era un graduato delle guardie di finanza, e prestava servizio alla frontiera messicana), essa discusse a lungo con lui, coi figli e con gli amici intorno alla presumibile interpretazione dell’enigmatico messaggio premonitorio che da dieci anni persisteva a farsi udire. Ma non ebbe ad attendere lungamente per comprenderne il significato.

«Nel mattino del terzo giorno dopo il celebrato compleanno, due vecchi amici di famiglia si presentarono a lei perannunciarle con le debite precauzioni, che in quel mattino, sull’albeggiare, suo marito il quale sorvegliava il valico della montagna, era stato ucciso dai contrabbandieri. Egli aveva tentato di fermare un autocarro carico di liquori, ma il conduttore aveva lanciato l’autocarro a grande velocità, passando sul di lui corpo e uccidendolo istantaneamente. Il contrabbandiere venne subito arrestato, ed ora si trova nelle carceri di Los Angeles, in attesa del processo».

Come si fece rilevare, il citato episodio potrebbe valere da solo a convalidare il complesso intero delle considerazioni esposte. Ed anzitutto esso appare inconciliabile con l’ipotesi di chi vorrebbe negare ogni elemento intenzionale nei fenomeni premonitorii; ipotesi assurda, in quanto è contraddetta dall’enorme maggioranza dei fatti, ma che ­ come dissi ­ venne propugnata da personalità eminenti nel campo delle ricerche psichiche.

Ciò stabilito, osservo che l’episodio in discorso, alla guisa di tanti altri, trae logicamente ad ammettere l’esistenza di una fatalità sovrastante i destini umani; e ciò per la considerazione, che l’entità comunicante trasmise insistentemente, per un decennio, il medesimo messaggio reticente e incomprensibile, il quale però, ad evento compiuto, valse a dimostrare come l’entità in questione fosse consapevole del genere di morte accidentale che sarebbe toccata al marito della sensitiva in un anno, in un mese, in un giorno designati. Così essendo, sorge spontanea la domanda: Perché l’agente informatore non comunicò tutto ciò che sapeva alla sensitiva? O, per lo meno, perché non l’avvertì che per la salvezza del marito, questi non doveva allontanarsi da casa il giorno 10 luglio? Risulta palese che a tali quesiti non potrebbe rispondersi che a un modo solo, ed è che l’agente informatore si comportò diversamente perché non eragli concesso di ostacolare il compiersi dei destini umani trasmettendo messaggi sufficientemente trasparenti onde mettere in grado un vivente di sottrarsi al proprio destino; ma solo eragli concesso di trasmettere messaggi premonitorii volutamente oscuri, allo scopo di predisporre alla dura prova il vivente designato. Osservo che nel caso nostro, tale spiegazione dei fatti coincide con quanto aveva ripetutamente dichiarato alla sensitiva la personalità medianica del di lei padre defunto, il quale presumibilmente era altresì l’agente premonitore.

Rilevo infine che il caso in esame non concorre soltanto con gli altri a provare l’esistenza di una fatalità sovrastante i destini umani, ma dimostra in pari tempo che la genesi di tutte le premonizioni analoghe all’esposta (e sono numerosissime) non può essere subcosciente, ma deve considerarsi necessariamente estrinseca al sensitivo, vale a dire spiritica; e ciò per la considerazione che se nelle circostanze in discussione si volesse attribuire il fenomeno precognitivo alle facoltà supernormali della sensitiva, allora non si saprebbe spiegare perché la personalità subcosciente della sensitiva non abbia avvertito esplicitamente la propria personalità cosciente, cioè la signora Bernard, intorno all’accidente mortale che avrebbe fatalmente colpito il di lei marito nel giorno 10 luglio, avvertimento che gli avrebbe salvata la vita.

CASO XL ­ Quest’altro episodio, il quale si riferisce esso pure a una premonizione di morte accidentale, comporta i medesimi commenti del precedente. Lo ricavo dall’ora estinta rivista Annali dello Spiritismo in Italia, rivista fondata e diretta per tanti anni dal venerando professore Scarpa, di Torino (Niceforo Filalete).

Il professore fiorentino Rinaldo dall’Argine scrive in questi termini al prof. Scarpa:

«Carissimo Filalete,

«Ho promesso di tenerti informato dei fatti più notevoli di spiritismo che accadono in Firenze, e per non mancare alla mia parola, uno ora te ne vo’ raccontare che, secondo me, è proprio degno di nota...

«Il giorno 12 marzo 1873, si erano radunati in casa della contessa Enrichetta Bartolomei, moglie del signor Conte Tommaso Passerini di Firenze, diversi amici, tutti spiritisti venuti da Firenze per farle visita e passare un paio d’ore in sua compagnia. Dopo i soliti complimenti e i soliti discorsi, venne in campo l’argomento dello Spiritismo, e fu subito convenuto di mettersi al tavolino.

«Detto fatto: tutti vi posero le mani, ed evocarono uno Spirito senza specificare quale.

«Dopo brevi istanti il tavolo si mosse; il che voleva significare che uno spirito era presente.

­ Vuoi dire con chi abbiamo il piacere d’essere in comunicazione? ­ gli chiese la contessa Enrichetta.

­ Col fratello della defunta tua cognata contessa Bartolomei, ­ le rispose lo spirito.

­ Sei dunque Giorgio Robins?

­ Precisamente.

­ Hai qualche cosa da comunicarci?

­ Ti dirò che presto anche mia sorella, la contessa Enrichetta Inghirami, mi verrà a raggiungere nel mondo degli spiriti.

­ Tu scherzi?

­ No, dico la pura verità.

­ Enrichetta Inghirami è attempata. E’ vero, ma è anche robusta, e non pare che debba andarsene tanto presto da questo mondo.

­ Eppure ti assicuro che entro quest’anno mi raggiungerà.

­ E puoi dirmi in che mese accadrà la sua morte?

­ Nel prossimo mese di giugno.

­ Puoi anche indicarmi il giorno in cui ci sarà tolta?

­ Sì, nel giorno 18 lascerà la terra.

Allo spirito furono fatte diverse altre interrogazioni, alle quali rispose con molta chiarezza; ma nessuno degli astanti, compresa la padrona di casa, prestò fede alle sue rivelazioni, e fu ritenuto per uno spirito mistificatore, che aveva preso un nome ad imprestito per darsi importanza e per insinuarsi più facilmente negli animi dei congregati, come spesso accade nei convegni spiritici.

«Tutte le risposte dello spirito, però, come usasi praticare nei Circoli Spiritici ben diretti, furono scritte e conservate.

«Giudicata una mistificazione la rivelazione suddetta, la contessa Passerini non istette in nessuna pena per la sua buona amica l’Inghirami, e più non vi pensò.

«Eccoti ora come si avverò in giugno la predizione dello Spirito. La contessa Enrichetta Robins (era un’inglese), vedova Inghirami, era attempata. Non aveva meno di 77 o 78 armi. Quantunque in un’età così rispettabile, era però di robusta complessione, e nessuno avrebbe saputo numerare gli anni che l’aggravavano. A vederla, si sarebbe detto che avrebbe ancora campato una ventina d’anni...

«Nella sera del 17 giugno 1873, la contessa Inghirami, alla sua solita ora, si ritirò nella sua camera da letto, e, aiutata dalla sua cameriera, si spogliò e si coricò. Ritiratasi questa, e quella rimasta sola, prese un libro, che stava sul tavolino da notte, e accomodandosi per bene sovra i guanciali, si pose a leggere. Per vedervi meglio teneva accosto al libro un lume, che sosteneva con una mano. Lesse per alcune ore, ma finalmente il sonno le aggravò le palpebre, le chiuse gli occhi, ed ella, senza averne coscienza, profondamente si addormentò. Le caddero nello stesso tempo il libro e il lume dalle mani, e il lume, che per isventura nel fermarsi sulle coperte del letto, non si spense, le accese, e le pose in fiamme. Erano le due dopo mezzanotte.

«La sventurata contessa non aprì gli occhi che per trovarsi in mezzo ad una fornace! Il fumo che la soffocava, le impediva di gridare e di chiamare aiuto, e gli spasimi delle bruciature le toglievano il senno. Si voltò e rivoltò per il letto per togliersi da quell’inferno, e finalmente con uno sforzo supremo precipitò, più morta che viva, sull’impiantito.

«Il sonoro tonfo che fece cadendo, scosse il pavimento in modo tale che svegliò la cameriera, che dormiva nella camera sottoposta, e, non sapendo spiegare quell’insolito rumore, e dubitando di qualche disgrazia, si alzò in fretta e in un lampo fu nella camera della padrona. E’ più facile immaginare che descrivere lo spavento di quella povera donna alla vista delle fiamme che divoravano il letto, e della contessa che, distesa sul pavimento, non dava segni di vita! Si pose a gridare con tutta la forza che avea, e a chiamar soccorso. Tutte le persone di servizio accorsero alle sue grida; spensero il fuoco, che minacciava estendersi a tutta la casa, e coi dovuti riguardi, presa la contessa, la trasportarono in un’altra camera, e la deposero sovra un altro letto.

«L’infelice Inghirami rinvenne in sé, e le furono prodigate le più amorose cure; ma le cure non valsero. Non fu possibile salvarla, e nel giorno 18 giugno 1873 rese l’anima a Dio.

«Così si compiva appuntino la predizione fatta dallo Spirito di Giorgio Robins nel Circolo della contessa Enrichetta Passerini.

«Il miserando caso commosse tutta Firenze, e fu argomento della stampa periodica». (Firmato: PROF. RINALDO DALL’ARGINE).

Il caso esposto è teoricamente interessante; anzitutto dal lato probativo, in quanto è corroborato da testimonianze di prim’ordine, e venne comunicato al prof. Scarpa appena avvenuto, nonché riferito in base a regolare processo verbale redatto durante l’estrinsecazione del messaggio fatidico.

Inoltre, esso appare teoricamente importante in quanto anche questa volta si tratta di un caso di morte accidentale (ciò che vale ad eliminare l’ipotesi strettamente psicologica delle «inferenze da cause esistenti nel presente»), morte preannunciata tre mesi prima, con l’esatta specificazione del mese e del giorno in cui doveva realizzarsi; ciò che trae a indurne che se l’entità comunicante si dimostrò tanto bene informata da conoscere il giorno preciso in cui doveva perire la persona designata, allora doveva conoscere anche il genere di morte accidentale che doveva trarla alla tomba. Daccapo quindi: Perché non rivelò tutto ciò che sapeva? O, quanto meno, perché non avvertì la contessa Bartolomei, amica della contessa Inghirami, ad ammonire quest’ultima a dimostrarsi prudente quando leggeva coricata nel letto? E la risposta a tali quesiti non può essere che quella sopra riferita, secondo la quale dovrebbe concludersi che nel caso in esame, come in quello che precede, le reticenze intorno agli eventi preconizzati erano intenzionali, ed avevano per iscopo di non ostacolare il corso del destino di una creatura umana. Insomma, anche in questo caso si dovrebbe far capo all’ipotesi fatalista. Soluzione razionale perché fondata sopra l’analisi comparata di un gran numero di fatti ben più eloquenti di quelli qui riportati, ma che naturalmente lascia insoluto il quesito che più da vicino ci riguarda: quello costituito dal fatto dell’agente comunicante il quale pervenne a conoscere tre mesi prima la data esatta della morte accidentale della signora Inghirami. E’ vero che si potrebbe osservare in proposito che se una fatalità esiste, ciò implica necessariamente l’esistenza di entità spirituali preposte al governo degli eventi umani; per cui dovrebbe concludersi che l’entità comunicante fosse consapevole di quanto doveva avvenire per essersi trovata in rapporto con taluna di siffatte entità. E se una fatalità esiste, non può esservi dubbio sulla validità di tale spiegazione.

Comunque, non bisogna dimenticare che si tratterebbe pur sempre di una spiegazione applicabile a una data categoria di episodi e nulla più; giacché il problema della chiaroveggenza nel futuro è un problema dei più complessi, e tutto concorre a dimostrare come gli episodi della casistica in discorso traggano origine da cause multiple, dilucidabili con ipotesi estremamente diverse tra di loro; le quali però, costituiscono un tutto solidale ed armonico, in quanto nessuna delle medesime potrebbe da sola spiegare complessivamente la casistica stessa, e solo a condizione di tenerle tutte presenti e per turno utilizzarle tutte, si perviene a risolvere ogni più ardua perplessità teorica.

Rammento in proposito che nel mio libro sui «Fenomeni Premonitorii» feci rilevare come si rinvenissero casi suscettibili di venire spiegati con l’ipotesi delle «inferenze da cause esistenti nel presente», posti di fronte ad altri casi spiegabili soltanto mediante il prolungamento supernormale della medesima ipotesi, vale a dire postulando, fino a un certo limite, la capacità delle facoltà supernormali subcoscienti a inferire da cause esistenti nel presente talune concatenazioni complesse di cause ed effetti inaccessibili alle facoltà d’inferenza normale; per indi conferire alle sole Intelligenze disincarnate d’ordine superiore, la capacità d’inferire quelle concatenazioni di cause ed effetti che per la loro natura prodigiosa e lontana nel tempo, o contraria agli interessi del veggente o del consultante, non potevano ragionevolmente attribuirsi alla subcoscienza umana (ipotesi dell’«onniscienza delle cause»); mentre, come si è visto, per altri casi risulterebbe sperimentalmente dimostrato che i medesimi sono talvolta preparati e condotti a buon fine dalle personalità medianiche che li preconizzano (ipotesi della «suggestione telepatica» applicata ai casi di premonizione); e per altri gruppi di fatti non vi sarebbe altra spiegazione plausibile che quella fondata sull’esistenza prenatale degli individui (ipotesi dell’«reincarnazione»), a norma della quale doveva inferirsi che se l’esistenza terrena non rappresentava che un anello di una concatenazione indefinita di vite successive, e se lo spirito all’atto del reincarnarsi prestabiliva esso medesimo ­ a scopi di espiazione, di prova, di perfezionamento spirituale ­ gli eventi cardinali cui doveva sottostare nella nuova esistenza incarnata (eventi che si cancellavano dalla di lui memoria fisiologica con l’ingresso nella vita, ma che rimanevano registrati nella subcoscienza, di dove emergevano a suo tempo e si realizzavano in forza di un processo analogo a quello per cui si estrinsecavano le suggestioni post­ipnotiche); se tutto ciò si realizzava, ne conseguiva che le cognizioni premonitorie potevano ben sovente essere attinte nella memoria integrale latente di ogni individuo, sia per opera della personalità subcosciente dello stesso individuo, sia per opera di agenti estrinseci; ciò che traeva a concluderne che un buon numero di manifestazioni premonitorie le quali apparivano l’opera di una fatalità inesorabile, si risolvevano in atti liberamente voluti. Nel qual caso occorreva circoscrivere ulteriormente il dominio del fatalismo, il quale lungi dal dimostrarsi assoluto, risultava più che mai relativo, mentre il campo in cui si esercitavano la libertà e la responsabilità umane si rilevava più ampio di quanto si sarebbe presupposto.

Comunque, risultando altrettanto dimostrato che nella casistica premonitoria si rilevavano gruppi di episodi i quali non potevano spiegarsi con quest’ultima ipotesi, ne derivava che non potevasi in alcun modo evitare di far capo all’ipotesi dell’esistenza di una fatalità posta a governo dei destini umani, per quanto tutto concorresse a dimostrarla limitata alle vicende capitali riguardanti ogni singola esistenza individuale, quali la nascita, la morte e l’orientamento nella vita.

Come si è visto, i due ultimi casi riportati rientrerebbero nell’ambito di quest’ultima ipotesi; come vi entrerebbe l’episodio seguente, che riferisco in quanto risulta un esempio tipico di numerosi altri esistenti nelle mie classificazioni.

* * *

CASO XLI ­ Venne pubblicato sulla rivista settimanale inglese Pluck, nel gennaio del 1890, dal protagonista del caso, e poi ripubblicato nella medesima rivista nel dicembre del 1908, quando si realizzò il secondo vaticinio di morte contenuto nel caso stesso, vaticinio che questa volta riguardava il protagonista in persona. Io lo ricavo dal Light (1916, pag. 211).

Come troppo sovente avviene, la prima pubblicazione del caso, per ­155­ quanto già di per sé molto interessante e suggestiva, era passata quasi inosservata pei cultori d’indagini psichiche, e sarebbe andata perduta per la casistica premonitoria qualora non si fosse realizzata la seconda premonizione di morte contenuta nel caso stesso, premonizione riguardante il relatore­protagonista dei fatti, e ciò dopo trascorsi ventiquattro anni dal sogno fatidico, e conforme alla data preconizzata simbolicamente. Ne derivò che questa seconda pubblicazione del macabro duplice caso risultato veridico in ogni sua parte, produsse una giustificata impressione in ambiente metapsichico, mentre i numerosi commentatori si trovarono concordi nell’ammettere che i due vaticinii di morte conseguiti in sogno dal relatore­protagonista non potevano spiegarsi sennonché postulando l’esistenza di una fatalità inesorabile per la quale risulterebbe irrevocabilmente fissata la data della morte di ogni singolo individuo.

Come si disse, si tratta di un sogno profetico occorso allo scrittore­giornalista Edgar Lee, il quale ne pubblicò la relazione non appena erasi realizzato uno dei vaticinii di morte adombrati nel sogno, dichiarando di farlo per appagare le insistenze degli amici, giacché personalmente non si sarebbe mai deciso a pubblicarlo in quanto egli considerava il tema come cosa sacra.

Egli racconta che nell’estate del 1884 risiedeva a Nunhead, a breve distanza dal grande cimitero. Una sera, verso la mezzanotte, egli sedeva allo scrittoio, e si disponeva a scrivere un articolo urgente per la sua rivista. Prima di cominciare accese la pipa, e dopo avere fumato per alcuni minuti, fu colto da sonnolenza, si addormentò, e cominciò subito a sognare. Gli pareva di udire un passo avvicinarsi alla porta, Si alzò ed aperse, trovandosi al cospetto dell’amico Arturo Sutton, poeta e giornalista. Questi spiegò che soffrendo d’insonnia era uscito col proposito di stancarsi con una lunga passeggiata, e che giungendo presso la dimora dell’amico, era salito a salutarlo. Stettero a fumare e a conversare insieme per qualche tempo; quindi, per suggerimento di Sutton, uscirono onde recarsi a un ristorante vicino.

Il racconto del sogno così prosegue:

«Appena fummo sulla strada, rischiarata da una magnifica luna, Sutton mi prese sottobraccio, dicendomi:

­ Ora ti faccio un invito curioso: vuoi venire con me a fare una capatina nel cimitero?

«Chiesi: ­ Ma perché? Anzitutto osservo che il cimitero non si trova sulla strada che dobbiamo percorrere; poi, mi pare che il tuo desiderio sia piuttosto macabro.

­ Immagino che tu non avrai paura!

­ No, certamente; ma la tua proposta è per lo meno uno strano capriccio.

­ Sentimi ­ egli osservò, assumendo un’espressione fatidica impressionante, ­ ho i miei motivi per desiderare di recarmi al cimitero in questa notte stessa.

­ Quand’è così, io ti accompagno; tanto più che la distanza è di minuti; per quanto dichiaro schiettamente che la gita non è di mio gusto.

«Passammo l’angolo della spianata dove si giuoca al “Cricket”, e pervenimmo al grande cimitero, chiuso all’intorno da un muricciolo guarnito da un’interminabile cancellata. Ne percorremmo un lungo tratto, e quando eravamo giunti quasi al termine di uno dei suoi lati, io dissi all’amico:

­ Caro Sutton, è passata per me l’età delle lunghe passeggiate romantiche al chiaro di luna. Torniamo indietro.

­ Un momento ­ osservò Sutton, ­ desidero che prima tu entri nel cimitero, giacché debbo segnalarti qualche cosa che tu non dimenticherai più.

«I suoi modi apparivano singolarmente enfatici e imperativi. M’indicò un punto dove la cancellata era smossa dal piloncino di sostegno. Si avvicinò, la trasse a sé, facendo posto per il passaggio di una persona; quindi mi disse: ­ Salta dall’altra parte. ­ Obbedii automaticamente; ma oggi ancora ricordo, come se fosse ieri, che rabbrividii al pensiero ch’egli avesse smarrito la ragione e mi avesse condotto in quel punto, con l’astuzia di un pazzo, per ammazzarmi.

«Chiesi: ­ Ma qual’è lo scopo di tutto questo?

«Ecco: io so che tu sei molto amante del meraviglioso. Orbene: leggi questa epigrafe.

«Mi curvai, e vidi che sulla lapide stava scolpito il mio nome, la data della mia nascita e la data della mia morte; con questo di veramente curioso, che un ciuffo d’erbe rampicanti nascondeva l’ultima cifra del millesimo in cui doveva realizzarsi la mia morte; millesimo che mi parve il 1907 o il 1909.

­ Bene ­ osservai, ­ quand’è così, mi rimane ancora da vivere abbastanza.

­ Sì; tu non puoi lagnarti del destino. Ora vieni a leggere l’iscrizione sulla mia tomba.

«Errammo qualche tempo fra i sepolcri, e poi giungemmo ad una fossa scavata di fresco, presso la quale eravi una pietra sepolcrale rovesciata sul cumulo di terra estratto dalla fossa.

« ­ Questa è per me ­ egli osservò, sorridendo sinistramente.

«Gli dissi: ­ Aiutami a rivoltare la pietra sepolcrale; e i nostri sforzi riuniti vi pervennero a stento.

«Aveva proprio ragione l’amico mio: su quella pietra stava scolpito il di lui nome, la data della sua nascita, la data della sua morte; e l’iscrizione appariva nitidissima.

­ Per Giove! ­ esclamai: ­ Caro Sutton, ti rimane ben poco da vivere! “Aprile 1887!”.

­ Quale giorno del mese? ­ egli domandò.

«Mi curvai per pulire la lapide dal terriccio che si era appiccicato sulla data; ma in quel preciso istante, mi risvegliai di soprassalto, ritrovandomi sul seggiolone, dinanzi allo scrittoio, con la pipa spenta ai miei piedi. Raccolsi la pipa, la riaccesi, e guardai l’orologio: la mezzanotte era passata di soli due minuti! Questa circostanza mi parve letteralmente incredibile, giacché ricordavo che prima di appisolarmi avevo udito l’orologio suonare le dodici! Avevo dunque dormito meno di due minuti!...

«Il domani raccontai il macabro sogno agli amici giornalisti di “Fleet Street”, e tra questi, anche il Sutton, il quale mi ascoltò con diletto.

«Passarono tre anni; ed ecco che il mese scorso pervenne la notizia che Sutton era caduto infermo, e che il dottore nutriva ben poche speranze di guarigione. Mi tornò alla mente con vivacità straordinaria il sogno fatto, che, per la prima volta, mi apparve profetico.

«Andai a trovare l’amico; e quando lo vidi, rimasi impressionato. Pareva l’ombra di se stesso. Le di lui sorelle erano accorse dalla provincia per assisterlo; ma esse, come il dottore, avevano deposto ogni speranza.

«Naturalmente, tutte le volte che mi recavo a trovarlo, mi astenevo con cura d’iniziare conversazioni che potessero richiamare alla memoria dell’infermo il sogno da me fatto; ma quando giunse il fatidico mese di aprile, e quando il giorno 11 di quel mese io mi trovavo al suo capezzale procurando distrarlo narrandogli aneddoti professionali, poiché era questa una forma di pettegolezzo che gli piaceva, egli attese che io mi alzassi per andarmene, e quando gli stesi la mano, mormorò solennemente, con perfetta calma: ­ Aprile 1887.

« ­ Comprendo ­ risposi.

«Chiese serenamente: ­ E la data del giorno tu non la leggesti?

« ­ No.

«Egli si tacque, reclinando il capo sul guanciale. Io me ne andai, e più non lo rividi, poiché Arturo Sutton moriva il giorno 15.

«E questa non è la parte più meravigliosa del fatidico sogno.

«I parenti di lui, i quali ignoravano il sogno da me fatto, deliberarono di seppellirlo nel cimitero di Nunhead, ed io con tre o quattro vecchi amici del defunto ci recammo ai funerali, prendendo il treno alla stazione di “Vittoria”. Lungo il viaggio, io raccontai il mio sogno agli amici, aggiungendo che sebbene io non fossi mai entrato nel cimitero di Nunhead, giacché condividevo con Sutton una speciale avversione per esso, cosa che non mi avveniva di provare per qualunque altro cimitero, mi era accorso, però, di passare varie volte lungo il suo recinto, e di scorgere il posto dove il macabro sogno erasi svolto.

«Uno degli amici domandò: ­ Quando passeremo lungo il recinto del cimitero, tu dovresti indicarcelo, giacché se perverrai a segnalare il punto preciso in cui verrà seppellito l’amico nostro, allora il tuo sogno sarà convalidato in guisa impressionante; tanto più se si considera l’immensità del cimitero.

«Poco dopo raggiungemmo il colle che conduce alla chiesa, dove si trova il cimitero. Percorrendo la strada posta a un lato del medesimo, io guardavo quella immensa distesa di sepolcri, quando improvvisamente, in un angolo abbastanza lontano da noi, riconobbi la località del mio sogno, e senza esitare esclamai: ­ L’amico nostro sarà seppellito in quel punto, dal lato della cancellata.

«Venti minuti dopo, eravamo tutti riuniti intorno a una fossa, nella ­159­

quale fu calata la salma dell’amico Sutton, e quella fossa era scavata nel punto preciso da me indicato agli amici. «Questi ultimi risiedono tutti a Londra, e si dichiarano pronti a fornire le loro testimonianze in ordine a quanto affermo».

Qui termina la relazione di Edgar Lee. Sennonché trascorsi altri 21 anni, la seconda parte del vaticinio riguardante la data della morte del relatore­protagonista del sogno premonitorio, venne a realizzarsi a sua volta. Egli, infatti, moriva il giorno 14 dicembre 1908.

Come si è visto, egli nel sogno aveva scorto direttamente le tre prime cifre del millesimo di sua morte, e intravista solamente l’ultima cifra, occultata da un ciuffo d’erbe rampicanti, riportandone l’impressione che l’anno fatale dovesse essere o il 1907 o il 1909. Fu invece l’anno intermedio: il 1908.

Dal lato probativo, giova rilevare che il caso citato contiene in sé la prova migliore della sua autenticità supernormale, e ciò per la buona ragione che il sogno premonitorio venne pubblicato per la prima volta dal relatore ­ per sollecitazioni degli amici ­ nel gennaio del 1890; vale a dire, diciotto anni prima che si realizzasse il secondo vaticinio riguardante la propria morte.

Come feci rilevare in principio, l’episodio esposto è un esempio tipico di numerosi altri in cui il vaticinio di morte, per quanto rivesta forme simboliche svariate, si limita a indicare la data in cui una persona designata dovrà morire. Ora si osserva in proposito una circostanza interessante e suggestiva: quella che nel simbolismo premonitorio viene a introdursi un particolare il quale impedisce al veggente, o al dormiente, di discernere la scadenza precisa dell’ora della propria morte, o della morte della persona designata. Quando ciò non si verifica, vale a dire, quando il giorno della morte della persona designata viene trasmesso in termini espliciti, allora si osserva che la persona destinata a morire non è vincolata da stretti rapporti affettivi al percipiente.

Nel mio precedente volume sui «Fenomeni premonitorii» ho riferito parecchi esempi del genere, tra i quali alcuni che concorrono validamente a confermare le osservazioni esposte, giacché dai medesimi si apprende che quando viene fornita la data del mese e del giorno, allora viene occultata la data dell’anno (caso LIV), e che quando la data viene fornita integralmente, e la persona destinata a morire è vincolata affettivamente al percipiente, allora viene taciuto il nome della persona stessa (caso LVIII). Non è chi non vegga come tali caratteristiche delle premonizioni in esame, dimostrino ulteriormente ed efficacemente l’esistenza di un’intenzionalità preposta all’estrinsecazione dei fenomeni premonitorii; e le reticenze del genere esposto, dimostrano palesemente come nelle circostanze di cui si tratta tale intenzionalità si proponga di trasmettere un preannuncio di morte sufficientemente preciso per non lasciar dubbio in merito alla sua genesi supernormale, ma in pari tempo sufficientemente oscuro o reticente per non togliere alla persona predestinata il beneficio morale dell’incertezza in merito allo scoccare della «Grande Ora» che a lui sovrasta, o sovrasta a una persona a lei cara.

Né bisogna dimenticare che gli episodi del genere esposto non costituiscono che uno dei multipli gruppi di fatti appartenenti a una vasta categoria di manifestazioni premonitorie, dalle quali emerge la prova indubitabile dell’esistenza di una fatalità preposta al governo delle vicende cardinali degli individui e dei popoli; fatalità relativa, dunque; e non sempre irrevocabile anche nel dominio che le compete, ma esistente quale legge fondamentale nell’evoluzione della Vita, e nel divenire dell’umanità.

Al qual proposito già si fece rilevare come nella categoria di cui si tratta esista un gruppo di episodi letteralmente risolutivi in tal senso, ed è il gruppo delle premonizioni che non salvano da morte la persona designata in causa delle lacune espressamente volute dall’agente premonitore, il quale ricorre sovente all’espediente di adombrare gli eventi in simboli sufficientemente oscuri per riuscire impenetrabili agli interessati fino ad evento compiuto.

Ciò posto, osservo che l’esistenza della categoria in esame, in cui si contengono episodi dal significato preciso e indubitabile nel senso indicato, non impedisce che ad essa si contrapponga un’altra categoria di episodi i quali dimostrano precisamente il contrario; vale a dire che in base ad essi si apprende come si realizzino numerose premonizioni le quali salvano da morte la persona designata.

Niun dubbio che questa alternativa di manifestazioni antitetiche costituisce per l’indagatore un enigma che, a tutta prima, lo disorienta; ma siccome i fatti sono fatti, e siccome non possono darsi contraddizioni inerenti alle modalità con cui si estrinsecano, le quali necessariamente debbono risultare gli effetti di cause specifiche, si è forzati a concluderne che in tali presunte contraddizioni fenomeniche, abbiansi in realtà a ravvisare delle ottime prove convergenti cumulativamente con le altre verso la dimostrazione dell’esistenza di una legge trascendentale posta a governo della palingenesi umana; legge che non potrebbe non risultare ispirata a una suprema giustizia distributiva.

Onde prevenire un’obiezione facile a sorgere nella mentalità di taluni pseudo­filosofi o pseudo­scienziati, i quali presuppongono che qualsiasi accenno a un mistero trascendentale nella vita, dimostri in chi lo formula delle tendenze deplorevolmente mistiche, le quali nulla avrebbero di comune con la scienza, dichiaro che le conclusioni esposte sono formulate in base ai metodi d’indagine sperimentale posti a fondamento di qualsiasi branca della scienza, i quali consistono nell’applicare ai fatti i processi dell’analisi comparata e della convergenza delle prove; processi che dallo scrivente furono applicati a migliaia di fatti. Ripeto pertanto che in base a ciò, può considerarsi raggiunta una prima conclusione fondamentale, ed è che i fenomeni precognitivi, considerati complessivamente, provano l’esistenza di uno schema prestabilito nella vita degli individui, il quale è in parte estrinseco ai medesimi, e in parte intrinseco (vale a dire, che in quest’ultimo caso sarebbe determinato dalla personalità integrale subcosciente); schema prestabilito al quale deve assoggettarsi ogni esistenza individuale. Da ciò un’altra inevitabile inferenza, ed è che tale schema prestabilito non avrebbe scopo se non dovesse esplicarsi in vista della sopravvivenza dell’individualità spirituale umana alla morte del corpo; e quest’ultima conclusione appare a tal segno necessaria di fronte alle modalità con cui si estrinsecano i fenomeni precognitivi, che solo a condizione di ammetterla si perviene a trionfare di tutte le difficoltà teoriche. Chi non l’ammette, non perverrà mai a superarle.

* * *

Tralascio, non senza rincrescimento, di far seguire esempi di premonizioni che salvano da morte il percipiente, od altre persone designate (premonizioni tutelari), avendone già citato ad esuberanza nella monografia cui appartengono, che è quella dei «Fenomeni Premonitori».

Mi limito pertanto a poche altre citazioni di avvenimenti diversi non implicanti la morte, la cui natura poco comune si presta a considerazioni teoriche istruttive.

CASO XLII ­ Comincio da un accidente di vettura preconizzato da un bimbetto di quattro anni.

La signora Netta Schoelmer riferisce, nella rivista francese Psychica, il seguente episodio a lei personale:

«Io abito con mia suocera una palazzina nelle adiacenze di Lilla. Siccome alla sera vi è sempre ricevimento a casa mia, io ho per abitudine di mettere a letto di buon’ora il mio bimbetto di quattro anni, e di lasciarlo solo appena ha preso sonno. Giammai ebbe a manifestare paure di sorta.

«Una di queste sere, con mio grande stupore, lo sento piangere. Accorro subito, e lo trovo in piedi nel suo lettuccio, in preda a una grande agitazione. Gli chiedo il motivo del suo pianto, ed egli risponde:

«“Ho visto papà, mamma, nonna e zia Carolina in vettura. Giovanni non c’era (Giovanni è il nostro domestico, che ci accompagna sempre nelle nostre gite). Dei montoni circondarono la vettura, e la vettura è caduta nell’acqua...”.

«Mi adoperai a calmarlo. Gli feci recitare una preghiera, ed egli non tardò a riaddormentarsi.

«Il domani sera si ripeté la medesima scena: egli cominciò a piangere; io accorsi, e trovai che aveva sognato il medesimo sogno vivacemente; e per lui tale spettacolo era terrificante.

«Il terzo giorno vi era una festa nel villaggio vicino. Noi partimmo a quella volta, in vettura a due cavalli, guidata dal nostro cocchiere. Eravamo: il padre, la madre, la nonna, zia Carolina e il domestico Giovanni.

«Tutto andò bene: non vi furono incidenti di sorta. Alle 10 e mezzo, mia madre manifestò il desiderio di tornare a casa, lasciandoci a godere ancora di quella festività; ma noi le dichiarammo che volevamo tornare con lei. A questo punto mi tornò in mente il sogno del mio bimbetto; e ciò pel fatto che trovandoci in troppi per una vettura, decidemmo che Giovanni tornasse a casa a piedi; ma mi rassicurai subito, pensando che con noi si trovava mio cognato, il quale non era stato nominato dal mio bimbetto.

«Ed ecco che appena giunti alle porte della città, mio cognato si ricorda all’improvviso che aveva un Consiglio di amministrazione il domani mattina, e scende immediatamente dalla vettura.

«Poco più lungi, ecco venirci incontro un gregge di montoni, il quale sbarra la strada letteralmente, obbligandoci ad arrestarci. I cavalli cominciano a nitrire e a imbizzarrirsi; Poi si adombrano e prendono una corsa sfrenata. Giunti al canale che passa rasente la strada, la carrozza si rovescia, e noi tutti precipitiamo in acqua. Nel canale eravi molta acqua, e le persone accorse durarono fatica a trarci in salvo da una situazione grave.

«Il sogno del mio bimbetto erasi pienamente realizzato! Egli, per due sere di seguito, aveva assistito in sogno al grave accidente che avrebbe minacciato le vite del babbo, della mamma, della nonna e della zia; visualizzando il gregge di montoni, la vettura che precipitava nell’acqua, e segnalando anche l’assenza del domestico Giovanni; particolare quest’ultimo che a noi parve inverosimile, poiché Giovanni ci accompagnava sempre nelle nostre gite.

«Si aggiunga infine che nella sera dell’accidente, il mio bimbetto, il quale era stato affidato all’istitutrice, si svegliò ancora una volta alle 10 e mezzo, in preda al solito spavento per una terza replica del sogno drammatico, che questa volta poteva considerarsi telepatico. Nel medesimo tempo l’istitutrice udiva le nostre grida dalla strada». (Firmata: NETTA SCHOELMER).

L’episodio riferito appare teoricamente interessante. Ecco un bimbetto di quattro anni, il quale sogna per tre notti consecutive di assistere a un accidente di vettura assai movimentato, e di cui sono vittime i propri genitori e familiari; accidente che si realizza in ogni particolare due giorni dopo. La circostanza del ripetersi di un identico sogno per tre notti consecutive ­ circostanza comune a molti sogni premonitori – indica nell’agente informatore (chiunque esso sia) la precisa intenzionalità di segnalare un dato fatto a qualcheduno; e siccome, nel caso nostro, ciò non poteva riferirsi al bimbetto percipiente, dovrà dirsi che la segnalazione era destinata ai familiari del bimbetto stesso. Ma siccome tale segnalazione premonitoria non aveva in sé nessun carattere tutelare, ed appariva soltanto notevole in quanto risultava un ottimo esempio di chiaroveggenza nel futuro d’ordine accidentale, quindi imprevedibile, ciò trarrebbe a concluderne che l’agente informatore si fosse unicamente proposto di colpire l’immaginazione dei viventi col presentar loro, pel tramite di un bimbo innocente, un episodio precognitivo inteso a scuoterne l’inerzia mentale, e trarli a riflettere sui misteri trascendentali dello spirito umano (ricordo che questa è la spiegazione fornita in analoghe circostanze dalle personalità medianiche). Nel qual caso non si potrebbe certamente parlare dell’origine subcosciente della premonizione in discorso, visto che la personalità integrale di un bimbetto di quattro anni non potrebbe dar prova di tali elevati propositi.

L’unico modo di evitare l’ostacolo teoricamente insormontabile, risulterebbe quello di negare ogni intenzionalità al fenomeno precognitivo in esame, presupponendo che le facoltà subcoscienti del bimbetto, essendo entrate sporadicamente in esercizio, abbiano percepito per puro caso l’evento disgraziato che sovrastava ai familiari del bimbetto stesso. Sennonché la teoria del «puro caso» appare letteralmente inconciliabile con la circostanza dell’incidente premonitorio il quale erasi ripetuto per tre sere di seguito, e nell’ora medesima in cui doveva realizzarsi; ciò che dimostra in guisa risolutiva l’esistenza di un’intenzionalità purchessia nella manifestazione supernormale occorsa. Senza contare che rimarrebbe pur sempre da rispondere alla domanda: Come avvenne la percezione dell’evento? In forma attiva o passiva? Nell’ipotesi dell’intervento di un’entità spirituale consapevole di quanto doveva accadere, la risposta riuscirebbe facile, poiché non si avrebbe che a presupporre una trasmissione telepatica del quadro cinematografico­veridico visualizzato dal bimbo; ma nel caso di una presunta percezione attiva, o diretta di un fatto non ancora avvenuto, come risolvere il quesito? Trattandosi della subcoscienza di un bimbetto di quattro anni, non si potrebbe certo ricorrere all’ipotesi delle «inferenze da cause esistenti nel presente», e all’infuori di tale ipotesi non rimarrebbe che quella occultistica della esistenza di «clichés astrali», secondo la quale gli «eventi futuri proietterebbero anticipatamente le loro ombre in ambiente trascendentale»; ma, come si vede, si tratta di un’ipotesi puramente metafisica, molto strana, molto inverosimile, la quale indubbiamente non è che una pura espressione verbale vuota di senso. Padronissimo di adottarla chi vuole, purché riconosca che l’ipotesi in discorso essendo indimostrabile, e non esistendo in suo favore neppur l’ombra di una prova induttiva diretta o indiretta, e neppure esistendo in suo favore una sola argomentazione più o meno logica, risulta priva di qualsiasi valore scientifico, e in conseguenza non farà mai progredire le cognizioni nostre in argomento, giacché il sapere non si fonda sugli «atti di fede».

Concludendo: I fenomeni precognitivi i quali hanno per protagonisti dei bimbi in tenerissima età, risultano sempre teoricamente importanti, in quanto valgono ad eliminare le ipotesi che possono legittimamente proporsi a delucidazione dei fatti senza dipartirsi dai poteri della subcoscienza, obbligando una volta di più a riconoscere la grande verità che molte manifestazioni del genere risultano d’origine estrinseca, anche allorquando non esistono circostanze che tendano a dimostrarlo.

CASO XLIII ­ Quest’altro episodio si riferisce a una predizione interessante, secondo la quale il consultante doveva prossimamente soggiornare in un vecchio castello, di cui egli ignorava l’esistenza.
Il noto scrittore inglese Robert Hichen narra nel numero del 13 luglio 1919, del periodico inglese The Weekly Dispatch, un notevolissimo episodio, a lui personale, di «visione nel cristallo», a svolgimento precognitivo, visione che si realizzò in modo stupefacente.

Egli informa che pochi anni addietro, essendosi trovato in compagnia di un amico il quale possedeva la facoltà della «visione nel cristallo», lo invitò ad esercitare i suoi poteri chiaroveggenti per di lui conto; e questi, guardando nel cristallo, così parlò:

«“Ecco ciò che mi si manifesta: Scorgo un vecchio castello, alcune parti del quale sono antichissime. Si erge in una località solitaria, molto lontana da qualsiasi altra abitazione civile. E’ munito di torri, cintato da mura assai alte, e dentro vi è un grande cortile. Una volta era un convento di frati, ma essi da lungo tempo più non vi soggiornano. Un fiume scorre vicino al castello. Nell’interno scorgo un lungo corridoio, il quale è infestato da un fantasma che vi si manifesta passeggiando avanti e indietro... Il castello è circondato da montagne, l’una delle quali appare altissima...

impressionante... In essa esiste qualche cosa che incute terrore... Ma voi, nulla sapete di tutto questo?” «Risposi che la sua visualizzazione nulla mi ricordava.

­ Dunque non siete mai stato in questo castello? E’ dominato da un’alta montagna terribile...

«Io scossi la testa, in segno negativo.

­ Bene, se così è, allora vuol dire che voi dovrete andarvi: e ciò avverrà tra non molto. «Chiesi: ­ Dove si trova questo castello? Forse in Inghilterra?

­ Oh no! Molto lontano da qui. Lontano, lontano, verso il sud. In una regione selvaggia. Ma non saprei dirvi esattamente la località.

­ Si trova in Europa?

­ Direi di sì; ma, in ogni modo, quasi ai limiti estremi dell’Europa. Ricordatevi: Un castello con torri; un fiume che gli scorre vicino; un grande cortile; un corridoio infestato da un fantasma; lo abitavano dei monaci... Un giorno o l’altro, entro quest’anno, voi soggiornerete in questo castello... Io so che voi soggiornerete in questo castello... Quando ciò avverrà, fatemi il favore d’informarmene».

«Alcune settimane dopo, fui invitato a un banchetto di escursionisti, e mi accadde di sedere accanto a un noto latifondista inglese, che io non avevo mai incontrato prima di allora. Egli, tra l’altro, possiede vastissimi terreni in Sicilia, dove risiede molta parte dell’anno.

«Egli mi disse: “Se vi capita di venire in Italia, dovreste spingervi fino in Sicilia. Nell’autunno io mi troverò colà, e sarei lieto di farvi visitare le località più interessanti dell’isola. Se decidete in tal senso, non dimenticate di avvertirmene.

«Io lo ringraziai, promettendogli che gli avrei scritto.

«Ora avvenne che nell’autunno io dovetti recarmi in Italia; per cui mi venne il desiderio di spingermi fino in Sicilia. Ne scrissi pertanto al mio gentile compagno di mensa, il quale rispose telegrafando che mi attendeva a casa sua.

«Quando giunsi sul luogo, mi avvidi ch’egli abitava in un vecchio castello, il quale si ergeva in mezzo a montagne, proprio alle falde del maestoso vulcano Etna. Un fiume scorreva vicino alle alte mura del castello, il quale era munito di torri, con un grande cortile interno. La mia camera da letto si apriva sopra un lungo corridoio, che, mi si disse, era infestato da un fantasma; per quanto io non abbia mai visto il fantasma, e non abbia mai udito i suoi passi. Il proprietario mi confermò che in età remota, quel castello era stato un convento di monaci.

«Rimasi tanto impressionato dall’occorso, che il domani del mio arrivo scrissi all’amico chiaroveggente per comunicargli che la sua premonizione erasi pienamente e meravigliosamente realizzata, e che in quel momento io mitrovavo a soggiornare nel castello da lui visualizzato nel cristallo». (Firmato: ROBERT HICHENS).

I fenomeni precognitivi risultano a tal segno multiformi, e assumono aspetti così disparati e contradditorii, da confondere il criterio di chiunque si sforzi a compenetrarli. Si ergono di fronte all’indagatore sempre nuove perplessità impreviste e formidabili, nel senso che ben sovente ciò che vale a delucidare un episodio, più non vale per un altro intrinsecamente analogo, o appare con esso addirittura in contrasto. Che farci? Non rimane che perseverare tenacemente ad analizzare e comparare sempre fatti ed altri fatti; in ciò sostenuti dalla ferma fiducia di trovarci sulla buona via, e in conseguenza, confortati dalla speranza di pervenire un giorno a sollevare un lembo del velo impenetrabile che nasconde il sembiante della grande Sfinge precognitiva.

Nell’episodio precedente si era fatto rilevare come l’ipotesi delle «inferenze da cause esistenti nel presente» non potesse applicarsi alla subcoscienza di un bimbetto di quattro anni, concludendo a un presumibile intervento spirituale nell’estrinsecazione dell’episodio stesso, per quanto nulla emergesse dai fatti che tendesse a suggerirlo. Per quest’altro episodio in qual modo dovrebbe concludersi? Sta di fatto che questa volta si tratta di persone adulte, e non più di bimbi; ma, in ogni modo, l’ipotesi per cui si presume che la subcoscienza di un sensitivo pervenga a compenetrare il futuro in base ad «inferenze da cause esistenti nel presente» cessa dal dimostrarsi verosimile non appena vengano oltrepassati certi limiti inconciliabili con gli attributi essenziali, sia normali che potenziali, di una mentalità finita, qual’è l’umana; laddove taluni propugnatori ad ogni costo della soluzione subcosciente di tutta la casistica metapsichica, non si peritano di conferire alla medesima l’onniscienza divina; ciò che dal punto di vista psicologico e filosofico risulta un’assurda eresia. Ora, nel caso esposto, la complessità delle circostanze accidentali che condussero alla realizzazione del vaticinio, e la mirabile veridicità di numerosi particolari secondari teoricamente importantissimi (quale, ad esempio, il particolare del fantasma infestatore), risultano tali da rendere contraria alla logica ed al senso comune l’ipotesi esplicativa in discorso.

Ciò posto, si affaccerebbe l’altra ipotesi occultista dei «clichés astrali», i quali precederebbero in ambiente trascendentale le vicende che si vanno maturando in ambiente terreno; sennonché ­ come già dissi – tale ipotesi appare siffattamente gratuita, nonché fantastica e incomprensibile, che ogni indagatore a intendimenti scientifici deve rifiutarsi a discuterla.

Stando le cose in questi termini, a quale altra ipotesi ricorrere? Già si fece rilevare, a proposito delle «premonizioni insignificanti e praticamente inutili», come dalle medesime emergesse un’intenzionalità la quale, a seconda dei casi, doveva attribuirsi ora alle personalità integrali subcoscienti, ed ora a personalità spirituali, le quali anzitutto trasmettevano telepaticamente al sensitivo, in forma di visioni oniriche o in altre guise, una data situazione futura in cui essi od altri avrebbero dovuto trovarsi, per indi adoperarsi a provocarne la realizzazione in virtù di suggestioni esercitate telepaticamente sui sensitivi o gli altri interessati. Come feci rilevare a suo tempo, tale ipotesi era l’unica che risultasse incrollabilmente fondata sopra dati di fatto positivi e indiscutibili; e in conseguenza, anche l’unica che potesse considerarsi scientificamente dimostrata in via sperimentale; salvo, nondimeno, l’estensione teorica da conferirsi alla medesima. Si dovevano ­ cioè ­ considerare per tali solo gli episodi che contenevano in se stessi la prova incontestabile della loro origine estrinseca intesa nel senso considerato, ovvero doveva estendersi tale spiegazione ai numerosi episodi del genere inesplicabili con altre ipotesi, per quanto nel contesto dei medesimi nulla emerga in tal senso? Osservo che da un punto di vista strettamente razionale, dovrebbesi concludere in favore di quest’ultima soluzione; sennonché la mancanza di dati che valgano a giustificarla, si risolve in un serio inconveniente, giacché nulla di concreto potendosi asserire in proposito, la soluzione stessa rimane priva di efficacia teorica.

Comunque, rilevo che in base all’analisi meglio approfondita del caso in esame, dovrebbe invece ammettersi che nel medesimo si rinvenga un particolare fenomenico che convalida l’ipotesi di un intervento estrinseco nel senso or ora espresso; e tale particolare è quello del sensitivo il quale aveva informato che il castello da lui descritto era infestatoda un fantasma. Ora, siccome il sensitivo non poteva esserne venuto a conoscenza psicometricamente, visto che inassenza di un oggetto proveniente dal castello in discorso egli non avrebbe potuto entrare in «rapporto psichico» con l’ambiente stesso, così come non poteva pervenirvi pel tramite del consultante, visto che quest’ultimo ignorava l’esistenza del castello e non ne conosceva ancora il proprietario (due circostanze che se fossero state a lui note, avrebbero provvisto al sensitivo il «rapporto psichico» indispensabile all’uopo), ne deriva che il sensitivo non poteva in modo alcuno venire a conoscenza del particolare astratto riguardante il «fantasma infestatore», salvo nel caso che ne fosse stato informato telepaticamente da un’entità spirituale; ed eccoci pervenuti a una convalidazione adeguata, sulla base dei fatti, dell’unica ipotesi razionale capace d’interpretare il caso in discussione.

CASO XLIV ­ Tolgo il seguente episodio dall’importantissimo libro del rev. C. L. Tweedale: Man’s Survival after Death (pag. 242­245), e si riferisce a una premonizione di matrimonio.

Il rev. Tweedale informa che la relazione dell’episodio venne scritta dal protagonista dei fatti, il quale fu per molti anni missionario nelle Indie, ed ora è Vicario generale in Inghilterra. Egli, inoltre, è un laureato dell’università, e un rinomato astronomo. Per considerazioni di famiglia, il relatore non desidera che si pubblichi il proprio nome. Questa la relazione dei fatti:

«Nel settembre del 1892 io ero curato in una cittadina situata a settentrione del paese di Galles. Mi occupavo già di astronomia con immenso amore, e in quel momento ero interamente assorto in quesiti tecnici riguardanti il telescopio. Avevo passata la serata con amici, e tra le undici e mezzanotte mi trovavo per via diretto a casa, sempre ponderando intorno ai miei quesiti telescopici. Quando giunsi sulla soglia del mio alloggio, vidi sorgere ad oriente il pianeta Giove, e decisi di osservarlo. Trassi fuori il telescopio, il quale si trovava nella sala d’entrata; quindi mi recai a prenderne il sostegno, che stava in una camera adiacente, la quale era vuota, all’infuori di un tavolo e di alcune sedie. M’inoltravo a tentoni, con le mani protese avanti. D’un tratto, sotto le mie braccia stese, scorsi un letto in ferro, con fornitura completa. Era insolitamente basso, arrivando appena al livello del mio ginocchio. Ne scorgevo distintamente la testata, ma verso i piedi esso pareva dissiparsi nelle tenebre. Per quanto la camera fosse immersa nell’oscurità; io lo distinguevo chiaramente, ma non mi occorse affatto di meravigliarmi per tale circostanza inverosimile.

«Quel letto era occupato. Scorgevo chiaramente i bianchi guanciali e le candide lenzuola rimboccate accuratamente e tuttora in linea, come se l’occupante non avesse mai fatto movimenti. Erano rimboccate insolitamente corte, poiché arrivavano a metà del petto della persona dormiente, e questa persona era una giovinetta, dell’apparente età di ventidue o ventitré anni. Aveva sembianze regolari ed avvenenti, ch’io scorgevo distintamente. Le sue nere sopracciglia e i suoi neri capelli risaltavano fortemente sul candore dei guanciali. Giaceva supina, ma il volto era inclinato da un lato, e il di lei profilo si disegnava a me dinanzi nitidissimo. Il di lei braccio si allungava fuori delle coltri sul margine del letto a me vicino. L’avambraccio era lungo ed elegante, ma la mano soprattutto attirava lo sguardo, specialmente nella posizione in cui si trovava. Era una mano straordinariamente piccola in rapporto al braccio, modellata con una finezza aristocratica da non potersi descrivere. Quella mano era eccezionalmente bella, come mai ne avevo visto l’uguale; ma ciò che in essa attraeva maggiormente l’attenzione era il particolare che la linea per cui si univa al polso compieva bruscamente un angolo rientrante letteralmente inconsueto. Avevo osservato tutto ciò in pochi secondi; quindi mi ero ritirato in fretta, chiudendo pianamente la porta, e raggiungendo la mia camera al piano superiore, seriamente irritato contro la padrona di casa; irritazione che mi recai a sfogare col mio collega, il quale dormiva a me vicino, dicendogli: “Quella scimunita di donna (era invece una degnissima e buona signora) ha messo a dormire una nuova ospite nella camera vuota a pian terreno, senza avvertirmene; e così avvenne che poco mancò ch’io non cadessi addosso alla dormiente”. Scambiammo alcune osservazioni critiche sulle padrone di casa in generale, e poi me ne andai a letto.

«Venuto il mattino, io chiesi genericamente alla piccola cameriera se nella saletta sottostante si trovasse alloggiato qualche nuovo ospite. Essa mi guardò stupita, credendo ch’io scherzassi. Poco dopo rivolsi la medesima domanda alla padrona di casa, la quale parve stupirsi più che mai per la curiosa domanda. Allora parlai chiaro, dicendole ch’essa aveva messo a dormire in quella camera una persona, senza avvertirmene; raccontandole ciò che mi era accaduto per la sua negligenza. Essa, più che mai sbalordita, negò recisamente, invitandomi a recarmi a vedere, nonché a girare la casa onde accertarmi che il letto da me descritto non esisteva da nessuna parte. Io così feci, riscontrando che non esisteva realmente in quella casa il letto inusitato da me scorto. Dovetti pertanto convincermi che Mrs. Hughes diceva la verità, e in conseguenza, che il letto da me visto nella camera vuota, non era un letto materiale, e che la figura di giovinetta sconosciuta da me visualizzata, non era obbiettiva, non era reale...».

Il relatore prosegue informando ch’egli si recò poco dopo alle Indie in qualità di missionario; che durante la sua permanenza colà iniziò un’attiva corrispondenza con una signorina in Inghilterra, candidata per le opere di missionaria. Tale corrispondenza condusse le parti ad una romantica proposta di matrimonio, e nell’anno 1897 la signorina si recava alle Indie per divenire la sposa del missionario, il quale non l’aveva mai vista. Appena essa giunse, fu celebrato il matrimonio.

Dopo siffatti ragguagli, egli così continua:

«Pochi giorni dopo il nostro matrimonio, io entrai nella camera di ritorno da una passeggiata. Mia moglie giaceva nel letto addormentata. Rimasi stupito in guardarla: essa giaceva nell’identica posizione in cui avevo osservato la fanciulla della mia visione. Giaceva supina col volto inclinato da un lato, contro la luce, e il di lei braccio sinistro si allungava fuori delle lenzuola, sul margine del letto a me vicino. L’avambraccio appariva lungo ed elegante, e la mano, straordinariamente piccola in rapporto al braccio, era modellata con una finezza aristocratica da non potersi descrivere. Risaltava soprattutto il particolare di quella mano eccezionalmente bella la quale si univa al polso compiendo bruscamente un angolo rientrante letteralmente inconsueto. Vi erano, inoltre, i capelli neri e le grandi sopracciglia nere, nonché il profilo del volto assolutamente identico a quello della mia visione. Nessuna differenza in nessun particolare. Noto che né prima, né dopo, ebbi mai ad osservare una mano e un avambraccio somiglianti a quelli che qui si descrivono».

Questa la parte sostanziale della interessante relazione. Il rev. Tweedale così commenta:

«Fu questo un matrimonio il quale potrebbe definirsi: “un matrimonio combinato in cielo”. Come si è visto, fu preconizzato cinque anni prima che le parti interessate si conoscessero. Aggiungo che è riuscito uno tra i più felici ed esemplari matrimoni ch’io mi conosca».

Noto come l’espressione del rev. Tweedale che, cioè, quel matrimonio poteva dirsi «combinato in cielo», corrisponda esattamente a quanto si espose in precedenza a proposito degli episodi preannunciati e poi condotti a compimento dalle personalità medianiche o dalle personalità subcoscienti. Vale a dire che anche in questo caso, in cui non si tratta più del preannuncio di un evento insignificante e praticamente inutile, ma di un avvenimento tra i più importanti nella vita, dovrebbe riconoscersi che vi sia stato intervento di entità estrinseche, le quali abbiano anzitutto trasmesso telepaticamente una visione premonitoria di una situazione futura in cui avrebbe dovuto trovarsi il percipiente, per indi adoperarsi onde provocarne la realizzazione mediante suggestioni telepatiche esercitate sulle persone implicate. Dal che ne deriverebbe necessariamente che per ottenere la realizzazione della situazione telepatizzata, le medesime intelligenze operanti avrebbero altresì dovuto predisporre gli eventi che ad essa condussero, a cominciare dai rapporti epistolari tra i due predestinati, per finire alla proposta di matrimonio e al matrimonio. In altri termini: tutto ciò non risulterebbe che un episodio illustratore di quanto si denomina «Il Destino», o la «Fatalità» nella successione delle vicende umane; e il meraviglioso realizzarsi, nei più minuziosi particolari, delle manifestazioni precognitive, si spiegherebbe allora col fatto che i sensitivi avrebbero avuto la visione telepatica di un frammento preordinato di vita individuale, sia per volontà delle gerarchie spirituali preposte a governo dei destini umani, sia per effetto di un casuale «rapporto psichico» stabilitosi fugacemente tra la personalità integrale subcosciente del sensitivo, ed una personalità spirituale consapevole degli eventi futuri riguardanti un individuo designato.

Si perverrebbe pertanto a un’ulteriore conferma della concezione fatalista della vita, concezione vecchia quanto l’umanità; non già, però, nel senso di Fatalità assoluta, bensì di Fatalità relativa, in quanto dai fatti qui considerati emergerebbe la conferma di un’altra grande concezione complementare di quella esposta, ed è che Necessità e Libertà risulterebbero equamente ripartite nelle vicende degli individui, e ciò a misura del grado evolutivo dai medesimi raggiunto. Dal punto di vista qui contemplato, giova soprattutto prendere nota del fatto che l’esistenza di una fatalità relativa presuppone necessariamente l’esistenza di gerarchie spirituali preposte al governo delle vicende umane: conclusione capitalissima in ordine alla soluzione del formidabile quesito che contempla la genesi di una gran parte dei fenomeni precognitivi.

CASO XLV ­ Tolgo i due casi che seguono dal libro di un diplomatico: il Conte Chedo Mijatovich, che già ebbi a presentare ai lettori nei commenti al caso XVIII. Egli pubblicò recentemente un libro di memorie autobiografiche, intitolato: The Memoirs of a Balkan Diplomatist, nel quale si contengono due episodi molto interessanti d’ordine precognitivo. In merito al primo tra essi, egli così ne scrive:

«Un giorno, quando avevo quindici anni, mia madre mi chiamò nel salottino, dove la trovai in compagnia di un uomo di media età, il quale sedeva tenendo in grembo un cesto pieno di pantofole. Mia madre così mi disse: “Questo

il mio amico Yefta, venditore di pantofole, ma la cui vera professione è quella di chiaroveggente, parola la quale significa ch’egli vede nell’avvenire delle persone che lo consultano. Desidero che tu gli porga la mano, affinché egli possa rivelare gli eventi futuri della tua vita”.

«Per compiacere alla mamma ­ giacché io non ero curioso di conoscere il mio avvenire ­ diedi la mano a Yefta Papujiya, il pantofolaio. Egli guardo lungamente le linee del mio palmo, poi chiuse gli occhi, e tenendo stretta la mia mano fra le sue, così parlò:

«“Voi avete aspetto gracile e malaticcio, eppure esiste in voi una forte vitalità, e vivrete relativamente a lungo. Fra poco andrete in viaggio, per visitare le università straniere. In una di queste grandi scuole, v’incontrerete con una signorina più anziana di voi di parecchi anni, e la sposerete. Diverrete o un predicatore, o un professore, giacché vi vedo parlare a un’accolta di giovani. Ora vedo che sarete ricevuto nelle Corti europee, e vi scorgo che stringete la mano a re ed a regine. Si presenteranno a voi grandi opportunità di far denaro, ma voi non ne approfitterete. Il denaro che vi guadagnerete lo ripartirete con altri che non sono nulla per voi, e rimarrete povero per tutta la vita. Nella vostra carriera politica commetterete due errori, i quali v’impediranno di divenire il dirigente i destini della vostra nazione; ciò che diversamente sarebbe sicuramente avvenuto. Vivrete per molti anni all’estero; ma vedo avvicinarsi il giorno in cui il governo della vostra patria vi richiamerà, offrendovi una carica più importante di quante ne avrete coperto in passato. Voi esiterete, ma finirete per accettare, e così facendo renderete segnalati servigi al vostro popolo. Vivrete in una grandiosa abitazione, che mi pare addirittura un palazzo, con un grande scalone d’ingresso... Ora vedo due individui, con larghe cinture rosse, salire il grande scalone. Voi li riceverete nella sala delle udienze. Essi vi assalgono proditoriamente, impugnando coltelli e rivoltelle, e vi assassinano. Sì, voi morrete assassinato, e dopo la vostra morte il popolo serbo vi renderà grandi onori”».

Il conte Mijatovich così continua:

«Ascoltando tale descrizione fantastica di eventi, mi convinsi subito che Yefta snocciolava delle panzane impossibili. Perché avrei dovuto partire prossimamente in viaggio per visitare le università straniere, quando io sapevo che il mio padrino non possedeva i mezzi per farmi viaggiare? E quanto assurda era la predizione che io avrei sposato una signorina forestiera più anziana di me di parecchi anni! Questa certissimamente non si sarebbe avverata. E poi...

e poi... io, il figlio di un povero professore Serbo, andare alle Corti europee a stringere la mano a re ed a regine? Vaneggiamenti da pazzi! Anche mia madre, la quale aveva cieca fiducia nelle facoltà profetiche di Yefta, rimase questa volta molto perplessa e imbarazzata di fronte ad eventi troppo inverosimili per essere presi sul serio.

«Eppure tre anni dopo il governo Serbo mi mandò a studiare nelle università straniere a spese dello Stato. Poco dopo io mi sposai con una signorina forestiera più anziana di me di parecchi anni, e nella mia qualità di professore parlai quotidianamente a grandi riunioni di studenti alla Scuola Superiore di Belgrado. Ed a suo tempo avvenne ch’io mi recai effettivamente alle Corti europee, dove strinsi la mano a re ed a regine. Ne deriva che avendo visto realizzarsi tutti questi eventi improbabili riguardanti la mia persona, ora attendo di morire assassinato, vittima di una congiura politica».

E non può negarsi che il conte Chedo Mijatovich abbia le sue buone ragioni per credere al realizzarsi dell’ultimo vaticinio di Yefta il pantofolaio; sebbene potrebbe anche darsi che il vaticinio non si realizzasse, e ciò conforme a quanto si fece osservare nel primo capitolo del presente lavoro in ordine ai veggenti, i quali vanno talvolta soggetti a seguire delle «false piste», nel senso che ad essi si manifesta la visione di ciò che sarebbe avvenuto al consultante qualora egli avesse proseguito nell’ordine di attività in cui si trovava avviato, e loro sfugge che a un dato momento, egli avrebbe invece bruscamente mutato orientamento alla propria esistenza attiva. Feci osservare in proposito come tali presunti errori dei veggenti, che per lo più si spiegano con l’irruzione di fantasie onirico­subcoscienti perturbatrici del corso delle visioni genuinamente profetiche, risultino ben sovente successioni veridiche di cause ed effetti esistenti in potenza, ma che non si realizzarono in quanto gli avvenimenti, pervenuti al punto critico di «biforcazione» (che nel caso nostro implicava il perseverare nella carriera diplomatica, o il rinunciarvi, da parte del consultante), presero una via diversa da quella visualizzata dal sensitivo, determinando una successione diversa di cause ed effetti. Ricordo ancora una volta che tale ipotesi non poggia sopra induzioni gratuite, ma risulta fondata sui fatti, come ho dimostrato in un lungo capitolo dei «Fenomeni Premonitorii», il quale s’intitola: «Premonizioni in cui si rileva un elemento di variabilità teoricamente importante».

Osservo infine che le considerazioni esposte armonizzano pienamente con quanto si disse in precedenza a proposito dell’esistenza di una Fatalità la quale non risulterebbe assoluta, ma relativa; nel qual caso si comprenderebbe come ben sovente avvenga ­ o si permette che avvenga ­ che la volontà degli uomini eserciti la propria influenza modificatrice sugli eventi; e ciò a misura del grado evolutivo raggiunto dagli individui nello svolgimento della loro attività terrena.

CASO XLVI ­ Questo, il secondo episodio riferito dal Conte Chedo Mijatovich; episodio che non la cede al primo per valore teorico.

Egli premette che nel 1886 era ministro delle Finanze nel Gabinetto Garashinin. Nel giugno di quell’anno la regina Natalia lo mandò a chiamare, pregandolo di un favore nei riguardi delle opere di beneficenza cui ella si dedicava. Il conte Mijatovich pervenne subito a trovare impiego per la persona che gli era stata raccomandata; e il domani si recò a Corte per informarne la regina. A questo punto il relatore così prosegue:

«La regina Natalia se ne dimostrò grandemente soddisfatta, e mi disse: “Ora che voi siete stato tanto gentile da impiegare subito il mio raccomandato, voglio raccontarvi un episodio, della mia infanzia, il quale concorrerà ad aumentare il numero delle vostre esperienze in occultismo. Io vi stuzzico bonariamente qualche volta per le vostre convinzioni occultistiche, eppure io stessa ho le mie buone ragioni per credere almeno alla chiaroveggenza nel futuro”.

«Dopo di che, la regina narrò che quando era una bimba di sei anni, si recò con sua madre a visitare la zia, principessa Moroussi; in Odessa. Un mattino sua madre mandò per lei, e così le parlò: “Vieni con me nel salottino, e non aver paura se una zingara ti prenderà la mano”.

«Nel salottino trovò molte signore dell’alta società, le quali sedevano in cerchio sui sofà e sulle poltrone, mentre, a loro nel mezzo, una zingara giaceva accovacciata sul tappeto. La vecchia megera esaminò un istante le linee della mano della bimba, quindi esclamò: “Lode a Dio! Questa bimba diverrà un giorno una Tsaritsa! La vedo che porta in testa una corona!”.

«Tale pronostico stupefacente fu accolto da una lieta risata generale, ed una signora rivolgendosi alla zingara, disse: “O vecchia megera, come mai vuoi tu darci ad intendere che la figlia di madama Ketchko porterà un giorno la corona!”. La zingara rimbeccò gravemente: “Io non so dire come il fatto avverrà, ma vi assicuro che questa bambina diverrà un giorno una Tsaritsa, o una regina, o una principessa. Insomma, qualche cosa che la metta in grado di portare in testa una corona. Nondimeno ora scorgo che quando raggiungerà il suo ventottesimo o ventinovesimo anno, essa perderà la corona. Non vedo chiaramente come gli eventi si svolgeranno, ma un albero, o una catasta di legname, ne saranno la causa (la zingara aveva usato la parola russa Dryevo, la quale significa ad un tempo albero e legname)”.

«La regina così continuò: “Ora, siccome la prima parte della profezia, per quanto apparisse tanto inverosimile, si è pienamente realizzata, mi sento angustiata dal timore che la seconda parte della medesima abbia a realizzarsi a sua volta. Gli anni per me critici sono imminenti, e in conseguenza, quando la mia carrozza attraversa il parco di Koshutnack (località vicina a Belgrado), io non posso trattenermi dal gridare al cocchiere: “Badate ai cavalli!”. Ciò perché temo che i cavalli abbiano a imbizzarrirsi e a correre all’impazzata attraverso alla foresta, con pericolo che qualche ramo basso abbia da colpirmi e uccidermi. Immagino che questo abbia ad essere il modo con cui si realizzerà la seconda parte della profezia.

«La conversazione esposta ebbe luogo nel giugno del 1886. Nel settembre del 1888, Re Milano divorziava dalla regina Natalia, dimodoché essa perdette virtualmente la corona; e la causa del divorzio fu la signora Artemisa Christich, figlia di un commerciante in legname».

Questa la narrazione del conte Chedo Mijatovich. Come si è visto, la zingara aveva profetizzato alla bimba vicende che per quanto apparissero letteralmente inverosimili, nondimeno si realizzarono in guisa impressionante. La zingara aveva interpretato con la propria intelligenza cosciente le visioni simboliche che passavano dinanzi alla sua percezione subbiettiva, e in conseguenza, non aveva saputo, o meglio, non aveva potuto riferire esattamente i particolari secondari degli eventi Profetizzati. Così, ad esempio, aveva presupposto che la causa per cui la futura regina avrebbe perduto la corona sarebbe stato un albero, ovvero una catasta di legname; il che se risultò inesatto dal punto di vista concreto, appare esatto in guisa stupefacente dal punto di vista simbolico, visto che le cataste di legname entravano per qualche cosa nella decadenza dal seggio regale della futura testa coronata. Così argomentando, già si comprende che io non mi riferisco soltanto al caso esposto, bensì al complesso dei casi del genere (quali furono da me analizzati nel volume sui «Fenomeni Premonitorii»), in cui il simbolismo trasmesso al veggente è palesemente e incontestabilmente concepito in guisa da ottenere lo scopo di trasmettere ciò che si crede opportuno di far conoscere, ed occultare il rimanente in un simbolismo a tal segno sapiente da riuscire sul momento impenetrabile al veggente e al consultante, ma, per converso, da risultare chiaro e indubitabile ad evento compiuto. Ora un tal fatto prova come l’intelligenza operante non possa giustificarsi con la personalità integrale subcosciente del sensitivo­veggente, la quale non avrebbe motivo per nascondere in simboli impenetrabili fino ad evento compiuto, ciò ch’ella conosce intorno al futuro del consultante; tanto più se i particolari ad essa noti risultassero di natura tale da salvare il consultante da una grave disgrazia o dalla morte. Solo un’intelligenza estrinseca, o spirituale, avrebbe motivo di nasconderli. Daccapo, dunque: o per via diretta, o per altra indiretta; si è tratti per forza di logica ad orientarsi ancora e sempre verso l’ipotesi fatalista.

Termino facendo rilevare che dal punto di vista probativo, l’episodio esposto appartiene ai casi precognitivi venuti a cognizione di terzi prima che si realizzassero gli eventi preconizzati; particolare teoricamente importantissimo, poiché li rende invulnerabili a qualsiasi obbiezione tendente ad infirmarne il significato precognitivo. Si osserva infatti che la seconda parte del vaticinio esposto, si realizzò due anni e tre mesi dopo che la regina Natalia aveva confidato il suo segreto al conte Chedo Mijatovich.
Ciò stabilito, il vaticinio in discorso assume valore teorico notevolissimo, in quanto era stato formulato ventitré anni prima della sua piena realizzazione! La ragione umana si smarrisce di fronte al perturbante mistero implicito nei vaticinii a lunga scadenza; mistero che filosoficamente parlando, si estende, si complica, si eleva smisuratamente, fino a identificarsi col mistero dell’Essere, con l’enigma dell’universo, con l’onniscienza e l’onnipresenza Divine.

CASO XLVII ­ Nei libri dei ricordi autobiografici pubblicati da «uomini d’azione» si contengono quasi sempre incidenti premonitorii o vaticinii che li riguardano personalmente; ed è questo un particolare assai notevole, il quale si presterebbe a considerazioni suggestive intorno al compito che il Destino affida agli «uomini d’azione». Nelle mie classificazioni si rinvengono numerosi incidenti di tal natura, i quali testificano in favore della legittimità delle considerazioni esposte. M’induco a citare ancora un esempio del genere.

Sotto il titolo: The Story of my Life, vennero recentemente pubblicate in Inghilterra le memorie dell’ora defunto colonnello Philip Meadows Taylor, l’eroe della guerra di ammutinamento indiano.

Egli racconta che nel 1853 fu nominato Governatore­commissario di una provincia ad occidente di Bombay. Il giorno del suo arrivo a Tuljapur, località la quale era stata il luogo favorito di sua residenza nell’anno 1825, egli, dopo la colazione, stava seduto nella sua tenda, col gomito appoggiato sul tavolo, quando vide venirgli incontro un vecchio Bramino. Ciò premesso, il colonnello Taylor prosegue in questi termini:

«Vedendomi solo nella tenda, il Bramino s’inoltrò fino ad accostarsi al tavolo al quale stavo appoggiato, e reclinandosi sopra il bastone, mi fissò in volto, dicendo: “Siete voi dunque il Sahib Taylor, il quale soggiornò qui molti anni or sono?”.

«Risposi affermativamente, e allora egli trasse di sotto al mantello un involto di carte ingiallite dal tempo, chiedendomi se mi ricordavo delle medesime. Le presi e le guardai, rilevando che io avevo apposto la mia sigla su ciascuno di quei documenti; ma, lì per li, non ricordavo a quale scopo lo avessi fatto.

«Allora il vecchio Bramino così parlò: “Vi siete dunque dimenticato, o mio Sahib, che molti anni or sono io trassi il vostro oroscopo, e che tra l’altro vaticinai che voi sareste tornato a governarci tra molti anni? Orbene, voi lo vedete: siete tornato. Avevo profetizzato il vero. E vi è ben poca differenza tra la data da me vaticinata e il vostro arrivo. Io avevo predetto che sareste venuto a governarci dopo 25 anni, e la piccola differenza che si verifica, è dovuta al fatto che allora voi non mi sapeste fornire una data che avevo chiesto”.

«Tutto ciò era verissimo; com’era proprio vero che ora tornavo in quella regione in qualità di governatore. E in coincidenza col fatto curioso, mi ricordai allora quale sorpresa era stata la mia quando appresi che il governo di Bombay aveva bruscamente, e senza motivi plausibili, mutato la mia destinazione, la quale doveva essere Berar, mandandomi invece a governare questo distretto occidentale.

«La predizione del Bramino, la quale appariva già molto strana, erasi più stranamente ancora realizzata anche nella data prestabilita.

«Il Bramino così continuò: “Vi avevo predetto che nel frattempo sareste divenuto un Rajà, ed avreste governato un grande paese per dieci anni. E tutto questo sta scritto qui. Guardate, mio Sahib”. Ed egli mi presentò un documento, puntando col dito il paragrafo in cui stava scritta la profezia. “Neanche in questo, mio Sahib, io commisi errore”.

«Gli osservai ridendo: “Veramente io non sono stato precisamente un Rajà, ma il governatore dello Stato di un Rajà, fino a quando questi non ebbe raggiunto la maggiorità”.
«“Fa lo stesso, mio Sahib, voi eravate ugualmente onnipotente, come se foste stato un Rajà. E a voi mio Sahib, toccarono le sventure che avevo profettizato. Voi prendeste moglie nelle Indie, e a quest’ora vi sono morti la moglie ed i figli. Ne venni informato stamane. Ebbene, mio Sahib, leggete qui: io l’avevo predetto. Avevo visto chiaramente tutto questo, e qui sta scritto. Mi dissero pure che voi non siete ricco, per quanto molti sacchi di rupie siano passati per le vostre mani. Ebbene, mio Sahib, forse che io non l’avevo predetto? Leggete qui”.

«“E’ proprio vero” risposi “avete indovinato anche questo. Io non sono ricco; anzi: tutt’altro, ed ebbi a sottostare a grandi sventure, come prediceste”.

«Il Bramino osservò: “Mio Sahib, tutto ciò non poteva essere a voi evitato; ed è per questo che io lo scopersi venticinque anni or sono. Voi siete nato per l’azione; le ricchezze e la felicità domestica non erano fatte per voi. Se desiderate riprendervi queste carte, io ve le consegnerò, ma se voi non ne abbisognate, allora permettete che io me le tenga”.

«Io non abbisognavo di quei documenti, e lasciai che il Bramino li tenesse per sé.

«Non faccio commenti limitandomi ad osservare che non so spiegarmi come mai abbiano potuto realizzarsi tutte queste profezie».

Rilevo anzitutto come anche quest’altra notevole profezia sia stata formulata venticinque anni prima della sua piena realizzazione, mentre essa pure si riferisce allo svolgimento successivo delle principali vicende che avrebbero caratterizzato una intera esistenza individuale.

Dal punto di vista probativo, è da rilevarsi il fatto che questa volta si tratta di un seguito di profezie rigorosamente documentate, in quanto erano state scritte al momento in cui furono formulate, nonché debitamente contrassegnate, l’una dopo l’altra, dalla sigla del colonnello Taylor.

Il particolare teoricamente più importante in esse contenuto consiste nell’osservazione finale che il Bramino fece al colonnello: «Tutto ciò non poteva essere da voi evitato, ed è per questo che io lo scopersi venticinque anni or sono»; dichiarazione letteralmente fatalista nel senso da me propugnato per la spiegazione delle manifestazioni precognitive molto complesse e molto lontane nel tempo. In altre parole: se al veggente fu possibile leggere nel lontano avvenire del colonnello Taylor, ciò dovevasi al fatto che gli eventi principali della sua futura esistenza erano inesorabilmente preordinati, mentre in ambiente trascendentale vi erano Intelligenze che li conoscevano, con le quali il Bramino era pervenuto a stabilire il «rapporto psichico».

Si rileva inoltre un profondo significato trascendentale e filosofico nella seconda considerazione con cui il Bramino terminò il suo dire. Egli osservò: «Voi siete nato per l’azione; le ricchezze e la felicità domestica, non sono fatte per voi». Dal che dovrebbe inferirsene che la missione del colonnello Taylor nella vita, essendo quella dell’azione, egli aveva commesso un errore creandosi una famiglia; dimodoché le Intelligenze spirituali preposte al governo dei popoli, corressero tale errore col toglierli moglie e figli. Il che, dal punto di vista delle creature sacrificate, dimostrerebbe quale insignificante valore rappresenti una singola fase di esistenza incarnata di fronte all’evoluzione indefinita dello spirito attraverso innumerevoli fasi di esistenze incarnate. Nel qual caso, da tale più vasta concezione dell’essere, emergerebbe un insegnamento, il quale avrebbe per effetto di attenuare l’orrore in noi suscitato dalle guerre, dalle pestilenze, dai cataclismi che affliggono l’umanità. Infatti, da una parte dovrebbe inferirsene che tali flagelli sono in realtà ragguagliabili ad insignificanti vicende di un attimo nella palingenesi ascensionale dello spirito; mentre dall’altra, dovrebbe in essi ravvisarsi una finalità benefica in rapporto all’ulteriore evoluzione della specie; così come nella morte dei congiunti del colonnello Taylor doveva ravvisarsi una finalità utilitaria riguardante un episodio nelle fasi evolutive di un popolo; episodio che richiedeva fosse reso pienamente padrone di sé un «uomo d’azione». Concludendo: Tutto concorrerebbe ancora una volta a dimostrare la profonda saggezza di un postulato della filosofia orientale: «Il Male è un Bene che noi non conosciamo».

CASO XLVIII ­ Lo tolgo dal noto libro di Mrs. Katharine Bates: Do the Dead Depart? (pag. 106­112), ed è un episodio che si riferisce a un oggetto smarrito e ritrovato per ausilio di una sensitiva­veggente, episodio maggiormente interessante in quanto per esso si assiste all’estrinsecarsi di facoltà chiaroveggenti, le quali si estendono ad un tempo nel passato, nel presente e nel futuro. Mrs. Katharine Bates narra quanto segue:
«Mi ero recata a Londra a visitare una famiglia amica residente a Evelyn Gardens, e trovai tutti impressionati per un incidente occorso a una loro intima amica, da me non conosciuta in quel momento, ma che per una curiosa combinazione, conobbi in quella sera stessa. Questa signora aveva smarrito pochi giorni prima un grossissimo rubino, di valore inestimabile, ch’essa portava in dito incastonato in un anello. Tale pietra meravigliosa era il regalo che un grande “Rajà” delle Indie aveva fatto al nonno della signora in discorso. Il che risaliva ai tempi in cui funzionava ancora la “Compagnia delle Indie”, e quel rubino era considerato in famiglia come un vero “tesoro ereditario”, non soltanto per il suo grande valore, ma sopra tutto per le associazioni storiche che aveva per la famiglia.

«La signora abitava nelle adiacenze di “Elm Park Gardens”. Era uscita in un mattino molto piovoso e molto fangoso; ed entrando in chiesa, erasi tolta i guanti per non più rimetterli; quindi aveva fatto acquisti in parecchie botteghe delle vicinanze. Quando fu di ritorno, e suonò alla porta di casa, avvolta nel mantello impermeabile, con le mani ingombre di pacchi e l’ombrello stillante acqua, le cadde lo sguardo sulla mano destra, e con suo grande orrore vide che l’enorme rubino era sparito dall’anello, ivi rimanendo intatto il cerchietto di diamanti in cui si trovava incastonato. Depositò i pacchi a casa, e rifece il cammino percorso, entrando per le debite inchieste nelle botteghe visitate in precedenza, ma inutilmente. Tornò a casa desolata, e siccome in quel giorno vi erano ospiti a pranzo, dovette anche sforzarsi a nascondere il proprio stato d’animo.

«Appena fu libera di uscire, si recò difilata dalle amiche mie residenti a “Evelyn Gardens”, informandole su quanto era occorso, e pregandole a voler consultare in proposito una chiaroveggente. Non voleva recarvisi in persona, perché riteneva che tali pratiche fossero condannate dalla chiesa, e perciò, a quel che sembra, preferiva che il rischio morale fosse corso dagli altri. Comunque, le amiche mie promisero a Miss X. (la proprietaria del rubino) che avrebbero fatto quanto essa desiderava.

«La pietra preziosa era stata perduta un mattino di giovedì, e il domani, venerdì, le amiche mie si recarono dalla chiaroveggente Mrs. Chester (l’indirizzo di quest’ultima lo avevo fornito io). Si astennero dal raccontare l’occorso, limitandosi ad informare che venivano a consultarla intorno a un “oggetto smarrito”.

«La chiaroveggente osservò subito: “Non ho bisogno d’altro. Già scorgo nel cristallo di che si tratta: è questione di una pietra preziosa cascata dall’anello in cui era incastonata”. Quindi rivolse lo sguardo alle clienti, osservando: “Ma non siete voi che l’avete smarrita. La persona che l’ha smarrita avrebbe dovuto presentarsi in persona. Così come stanno le cose, mi riuscirà più difficile entrare in rapporto con lei”.

«Comunque sia di ciò, essa parve entrare prontamente nell’atmosfera psichica di Miss X., poiché cominciò a descrivere una caratteristica tavola da pranzo, con gli angoli artisticamente intagliati, tavola che le mie amiche riconobbero subito per quella che trovavasi nella sala da pranzo di Miss X. Quindi essa osservò: “La pietra preziosa è stata raccolta da un uomo onesto, il quale non sa che farne. E’ un artigiano, porta in capo un berretto bianco e indossa una giubba da lavoro. A tutta prima egli giudicò che l’oggettino da lui raccolto fosse un pezzo di vetro colorato, giacché pareva troppo grande per essere un rubino. Comunque lo portò a casa. Io vedo l’interno di questa casa, e scorgo un piccolo scaffale, sul quale egli ha deposto la pietra preziosa, chiusa in una scatoletta da pillole. Voi dovete subito pubblicare un avviso per smarrimento della pietra preziosa, affinché egli lo legga e si rechi a restituirla all’indirizzo indicato. Ma l’avviso voi dovete appenderlo nelle vetrine delle botteghe prossime alla località dove la pietra preziosa fu smarrita, poiché se lo faceste inserire nei giornali, egli non lo leggerebbe”.

«Quindi Mrs. Chester affermò positivamente che il rubino sarebbe stato restituito; e ciò, presumibilmente, entro cinque giorni. A quest’ultimo riguardo essa così si espresse: “Io scorgo un grande 5; deve dunque trattarsi o di cinque giorni, o di cinque settimane, o di cinque mesi; ma è più probabile che si tratti di cinque giorni, poiché la scena ch’io scorgo, e che si riferisce al momento in cui viene restituito il rubino, io la scorgo molto chiara e molto vicina. Ecco ciò che mi si presenta: ­ Scorgo una vecchia signora seduta alla tavola da me descritta in precedenza. Essa ha i capelli bianchi e porta una bianca cuffia in testa. Nella camera si trovano con lei una persona di servizio e un operaio. Quest’ultimo tiene nelle mani la scatolina da pillole già da me vista sul piccolo scaffale che descrissi. Egli estrae dalla scatolina un batuffolo di cotone, entro al quale si trova il rubino. Qualcuno entra nella camera portando in mano l’anello in cui stava incastonato il rubino, giacché prima di consegnarlo, l’operaio vuole assicurarsi che si adatti perfettamente all’anello che lo conteneva”.

«Con questo ebbe termine la seduta di chiaroveggenza nel cristallo, e le amiche mie se ne andarono, dicendo a Mrs. Chester che avrebbero fatto stampare gli avvisi di smarrimento, facendoli collocare nelle vetrine delle botteghe, secondo le istruzioni ricevute...

«Nel prossimo martedì mattina, prima di colazione, Miss X. Tornando a casa, trovò aperta la porta della sala da pranzo, dove le si presentò l’identica scena visualizzata cinque giorni prima dalla veggente Mrs. Chester. Eravi sua madre, l’operaio, e la persona di servizio, la quale era andata a prendere al piano superiore l’anello mancante del rubino.

«L’operaio disse che aveva raccolto il rubino a pochi passi dalla soglia della chiesa, in mezzo all’acqua ed al fango, giudicandolo un pezzo di vetro colorato, privo di valore. Comunque, lo aveva portato a casa; e avendolo ripulito, rimase sorpreso per il suo colore sfolgorante; e pertanto lo depose in una scatoletta da pillole, in attesa di leggere qualche avviso di smarrimento in proposito. Egli però aveva dichiarato a Miss X. che prima di consegnarlo desiderava gli si facesse vedere l’anello in cui si trovava incastonato. Ora fu quella la scena dell’identificazione svoltasi dinanzi a Miss X. quando entrò nella sala da pranzo, così com’erasi svolta in precedenza dinanzi a Mrs. Chester per ausilio della “visione nel cristallo”.

«L’operaio ricevette, con espressione di giubilo, le cinque sterline che gli spettavano per avere trovato e restituito il rubino, e la famiglia di Miss X. rimase più ancora soddisfatta per il ricupero del suo prezioso “tesoro ereditario”.

«Un’ultima curiosa coincidenza si svolse per me in quel dopopranzo. Appena l’amica mia ebbe finito di narrarmi l’interessante episodio, il servitore aperse la porta, introducendo Miss X.! Cosicché io ebbi occasione di fare la di lei conoscenza, di osservare il magico rubino, e di ottenere la piena conferma del racconto che avevo finito di ascoltare».

Questa l’interessante narrazione di Mrs. Bates. Come già si fece rilevare l’episodio esposto è maggiormente interessante in quanto in esso si assiste allo volgersi di un fenomeno di chiaroveggenza che iniziatosi nel passato, attraversa il presente e s’inoltra nell’avvenire; con ciò dimostrandosi una volta di più che queste tre forme di veggenza, le quali, al criterio nostro appariscono radicalmente distinte e fondamentalmente diverse tra di loro, si estrinsecano per opera di una medesima facoltà supernormale misteriosissima, in quanto è capace di percorrere in qualunque direzione il dominio di uno tra i fattori essenziali per cui l’universo esiste, fattore da noi denominato il «Tempo».

Dal punto di vista della genesi dell’episodio in esame, è legittimo presumere che sia dovuto esclusivamente alle facoltà supernormali subcoscienti della sensitiva, facoltà le quali rappresentano i sensi spirituali esistenti allo stato latente nelle subcoscienze umane, in attesa di emergere e di esercitarsi in ambiente supernormale dopo la crisi della morte. Nulla osta, pertanto, che tali facoltà emergendo nei sensitivi, sia spontaneamente, sia per ausilio di pratiche speciali atte a provocarne l’emersione, possano pervenire ad «inferire da cause esistenti nel presente» gli eventi d’imminente realizzazione. Nel qual caso dovrebbesi dire che nell’episodio esposto, la veggente essendo entrata in «rapporto psichico» con la proprietaria del rubino smarrito, lesse nel di lei pensiero la storia dell’evento; mentre quella pietra preziosa, satura del fluido di colei che la portava in dito, valse a metterla in rapporto con l’individuo che l’aveva trovata, dalla subcoscienza del quale apprese la storia del rinvenimento, sotto la forma di obbiettivazioni cinematografiche; mentre in base alle informazioni acquisite, le di lei facoltà supernormali pervennero ad inferire la concatenazione degli eventi che si sarebbero svolti fino alla restituzione dell’oggetto smarrito; inferenze abbastanza semplici, e, dirò così, razionali per essere indovinate risalendo la breve successione delle cause e degli effetti. Per noi, naturalmente, tale possibilità rimane misteriosa e inverosimile, data la coincidenza perfetta nei particolari secondari di una situazione preconizzata; ma non possiamo rifiutarci dal concederla alle facoltà supernormali subcoscienti. Nondimeno, badiamo a non esorbitare nelle concessioni di tal senso, poiché non potrebbesi certamente sostenere che le medesime facoltà subcoscienti pervengano a preconoscere, in base ad inferenze da cause esistenti nel presente, le vicende accidentali che dovranno accadere a speciali individui alla distanza di venticinque o trent’anni, qual è il caso negli episodi citati in precedenza.

Riconosco nondimeno come tutto ciò non impedisca di presumere le­ ­186­

gittimamente che i medesimi eventi potrebbero risultare accessibili – e sempre in forza d’inferenze da cause esistenti nel presente ­ ad entità spirituali gerarchicamente elevate; e ciò per la considerazione che se deve filosoficamente postularsi l’onniscienza Divina, allora dovrà convenirsi che le gerarchie spirituali abbiano a dimostrarsi di più in più onniveggenti a misura che si elevano nella scala spirituale. Questa sarebbe la così detta ipotesi della «onniscienza delle cause», la quale risulterebbe unicamente applicabile alle alte gerarchie spirituali, e non escluderebbe affatto l’ipotesi «fatalista», la quale è sempre necessaria se si vogliono spiegare le categorie più importanti dei fenomeni precognitivi.

CASO XLIX ­ Termino il presente capitolo con un episodio analogo a quelli con cui l’ho cominciato, salvo la notevole differenza che gli episodi di cui si trattò in principio appariscono bensì determinati telepaticamente da personalità spirituali, ma si riferiscono ad eventi insignificanti e praticamente inutili, laddove nell’episodio che mi accingo ad esporre si contiene un particolare presumibilmente determinato telepaticamente da una personalità spirituale allo scopo di salvare la vita alla persona designata.

Lo ricavo dalla rivista trimestrale inglese Psychic Science (aprile 1926, pag. 38). Ne è relatore il maggiore di artiglieria C. C. Colley, figlio al notissimo Arcidiacono Colley, il grande propagandista dello spiritualismo, colui che inflisse la memorabile, tristissima, costosa umiliazione al famoso prestigiatore inglese Maskeline.

Il maggiore Colley narra quanto segue:

«Dovevamo recarci alle manovre di campagna, ed eravamo molto affaccendati nei preparativi per la marcia. Io ero nuovo alla mia sezione d’uomini e cavalli. Inoltre era arrivato in India il nuovo cannone da “Diciotto”, e la nostra Batteria era la prima che doveva esserne armata; dimodoché io ero totalmente assorbito nel compito d’insegnare ai miei uomini i particolari di questo nuovissimo equipaggiamento.

«Ad accrescere le mie preoccupazioni del momento, giunse da Londra un telegramma di mio padre, così concepito: “La tua vita è in pericolo. Bada alle munizioni”. Io ben sapendo quale mente equilibrata fosse il padre mio, mi convinsi che non si sarebbe certo sobbarcato alla spesa di un telegramma da Londra alle Indie, nonché al poco piacevole incarico di parteciparmi che la mia vita era in pericolo, se non ne avesse avuto le sue buone ragioni. Mi proposi pertanto di prendere le dovute precauzioni quando si sarebbe sparato coi nuovi cannoni; e per il momento, procurai di scacciare dal mio pensiero il molesto preannuncio.

«Venne ordine dal Ministero della Guerra che la mia Batteria dovesse fare una prova di resistenza in rapporto al suo equipaggiamento; vale a dire che si doveva fare una lunga corsa, alternando un miglio al trotto, con un miglio al galoppo, fino al raggiungimento della meta; e ciò allo scopo di provare la resistenza delle ruote, le quali anziché del solito legno di faggio, erano state costruite con legno di “Teak”; per cui rimaneva il dubbio che non fossero sufficientemente resistenti al peso dei nuovi cannoni. Allo scopo di eseguire la prova, io distaccai una sezione di due cannoni, la quale doveva procedere avanti un giorno prima, ed io dovevo seguirla per sorvegliarne la prova.

«Ed ecco che due giorni prima della partenza, il mio Comandante mi manda a chiamare, e senza nessuna ragione apparente, mi domanda se mi farebbero piacere cinque giorni di licenza, aggiungendo che io avrei potuto raggiungere la Batteria a Sangar a tre giorni di marcia da Jubblepore. Era un avvenimento strabiliante: quest’uomo burbero, il quale non accordava licenze a nessuno, offriva a me spontaneamente cinque giorni di licenza! Io naturalmente accettai ringraziando, e corsi difilato dai miei camerati a raccontare l’inaudito evento; il quale appariva più ancora stupefacente se si considera che i miei camerati avevano sopportato le fatiche e la caldura di tutti i preparativi, laddove io giungevo fresco dall’Inghilterra. Malgrado ciò ero proprio io che dovevo recarmi a riposare sulle fresche colline di Bombay!

«Mi posi in viaggio immediatamente, mentre la sezione dei due cannoni da me preparata, iniziò la manovra senza di me. Tre giorni dopo, mentre mi trovavo all’albergo leggendo il giornale, appresi che un cannone della mia Batteria era scoppiato, in causa ­ a quel che sembra ­ delle munizioni che avevano fermentato nelle casse d’acciaio in cui stavano rinchiuse. Nell’esplosione erano rimasti uccisi due cavalli, e gravemente ferito il conducente. Era dunque scoppiato proprio uno dei cannoni che avrei dovuto sorvegliare personalmente.

«A suo tempo, mi giunsero lettere da casa, in cui mio padre m’informava che il suo telegramma era stato determinato da un messaggio medianico di mia madre defunta, la quale raccomandava di avvertirmi subito che dovevo sorvegliare attentamente le munizioni dei miei cannoni.

«Questa mi pare una prova positiva dell’esistenza dei fenomeni premonitori, visto che se io mi fossi trovato con la mia sezione, avrei dovuto vigilare il funzionamento delle ruote dei cannoni sulle strade difficili percorse, rimanendo vittima dell’esplosione».

Questa la relazione del maggiore Colley; al qual proposito osservo ch’egli rileva bensì che nell’incidente tutelare a lui occorso si contiene la prova manifesta di un fenomeno premonitorio che gli salvò la vita, ma dimentica di spiegare in qual modo ciò era avvenuto; o, più precisamente, in qual modo doveva presumersi che fosse avvenuto.

Egli, cioè, avrebbe dovuto far rilevare che la sua salvezza era esclusivamente dovuta al fatto del suo Comandante il quale gli aveva accordato spontaneamente una licenza non chiesta; cosa addirittura stupefacente per le seguenti considerazioni: In primo luogo, perché si trattava di un superiore burbero, il quale non accordava mai licenze a chi ne domandava, ed ora l’accordava spontaneamente a chi non la chiedeva; in secondo luogo, perché il regolamento militare vietava di accordare licenze quando gli ufficiali si trovavano al campo per le manovre; in terzo luogo, perché, in ogni modo, la licenza avrebbe dovuto concedersi ai camerati del Colley, i quali si erano lungamente affaticati ed accaldati intorno ai preparativi della spedizione, laddove il Colley giungeva fresco dall’Inghilterra. Ora se si considera tutto ciò in unione al fatto del precedente messaggio premonitorio in cui si avvertiva il Colley di un pericolo che lo minacciava in rapporto alle munizioni, deve razionalmente inferirsene che l’entità spirituale trasmettitrice del messaggio, prevedendo che l’esplosione non poteva evitarsi, abbia telepaticamente suggestionato il Comandante la Batteria nel senso che accordasse una licenza straordinaria al maggiore Colley; in tal guisa salvandogli la vita. Soluzione che se si considera nei suoi rapporti indiscutibili con gli analoghi episodi riferiti in precedenza, riguardanti le manifestazioni premonitorie d’ordine insignificante e praticamente inutile, appare indubbiamente l’unica soluzione verosimile nei riguardi dell’evento in esame.

* * *

Pervenuto a questo punto, rilevo che la presente monografia risultando complementare dell’altra intitolata: Dei Fenomeni Premonitorii, non comporta una propria sintesi conclusionale, visto che tale sintesi non potrebbe non riuscire una parafrasi di quella con cui termina, la monografia della quale è il complemento.

Rimando pertanto al capitolo conclusionale di quest’ultima per un riassunto adeguato delle importanti acquisizioni teoriche raggiunte, ricordando in proposito come la monografia in discorso consista in una esauriente classificazione commentata di tutte le modalità con cui si estrinseca la «chiaroveggenza nel futuro» considerata in rapporto alle vicende avvenire dei singoli individui, laddove in questa seconda monografia complementare dell’altra si considerano le manifestazioni precognitive estese alle vicende, collettive dei popoli, vale a dire a quella classe di manifestazioni del genere le quali prendono il nome di «profezie».

Questo il tema fondamentale del presente lavoro, tema al quale si fecero seguire, a titolo di appendice, alcuni capitoli in cui si contemplano gli episodi curiosi e teoricamente interessanti delle precognizioni «a sedia vuota», nonché talune altre varietà di premonizioni altamente suggestive sotto aspetti diversi, le quali convergono tutte verso la dimostrazione, sulla base dei fatti, di una grande verità metapsichica consistente nel riconoscere che i fenomeni precognitivi in genere, alla guisa di qualsiasi altra categoria di manifestazioni supernormali, confermano, riaffermano, ribadiscono la tesi metapsichica fondamentale qui propugnata, secondo la quale tutte le manifestazioni supernormali possono risultare, a seconda delle circostanze, ora Animiche ed ora Spiritiche; il che equivale a riconoscere che l’Animismo è il complemento necessario dello Spiritismo, e ciò fino al punto che senza l’Animismo, lo Spiritismo mancherebbe di base; vale a dire che se si vuole dimostrare sperimentalmente che l’uomo è uno spirito già da incarnato, non si può fare a meno dei fenomeni Animici; ché se questi non esistessero, allora l’uomo non sopravviverebbe alla morte del corpo. Si aggiunga che gli asserti teorici enunciati appariscono indirettamente convalidati dalla circostanza di fatto che solo a condizione di accogliere la tesi metapsichica qui propugnata, si perviene a spiegare il complesso intero della casistica metapsichica. Il che significa che coloro che non l’accolgono, non perverranno mai a darne ragione complessivamente.

Ciò stabilito, convengo nondimeno che le argomentazioni esposte, per quanto risultino praticamente invulnerabili, sono ben lungi dall’essere accolte dai rappresentanti della scienza ufficiale, e ciò in quanto le loro mentalità si dimostrano ancora irriducibilmente pervase dal preconcetto pseudo­scientifico secondo il quale tutto concorre a dimostrare che «il pensiero è funzione del cervello»; preconcetto difficilmente eliminabile, in quanto assume aspetto rigorosamente sperimentale, e apparenza logicamente inevitabile.

Niun dubbio, infatti, che se in realtà le indagini compiute sul cervello umano dai fisiologi e dagli istologi bastassero a legittimare, sulla base dei fatti, tali desolanti conclusioni contrastanti con l’intuizione di tutti i popoli esistenti ed esistiti nel nostro mondo, niun dubbio ­ dico – che se così fosse, non rimarrebbe che attendere rassegnati il nostro turno di annientamento finale. Sennonché, anche a priori, s’impose sempre alla mente dei pensatori il dubbio che tali risultanze dell’indagine istologica non fossero definitive; che, cioè, qualche fattore del grande quesito da risolvere fosse sfuggito all’attenzione degli eminenti specialisti in discorso, e ciò in quanto se così non fosse, se le conclusioni dell’istologia fossero definitive, allora dal punto di vista filosofico dovrebbe inferirsene che l’universo creato, con l’esistenza dei mondi, l’evoluzione della Vita nei mondi e dell’Intelligenza nella Vita, non abbia scopo alcuno. Nel qual caso avrebbe ragione il rev. Burton, pastore anglicano di Manchester, il quale osserva: «Senza la sopravvivenza, anche l’esistenza di Dio diverrebbe un’ipotesi inutile». Precisamente così; ma si capisce che tutto ciò non può essere.

Quante volte, polemizzando, io mi sono adoperato invano a spiegare agli eminenti oppositori in buona fede qui considerati, per quali ragioni d’ordine altrettanto sperimentale, le loro conclusioni circa «il pensiero funzione del cervello», dovevano considerarsi fondate sopra una pura apparenza, la quale aveva per causa il solito errore di assurgere a conclusioni generali in base a indagini parziali! Errore che nel caso nostro aveva per attenuante la circostanza che i rappresentanti della scienza specializzata in discorso, ignoravano in massa l’esistenza nella subcoscienza umana di facoltà supernormali indipendenti dalle funzioni dell’organo cerebrale, nonché pure indipendenti dalla legge di evoluzione biologica, facoltà le quali costituivano i sensi spirituali di un «corpo eterico» immanente nel «corpo organizzato»; circostanza di fatto quest’ultima la quale sottintendeva necessariamente l’esistenza di un «cervello eterico» immanente nel «cervello organico». Ora quest’altra eloquentissima rivelazione biologico­psichica risultava un’acquisizione sperimentale addirittura risolutiva nei riguardi del quesito qui considerato; ciò in quanto valeva ad eliminare di un colpo le perplessità che trattennero sempre i fisiologi dall’ammettere l’esistenza di uno spirito sopravvivente alla morte del corpo, perplessità che si riassumevano in una circostanza di fatto indubitabile: quella dell’esistenza di un parallelismo psicofisico nei fenomeni del pensiero, il quale traeva inevitabilmente a inferirne l’estinzione dello spirito con la dissoluzione dell’organo pensante.

Niun dubbio ­ ripeto ­ che nei limiti delle loro cognizioni specializzate, i fisiologi e gli istologi avevano ragione di concludere in tal senso, e ciò risulta a tal segno logicamente inevitabile, che in tal senso aveva anche concluso lo scrivente nel periodo filosofico delle proprie indagini sul mistero, dell’Essere; ma non sarebbe più così qualora gli eminenti oppositori in discorso, alla guisa dello scrivente, si decidessero ad estendere i processi di analisi comparata alla fenomenologia supernormale indagata dalla metapsichica; nel qual caso, a loro volta, dovrebbero riconoscere l’esistenza indubitabile di un «cervello eterico» immanente nel «cervello organico», con le conseguenze teoriche che ne derivano, le quali possono riassumersi osservando che in base alle medesime deve inferirsene che il «cervello organico» risulta unicamente un apparecchio ricettatore ­ in un primo tempo ­ delle «vibrazioni fisiche» specializzate che gli pervengono dal mondo esterno pel tramite dei sensi, e trasformatore ­ in un secondo tempo ­ delle medesime in «vibrazioni psichiche», in guisa da renderle percepibili allo spirito immanente nel «cervello eterico».

Ciò posto, ne deriva che per ausilio della nuova concezione dell’Essere (concezione non più parziale, ma totalitaria), quale emerge radiosa in base all’indagine delle manifestazioni supernormali, si spiegherebbe assai meglio per quali cause un individuo smarrisca temporaneamente la ragione sotto l’influenza di una bevanda alcoolica, e più non ragioni in permanenza se il cervello organico funziona in disordine, come nella demenza. E cioè, risulterebbe palese che se l’apparecchio trasformatore delle vibrazioni fisiche in vibrazioni psichiche reagisce in disordine, il «cervello eterico», sede dello spirito, non sarà più in grado di ricettare percezioni esteriori corrette, e tanto meno di agire alla periferia con pensieri ed atti appropriati, i quali continueranno ad essere trasmessi, ma l’apparecchio trasformatore li traviserà e li deformerà in rappresentazioni sconclusionate.

Termino informando che l’esistenza di un «corpo eterico» nell’organismo umano, e in conseguenza, di un «cervello eterico» immanente nel «cervello organico», è dimostrata sulla base dei fatti, in guisa incontestabile, dalle manifestazioni supernormali inerenti alle funzioni del corpo eterico, il quale essendo suscettibile di esteriorarsi temporaneamente dall’organismo corporeo, sia spontaneamente nel sonno fisiologico, nell’estasi, nel deliquio e nel coma, sia sperimentalmente nel sonno sonnambolico e in quello medianico; si presta ad essere indagato scientificamente.

Non essendo possibile dimostrare quanto esposto in una sintesi conclusionale, rimando i lettori desiderosi di approfondire il tema supremamente importante, alla mia monografia intitolata: Dei Fenomeni di Bilocazione (1).

Passando ad altro. La presente monografia apporta altresì un nuovo contingente di fatti in dimostrazione di quanto venne discusso a fondo nel capitolo conclusionale della monografia precedente, a proposito del tema vertente sull’esistenza di un Fatalismo posto a governo delle vicende umane individuali e collettive. Tema formidabile e perturbante che, nondimeno; in base ai processi dell’analisi comparata si pervenne a compenetrare a sufficienza per circoscriverlo nei debiti limiti. E questa volta vi si pervenne sulla base dei fatti, non già formulando postulati

­ ­ ­

Questo libro fu pubblicato in pochi esemplari dalla Tipografia Dante di Città della Pieve (Perugia). L’edizione è del 1934; pagine 132. Esso verrà da noi ristampato, con qualche modifica consigliataci dal Maestro, fra qualche tempo, in questa collana.

[G. D. B.]

metafisici impotenti, quali da trenta secoli si vanno accumulando nei ponderosi sistemi metafisici dei grandi pensatori, senza nulla concludere. Questa volta, invece, per ausilio della metapsichica, ci si trova in grado di dimostrare sperimentalmente che se vi sono categorie di manifestazioni premonitorie le quali provano in guisa incontestabile l’esistenza di un fatalismo sovrastante le vicende umane individuali e collettive, per converso, esistono altre categorie di manifestazioni del genere in cui si rilevano elementi di variabilità traenti origine dall’iniziativa individuale, i quali stanno a indicare che nelle vicende degli individui e dei popoli, di conserva ad eventi inesorabilmente preordinati da un potere estrinseco imperscrutabile, esistono altri eventi i quali provano l’esistenza di una relativa libertà di scelta nelle vicende individuali e collettive; relativa bensì, ma sufficiente dal punto di vista filosofico dell’ascensione spirituale umana, e ciò tanto più che risulterebbe in matematico rapporto col grado di evoluzione spirituale raggiunto da ogni singolo individuo.

Osservo in proposito che tali conclusioni fondate sui dati sperimentali dell’analisi comparata, apportano una valida conferma alla geniale concezione metafisica del professore William James, secondo il quale esisterebbero per ogni individualità umana delle «multiple possibilità di vita», le quali potranno o non potranno realizzarsi, sia per effetto della volontà, sia contro la volontà dell’individuo stesso; nel primo caso dimostrandosi l’esistenza nell’individuo di una «libertà di scelta relativa»; nel secondo, l’esistenza di una «fatalità relativa»; dimodoché il secondo fattore risulterebbe complementare del primo, e sarebbero entrambi indispensabili a modellare un’anima, così come nel mondo dei viventi il Male risulta complementare del Bene, e sono entrambi indispensabili all’evoluzione della specie; o come il polo negativo risulta complementare del polo positivo in ogni applicazione elettrica, e sono entrambi indispensabili alla creazione dell’energia.

In altre parole: Fatalità e Libertà risulterebbero i due fattori in contrasto su cui s’impernia ogni singola esistenza umana; così come il progresso umano s’impernia sul contrasto sociale degli interessi e delle idee; e così come, nel dominio della fisica, la trasformazione dell’energia elettrica in luce radiosa, s’impernia sul contrasto di due correnti: positiva e negativa. Tale la Legge imperscrutabile che governa l’universo intero, dall’atomo all’astro, dalla monera all’uomo
(1).

­ ­ ­

Le considerazioni esposte risultando una ridottissima sintesi di quanto emerge dall’esposizione dei fatti e dalle considerazioni suggerite dai fatti contenuti nella monografia sui «Fenomeni Premonitorii» (*), invito coloro tra i lettori che desiderassero valutarne la reale efficienza nel senso considerato, a voler leggere e ponderare i due ultimi capitoli della monografia in discorso.

(*) Vedi Luci nel Futuro (I fenomeni premonitorii), due volumi di complessive 500 pagine. Casa Ed. Europa, Verona, 1947.
[G. D. B.]